mercoledì, Maggio 12

La prima volta dei Vanilla Fudge

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Il 22 luglio 1967 è un venerdì e a New York fa molto caldo. Nonostante sia ormai scesa la sera nel Village Theatre non si respira. L’afa, il fumo delle sigarette e il calore dei corpi di centinaia di ragazze e ragazzi stordiscono molto di più della musica diffusa dalle grandi casse dell’impianto audio del locale, figlie di una tecnologia innovativa ma ancora molto pionieristica. Eppure, nonostante il caldo e le obiettivamente problematiche condizioni della sala, un gran numero di ragazze e ragazzi affolla all’inverosimile ogni angolo libero. Sfidando la calura estiva, aspettano il concerto dei Byrds, annunciato come l’evento principale del fine settimana. Il cartellone della serata prevede l’esibizione di due gruppi di contorno: i Seeds e i Vanilla Fudge. I primi godono di una discreta popolarità, ma i secondi sono quasi degli sconosciuti, anche perché fino a qualche mese prima si facevano chiamare Pigeons, e solo da pochissimo tempo hanno cambiato nome.  Come accade in questi casi le cosiddette ‘spalle’ sembrano destinate a fare le spese dell’impazienza degli spettatori, accaldati e ansiosi di applaudire la band principale.
Un mormorio insofferente accoglie l’ingresso sulla scena dei Vanilla Fudge
. Sono quattro. Vince Martell suona la chitarra e Carmine Appice la batteria. Il quartetto è completato Tim Bogert al basso e Mark Stein alle tastiere, forse meno sconosciuti degli altri perché hanno fatto parte dei Rick Martin and The Showmen.
Il gruppo si accomoda agli strumenti e senza dire una parola inizia a suonare una stralunata versione di ‘You keep me hangin’ on‘, un brano ‘leggero’ portato al successo dalle Supremes. Le note distorte delle tastiere e della chitarra, talora in leggera dissonanza, sorrette da una batteria che sembra suonare in controtempo, fanno scendere il silenzio e salire l’attenzione. Il pubblico, rapito, si lascia ipnotizzare dalla liquidità psichedelica della band.
L’esibizione segna l’inizio delle fortune dei Vanilla Fudge.

Scritturati dall’Atlantic, incuriosiscono i ragazzi di tutto il mondo con la loro musica, caratterizzata da un collage di citazioni classiche e rivisitazioni psichedeliche di canzoni famose. Il successo del singolo di ‘You keep me hangin’ on‘ spinge in alto nella classifica delle vendite anche il loro primo album intitolato semplicemente ‘The Vanilla Fudge‘. Sorretti da un’invidiabile tecnica strumentale, non hanno paura di rischiare il cattivo gusto quando cercano di filtrare attraverso personali versioni brani come la Sonata al chiaro di luna‘ e di ‘Per Elisa’, o quando in ‘Some velvet morning’ pasticciano con Stravinskij.
In Italia ottiene successo una loro versione psichedelica di ‘Bang bang‘, ma ai particolari trattamenti della band non sfuggono neppure brani dei Beatles (‘Eleanor Rigby‘ e ‘Ticket to ride’), o grandi successi come ‘People get ready‘.
Le grandi fortune del primo album non si ripetono nell’anno seguente, il 1968, per il pretenzioso ‘The beat goes‘. Non va meglio ai successivi ‘Renaissance‘, ‘Near the beginning‘ e ‘Rock’n’roll‘.

Come talvolta accade, con la stessa rapidità con la quale è arrivato il successo se ne va. Il gruppo viene progressivamente abbandonato dai fan. Nel 1970 i Vanilla Fudge si sciolgono ufficialmente. Non mancheranno tentativi di riprendere il cammino come la pubblicazione nel 1984 dell’album ‘Mystery‘, snobbato da critica e pubblico, ma il momento magico si è aperto e chiuso in quella breve fiammata alla fine degli anni Sessanta nonostante periodiche riunioni sull’onda della nostalgia.
Ai critici resta i il compito, il piacere o la perversione di gingillarsi con un dubbio su quel frullato di suoni che caratterizzava le loro esecuzioni: un’intelligente contaminazione tra varie forme musicali filtrate attraverso la psichedelìa o una furba e fortunata operazione commerciale?

 

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