giovedì, Aprile 22

La primavera dei Jacaranda field_506ffb1d3dbe2

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Sahar Delijani

Dopo il romanzo d’esordio del 2013, tradotto in 27 lingue e pubblicato in più di 75 Paesi, si è rimessa subito alla scrivania, per far nascere la sua nuova opera. La sua passione, raccontare l’Iran rivoluzionario che ha cambiato volto, è la sua “ossessione”, ci confessa con tono di voce delicato, quasi con stupore, Sahar Delijani, mentre è impegnata a promuovere ‘L’albero dei fiori viola’ (Rizzoli) in giro per l’Europa. Nel suo caso, Maometto non è andato alla montagna. Ma è la montagna a esserle venuta dirompentemente incontro, da quando, all’asta della London Book Fair del 2012, le case editrici internazionali si sono profumatamente contese i diritti del suo libro.

L’autore de ‘Il cacciatore di aquiloni‘ Khaled Hosseini ha scritto che la sua storia di ‘Children of the Jacaranda Tree‘ (titolo in inglese del romanzo), è «l’esaltazione dell’eterna brama di libertà del cuore umano». In Italia, la critica ha indicato Delijani, che vive a Torino con il marito italiano, come una delle protagoniste letterarie del 2013. Ma tanto clamore e sensazionalismo stridono, e non per demerito, con la lettura del romanzo e anche con la conversazione con la sua giovane autrice. Il tocco puro e leggero della sua penna si specchia nel parlare delicato di Sahar, quando ci spiega che, nel libro, le vicende personali e le invenzioni narrative si intrecciano, dando vita al racconto di una famiglia traumatizzata e smembrata dall’involuzione iraniana, per poi ricomporsi in mille altre vite – a volte anche felici – , lontano da Teheran.

Nata nella prigione di Evin nel 1983, dove i genitori erano detenuti perché oppositori politici, al pari dei bambini della grande famiglia dell’albero di jacaranda, Sahar è stata allevata, nell’infanzia, dai nonni. Come il padre di una protagonista del suo romanzo, uno zio è stato ucciso durante le esecuzioni di massa del 1988. E anche dopo che, nel 1996, la sua famiglia ha scelto di espatriare negli Usa, in California, la sua e altre storie hanno fatto da sottofondo continuo alla sua vita, “finché tutto non è venuto fuori scrivendo, senza neanche sapere come”. Riportare alla luce quegli anni bui, in questo come nel secondo libro in corso d’opera, è “un atto necessario di memoria”, racconta Delijani. Che, in un Iran in evoluzione, non chiude la porta a una possibile, futura riconciliazione.

 

Per te la letteratura è una grande e vecchia passione. Ma descrivere con uno sguardo intimo gli anni dopo la rivoluzione del 1979 era un obiettivo complesso, oltre che profondo, soprattutto per un romanzo di debutto. Per quanto tempo hai riflettuto sulla storia di questa famiglia, prima di metterti a scrivere?

Le storie sono state sempre molto importanti per me. Dopo la laurea in Letteratura comparata all’Università di Berkeley, in California, ho iniziato a scrivere racconti brevi, su varie riviste americane. Erano altre storie, altri argomenti. Ma in un modo o nell’altro, inconsciamente finivo sempre per arrivare a questo tema. Non ne ero consapevole, eppure il carcere, le esecuzioni erano già in un qualche luogo dentro di me: quando cresci sentendo sempre questa eco in famiglia e tra i parenti, non puoi rendertene conto, diventa la normalità e non pensi di scriverne. Ma poi, scrivendo, approdavo sempre lì. Così ho capito che gli anni tra il 1983 e il 1988 erano la mia ossessione e ho iniziato il romanzo.

Anche il secondo libro in fase di stesura si sviluppa da questo periodo storico: un buco nero per l’Iran, come i fatti tra il 2009 e il 2010, sui quali ancora c’è ancora chiarezza.  La prigione di Evin è un luogo simbolico, oltre che tristemente reale, delle migliaia di oppositori politici che, sin dai tempi dello Scià Mohammad Reza Pahlavi, sono stati detenuti e, nei casi più tragici, giustiziati in Iran

