giovedì, Settembre 23

La Primavera senza pace Il Papa ricorda l'emergenza della Siria al voto. Cortei in Egitto e Turchia

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A un anno dagli scontri di Gezi Park, in Turchia, e dal golpe in Egitto dai fatti della Primavera araba l’attenzione internazionale si è spostata sulle battaglie d’Ucraina.
In Siria, mentre Bashar al Assad è pronto alla vittoria delle Presidenziali, il 3 giugno prossimo, la piattaforma dei ribelli dell’ONDUS (Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria) ha diffuso un nuovo bilancio drammatico delle vittime: quasi 2 mila, tra i quali 567 bambini, avrebbero perso la vita solo ad Aleppo dal 2014, a causa dei raid dell’esercito.
«Dobbiamo riscontrare con grande dolore che la crisi siriana non è stata risolta. Anzi va avanti, e c’è il rischio di abituarsi ad essa», ha ricordato Papa Francesco, pronto a pregare, l’8 giugno prossimo, in Vaticano con i Presidenti di Israele, Shimon Peres, e della Palestina, Mahmoud Abbas, per la pace tra israeliani e palestinesi e, più in generale, in Medio Oriente e nel mondo.
La data, accettata dalle due parti, sarà un incontro per smuovere le coscienze e «ravvivare la speranza», ha auspicato il Segretario di Stato vaticano Pietro Parolin.

Per l’anniversario delle proteste antigovernative, il Premier turco Recep Tayyip Erdogan, confermato alle amministrative, ha disposto un massiccio schieramento delle forze di sicurezza, per manifestazioni che nel week-end si preannunciano caldissime in tutto il Paese.
A piazza Taksim, di Istanbul, adiacente al parco difeso dagli ambientalisti, dove i raduni sono vietati da un anno a questa parte, una cintura di 25 mila agenti anti-sommossa e 50 blindati blocca di assembramenti. Ma sabato 31 maggio sono state indette dimostrazioni anche nella capitale Ankara, a Smirne e Antalya, cuori della Turchia laica, e in diversi centri del Paese.
L’allarme per nuovi incidenti, dopo gli 8 morti e gli oltre 8 mila feriti del 2013, è alto, anche per la notizia di una nuova vittima della repressione della polizia: una 64enne di Istanbul è morta, dopo sei mesi di coma, per un infarto provocato dai gas lacrimogeni sganciati nei cortei anti-corruzione del dicembre scorso.

L’allerta è massima anche in Egitto, dopo il trionfo del generale Abdel Fattah al Sisi (93%) alle Presidenziale contestate Fratelli musulmani che hanno disertato le urne in massa.
All’aeroporto del Cairo, nelle piazze Tahrir e Rabea el Adawewa e in altre zone sensibili vige il coprifuoco, dopo le minacce della Fratellanza di «invadere le piazze» e scatenare «un’ondata di caos nel Paese».
Con il suggello delle urne al governo dei militari, migliaia di supporter del deposto Presidente Mohamed Morsi, leader della Fratellanza, sono scesi a sfilare in tutto il Paese, al termine della preghiera del venerdì. Cortei sono in corso al Cairo, in diverse zone della capitale, e nei governatorati di Giza, a Port Said sul Canale di Suez, a Kaliubeya, Damietta e Gharbeya sul Delta del Nilo, e infine a Beni Suef e Assiut, nel sud del Paese, con scontri e arresti.
Tra i dimostranti che chiedono la scarcerazione di Morsi, ai domiciliari, e di migliaia di detenuti politici, diversi sono rimasti intossicati dai lacrimogeni: «Oltre 23 mila arrestati cominceranno uno sciopero della fame e un sit-in di protesta nelle celle», hanno annunciato i vertici della Confraternita islamica.

