sabato, Maggio 15

La prima unione economica africana? Quella che tra 20 anni potrebbe essere il più importante centro commerciale e industriale dell'Occidente

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Il continente africano è composto da 56 Stati: 23 ex colonie francesi, 22 ex colonie inglesi, 4 ex colonie portoghesi, 3 ex colonie belghe, 3 ex colonie  italiane. Solo la Liberia non è mai stata colonizzata anche se in realtà è storicamente un protettorato americano. Nel 2014 nel Continente ci sono ancora due colonie francesi: Isole Mayotte e Réunion e due inglesi: Isole Saint Helena e Isole Ascension Tristan da Cunha.

Causa il lungo periodo coloniale, oltre 150 anni, i vari paesi africani hanno maggior scambi commerciali con Europa, America e ora i paesi asiatici che tra di loro. Dagli anni settanta ci sono stati vari tentativi di creare dei blocchi economici tra il cui il più anziano è la Comunità Economica degli stati dell’Africa Occidentale (CEDEAO) meglio conosciuta con la sigla inglese di ECOWAS. Il blocco economico, creato il  28 maggio 1975, è in realtà controllato dalla Nigeria che lo utilizza per l’espansione regionale dei suoi mercati.

La maggior parte di questi blocchi economici non sono riusciti ad andare oltre il primo stadio dell’Unione Europea: la CEE che garantì il libero scambio delle merci. La Comunitá degli Stati dell’Africa Centrale (CEEAC) fu creata il 18 ottobre 1983 sotto iniziativa della Francia. La creazione della moneta unica CEFA non è stata seguita da una integrazione politica ed economica. La CEEAC è ancora allo stadio larvale dopo 31 anni dalla sua fondazione ed in pratica è uno strumento francese per meglio controllare le economie delle sue ex colonie. La Southern African Development Community – SADC (Comunità dell’Africa del Sud per lo Sviluppo), creata nell’aprile 1980 segue le sorti della ECOWAS, essendo controllata dal Sud Africa che, come la Nigeria, la utilizza come valvola di sfogo per i suoi mercati. Una situazione che ora potrebbe cambiare grazie all’emergere di una seconda potenza economica: l’Angola.

Solo la East African Community –EAC (Unione dell’Africa Orientale) è il blocco economico più avanzato che in dieci anni potrebbe raggiungere eguale statuto organizzativo dell’Unione Europea con parlamento e moneta unica.

La EAC si basa sulla unione economica delle colonie di Kenya e Uganda attuata dalla Gran Bretagna nel 1917 quando furono attivate moneta e frontiere uniche. La Tanganika (attuale Tanzania) raggiunse questa unione nel 1927. Nel 1948 l’unione si trasformò nel East African High Commission (Alto Commissariato del Est Africa) che durò fino al 1961 quando i tre paesi ottennero l’indipendenza.

Il primo tentativo di creare la moderna East African Community fu attuato nel 1967 da Kenya, Uganda e Tanzania. Tentativo collassato dieci anni dopo, nel 1977 a causa delle conflittualità tra i tre paesi fondatori che portarono ad una guerra tra Tanzania e Uganda e l’isolamento del Kenya. Il progetto fu ripreso alla fine degli anni novanta. Nel 2009 Burundi e Rwanda entrano a pieno diritto nella EAC e dal 2012 vi è il progetto di inglobare anche il Sud Sudan. Progetto attualmente ibernato a causa della guerra civile in corso nella più giovane nazione africana. Anche il Sudan e la Somalia hanno richiesto di divenire Stati membri. La richiesta di Khartoum è stata rifiutata nel dicembre 2011 causa l’opposizione di Tanzania e Uganda che non ritenevano opportuno di inglobare un paese noto per le violazioni dei diritti umani e la politica segregazionista dei neri africani. La richiesta di Mogadiscio è stata rifiutata nel dicembre 2012 causa l’instabilità ancora presente nel paese. Alcuni economisti regionali ritengono che il rifiuto dato a Sudan e Somalia rappresenti un errore politico in quanto i due paesi all’interno della EAC avrebbero contribuito a diminuire le tensioni tra i due Sudan ed accelerare il processo di stabilizzazione in atto nella Somalia.