Neppure sulle esecuzioni del 1988, a più di 20 anni di distanza, sappiamo cosa davvero sia successo, cosa c’era dietro. Il regime non dà informazioni su questa repressione. Migliaia di detenuti sono stati impiccati e seppelliti in fosse comuni, come nel caso del fratello più giovane di mio padre o, nel libro, del 27enne Amir, padre di Sheida. Senza che le madri, le mogli e poi i figli abbiano mai avuto una tomba su cui piangere. Nel 1979 tutto il popolo iraniano era contro contro lo Scià, voleva la fine dell’imperialismo e della monarchia. Anche nei quattro anni successivi si parlava di democrazia e sistema multi-partito. La situazione è precipitata dal 1983. Da lì è iniziata la dittatura e chi, come la mia famiglia, aveva creduto nella rivoluzione di un Iran democratico a più voci, è diventato una vittima. Il pericolo, nelle rivoluzioni, è sempre il dopo. Non cercavamo un altro vincitore.

Nel libro racconti degli interrogatori di Evin ai giovani detenuti, spesso studenti. Nel caso della storia de ‘L’albero dei fiori viola‘, laici e marxisti. In un passaggio del libro si parla dei «migliaia di apostati, nemici di Dio giustiziati sommariamente» in carcere da una Commissione Speciale che chiedeva se fossero disponibili a «denunciare pubblicamente il materialismo storico». Quanto consapevole è stata, nel post 1979, l’adesione degli iraniani che volevano la fine dello Scià di Persia alla teocrazia islamica?

Dopo la caduta dello Scià il caos era enorme. La popolazione non aveva chiaro cosa fosse un modello di teocrazia, non si è resa conto dell’evolversi della situazione. Anche perché, per chi era musulmano non appariva strana la richiesta di portare il velo e coprire i capelli: lo si faceva naturalmente. Un movimento religioso va anche bene. Basta che poi non diventi un nuovo vincitore, imponendosi come voce unica. Inoltre, erano gli anni in cui, dal 1980, cominciava la guerra con l’Iraq, in un clima di sentimenti nazionalistici molto forti: in generale, un periodo molto duro e difficile per l’Iran. Sfociato, appunto, nella repressione dei detenuti del 1988, che fu anche l’anno della fine della guerra contro Saddam Hussein.

I figli dei funzionari che, in quegli anni, collaborarono con l’Ayatollah Ruhollah Khomeini e persino qualche suo collaboratore diretto – il leader del Movimento verde riformista Mir Hossein Mousavi, che tra il 1981 e il 1989 fu Primo ministro della Repubblica islamica e ora è agli arresti domiciliari – nel 2009 sono scesi in piazza contro le elezioni che riconfermavano l’ex Presidente Mahmoud Ahmadinejad, gridando all’imbroglio e innescando una nuova repressione. Vecchi e nuovi oppositori si sono ritrovati uniti nella protesta. E nel romanzo, Neda, nata in carcere nel 1983, si è innamorata e ama Reza, il figlio di un Guardiano della Rivoluzione che cinque anni fa è passato dall’altra parte. Con la memoria, c’è spazio per la riconciliazione?

La memoria della storia tragica è necessaria. È importante parlare, pensare, analizzare il passato. Il dolore delle madri che hanno perso i figli e dei figli che non hanno mai conosciuto i padri non potrà mai essere guarito. Le violenze e l’odio subiti non potranno mai essere dimenticati. Nonostante ciò, come nel racconto per Neda, per me la riconciliazione è già accaduta. Senza le proteste del 2009 non avrei mai terminato il mio libro così: immaginare di sedermi a parlare con chi era parte del regime e solo successivamente si sarebbe ribellato era un concetto impensabile, invece è successo. Il Movimento verde è stato un altro spartiacque: la storia, alla fine, è sempre la stessa. In un momento buio come il 1988, una risposta così dura e choccante come quella di Ahmadinejad contro chi non voleva abbattere il sistema, ma solo riforme interne, ha spinto la popolazione a reagire.  Anche il regime ha capito che per continuare a vivere doveva concedere qualcosa, andare avanti con la violenza fisica e politica del passato non era più possibile. Tantissimi, scesi in strada a Teheran a chiedere il cambiamento, avevano un passato molto diverso dal mio, abbastanza coinvolto con il regime. Eppure mi sono riconosciuta e ho creduto nell’Onda verde. Eravamo quasi nemici, adesso incredibilmente siamo amici. Per noi figli, il futuro è apparso lo stesso. L’idea, abbastanza condivisa, di un Iran democratico, aperto e laico da costruire nel tempo, attraverso le riforme, esiste ed è una speranza forte.

 

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