Ma più che nei Paesi arabi i riflettori dell’Occidente sono puntati sull’Ucraina, dove si combatte aspramente sul fronte caldo dell’Est.
Il Governo di Kiev, che denuncia infiltrati ceceni («una quarantina morti in battaglia») a Donetsk tra i filorussi, non ha intenzione di interrompere «l’operazione antiterrorismo» scattata nel week-end scorso. «Gli atti criminali dei nemici del popolo ucraino saranno puniti», ha annunciato il neo Presidente ucraino Petro Poroshenko. Le azioni militari proseguiranno fino alla «piena normalizzazione» delle regioni orientali. Difesa e intelligence ucraine intanto rivendicano di aver «ripulito» il sud-ovest di Donetsk dai separatisti e aver colpito di un drone Olan 10 di fabbricazione russa.
Le milizie separatiste, viceversa, dopo l’abbattimento di un elicottero militare Mi-8 a Sloviansk, minacciano« l’attacco ai militari ucraini, rinforzati dalle milizie di Pravi Sektor» che controllano l’aeroporto di Donetsk.
«In città ci sono i silos per depurare l’acqua che contengono cloro. Se venissero colpiti sarebbe una catastrofe», ammoniscono i separatisti, che in mattinata hanno rilasciato i quattro osservatori dell’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa), catturati il 27 maggio scorso. Mentre Mosca accusa le forze armate di Kiev di «violare la Convenzione di Ginevra sulla protezione dei civili».

Nell’Est c’è preoccupazione anche per la crisi riesplosa i in Abkhazia, autoproclamata repubblica filorussa della Georgia dove è stato assaltato il palazzo presidenziale e la sede della tivù. Riconosciuto solo dal Cremlino e dai suoi Paesi satellite, il governo indipendentista è attaccato da un’opposizione che tuttavia non è chiaro da che parte stia: anche la Georgia teme infatti manovre di Mosca in stile crimeano. «Al momento però la situazione è molto fluida, non ci aspettiamo riflessi in termini di sicurezza», ha rassicurato l’Ambasciatore italiano a Tbilisi Federica Favi.
Alle prese con le consultazioni per il nuovo Europarlamento e la Commissione Ue, i leader europei tentano di rimarginare le ferite dell’avanzata euroscettica. I socialdemocratici tedeschi (Spd) al Governo nella Grosse Koalition hanno incalzato la Cancelliera Angela Merkel affinché «appoggi chiaramente Jean-Claude Juncker», osteggiato a supercommissario europeo dall’ala destra dei popolari europei (Ppe).
Alla fine anche Merkel ha dato il suo endorsement, pur ammettendo difficoltà oggettive all’interno del suo gruppo. Reduce dalla batosta contro l’estrema destra di Marine Le Pen, Oltralpe il Presidente Francois Hollande, fischiato nel sud della Francia, invia messaggi di speranza «Dal buio può apparire la luce. Avere fierezza del Paese è ancora possibile».

Se in Thailandia, dopo il golpe il capo della giunta militare ha spostato le elezioni di luglio non prima di «un anno e tre mesi», dalla prima pagina del ‘Times‘ («Salvate Meriam») il mondo resta mobilitato per la liberazione della giovane cristiana condannata a morte in Sudan per apostasia che, dopo aver partorito in carcere, in attesa di una nuova sentenza:
Sempre nel Continente nero, la Repubblica Centrafricana è ripiombata nelle violenze dei tumulti e della repressione.
All’alba migliaia di persone sono scese nelle strade della capitale Bangui e vicino all’aeroporto, per chiedere le dimissioni del Governo di transizione e la partenza delle truppe straniere francesi. Poi diversi suoni di spari, anche di raffiche di armi automatiche, sono stati uditi nel centro, vicino al Palazzo presidenziale. La calma è tornata nella città sotto coprifuoco, ma i morti degli scontri sarebbero almeno due e diversi i feriti.
L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati(Unhcr) di Ginevra ha poi comunicato che nell’attacco contro la Chiesa di Nostra Signora di Fatima, il 28 maggio a Bangui, hanno perso la vita 17 fedeli, tra le quali un prete. Altri 27 civili sono stati rapiti dagli assalitori.

 

 

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