Ci sono voluti 15 anni per consolidare l’idea di una unione sul modello europeo nella regione. Ora si sta puntando dritto verso l’abolizione delle dogane (già parzialmente attuata), un parlamento centrale (probabilmente ad Arusha, Tanzania), moneta unica. Le intenzioni della EAC sono quelle di andare oltre all’esperimento europeo creando anche una difesa e una cittadinanza uniche e dotare di pieni poteri il Parlamento centrale. I target dovrebbero essere raggiunti entro il 2020.

La East African Community ha avuto la fortuna di osservare la prima fase dell’Unione Europea e comprendere gli errori compiuti al fine di evitarli. Non è un caso che l’unione monetaria è soggetta ad un periodo di realizzazione di 10 anni. Gli stati membri vogliono gettare solide basi per la moneta unica: armonizzazione delle politiche fiscali e del sistema bancario, e controllo dell’inflazione, ormai ad una sola cifra. L’unione monetaria sarà preceduta dall’unione politica in modo di creare un mega ministero delle finanze capace di strutturare le politiche monetarie dei singoli paesi prima dell’introduzione della moneta unica. Queste precauzioni, secondo gli esperti, dovrebbero evitare l’impatto negativo che ha avuto la prematura introduzione del euro in Europa e consolidare il sentimento di appartenenza dei singoli cittadini dell’unione, sentimento totalmente assente in Europa.

La fase attuale è la più delicata. Come nel caso europeo, dove si assistono mire imperialistiche di Francia e Germania, anche nell’Africa Orientale si assiste alla nascita di due potenze regionali: il Kenya dal punto di vista economico e l’Uganda dal punto di vista militare. L’attuale precarietà politica e le ondate di terrorismo che hanno colpito il Kenya stanno favorendo l’Uganda che entro dieci anni dovrebbe diventare anche un importante attore economico a livello regionale grazie allo sfruttamento dei suoi giacimenti petroliferi oltre a quelli congolesi e sud sudanesi. In questo momento la figura politica regionale trainante e più importante è il presidente ugandese Yoweri Museveni, che incarna la classica figura del dittatore illuminato.

Dal 2012 si assiste ad un pericoloso fenomeno conosciuto in Europa: l’unione a due velocità. Mentre Kenya, Uganda e Rwanda stanno avanzando a tappe forzate verso gli obiettivi politici ed economici prefissati, Burundi e Tanzania giocano il ruolo di freno. La Tanzania teme di essere fagocitata economicamente dal Kenya e politicamente dall’Uganda. In questa delicata situazione si sono inserite le strategie geo-strategiche della France-Afrique.

La East Africa Community rappresenta un pericolo mortale per Parigi in quanto segnerebbe la fine del sogno di riconquista delle precedenti zone di influenza in Burundi e Rwanda e rappresenterebbe uno slancio per la balcanizzazione della Repubblica Democratica del Congo. L’est di questo gigante malato è orientato verso l’Africa Orientale per similitudini etniche originate dalla esistenza di numerose tribù transfrontaliere e per necessità economiche commerciali. L’assenza di strade che colleghino l’est del Congo con il resto del paese obbliga le due provincie del Kivu a orientarsi verso la East African Community.

Nel 2013, approfittando della guerra civile causata dalla ribellione Banyarwanda del M23, la Francia ha creato solide alleanze con il governo tanzaniano, favorendo la creazione dell’asse Bujumbura-Dodoma, le capitali del Burundi e Tanzania. Queste alleanze non si basano su un progetto economico alternativo o parallelo a quello della EAC ma su antichi odi etnici e perse glorie degli imperi bantu nella regione che storicamente sono in contrapposizione con le etnie tutsi che attualmente influenzano le decisioni militari, economiche e politiche in Kenya, Uganda e Rwanda.

Il prossimi 15 anni saranno cruciali per la riuscita o il fallimento della EAC. Attualmente ognuno dei paesi membri deve affrontare seri pericoli interni. Il Burundi deve superare la contrapposizione hutu-tusti assicurando una maturità democratica permanente e irrevocabile. Il Kenya deve consolidare la sua democrazia e diminuire la corruzione dilagante, superando a sua volta la contrapposizione etnica tra Kikuyu, Kalenjne e Luo. La Tanzania deve superare la sua xenofobia e la sua mentalità di stato autarchico creata dal primo presidente Julius Kambarage Nyerere.  L’Uganda deve gestire al meglio il delicato passaggio della Dinastia Presidenziale in atto, certamente non democratico, ma considerato come l’unico rimedio ad un probabile futuro di caos nazionale che potrebbe verificarsi nel post Museveni,  mentre il Rwanda deve relegare al passato la sua sindrome israeliana causata dal genocidio del 1994 che la porta ad instaurare aggressive politiche estere soprattutto nel vicino Congo.

Questi pericoli se non affrontatati adeguatamente possono portare a scenari spaventosi. Genocidio in Burundi e Rwanda, disintegrazione socio-economica del Kenya, secessione della Repubblica del Zanzibar dalla Repubblica del Tanganika, caos politico e sociale in Uganda con secessione del Regno dei Buganda.

Per evitare questi rischi, che segnerebbero per la seconda volta la fine del  progetto e riporterebbero la regione in uno stato di guerre perenni e povertà, si è creata una aggressiva e determinata troika: Kenya, Rwanda, Uganda unita sotto la sigla (CoW Coalition of Willing  – Coalizione di Intenti) che ha deciso di imporsi come leader del processo di unificazione utilizzando il loro peso militare ed economico.

Nel dicembre 2013 i tre paesi hanno siglato una ferrea cooperazione militare che tende a creare le prime basi per la difesa unica dell’Africa Orientale. Un mese prima i tre paesi hanno deciso di forzare la mano attivando la fase di ingenti finanziamenti per creare le necessarie infrastrutture che permettano all’Africa Orientale di divenire un’unica entità.

I principali progetti in fase di realizzazione sono la creazione di una adeguata rete ferroviaria, il potenziamento dei porti di Mombasa e Lamu, la realizzazione di due mega raffinerie regionali una a Mombasa e l’altra e Hoima (nord Uganda), un oleodotto unico che da Hoima sfoci alla città portuaria keniota di Lamu, il potenziamento della rete stradale ed elettrica, l’unione tariffaria delle telecomunicazioni, il potenziamento della rete internet e del e-commerce e la piena applicazione della dogana unica.

La troika si basa su una strategia semplice quanto lineare. La realizzazione di queste necessarie e strategiche infrastrutture non può attendere la risoluzione delle frizioni con Burundi e Tanzania. Per contrastare le idee nazionalistiche etniche dei due paesi “ribelli” sempre più sotto l’influenza di Parigi, da una parte la troika è pronta ad un contenimento militare e dall’altra offre l’integrazione alla realizzazione delle mega opere pubbliche che coinvolgono direttamente Burundi e Tanzania.

Secondo alcuni esperti regionali i due paesi ribelli commetterebbero un suicidio se permettessero alle idee etniche bantu e le influenze francesi di prevalere. Il Burundi sarebbe costretto a contare sulla precaria economia del Congo e la Tanzania sarebbe fagocitata dall’imperialismo economico sudafricano ben più deleterio e aggressivo di quelli keniota e ugandese.

In generale l’economia dei cinque stati della EAC registra una media di crescita annuale del 5,6% con prospettive dei prossimi cinque anni di crescita superiore a quella registrata dalla Cina, attualmente in fase di rallentamento. I paesi dell’Africa Orientale detengono i principali giacimenti di petrolio e gas naturale nella regione, stanno progressivamente uscendo dall’economia “aid-dependent” (l’economia dipendente dagli aiuti occidentali, che ancora rappresenta dal 40 al 30% dei budget nazionali) e vi sono forti possibilità che diventino paesi industrializzati entro i prossimi 20 anni.

Anche sul fronte sociale la povertà assoluta è in progressiva diminuzione anche se si assiste al sorgere del fenomeno dei due estremi (sempre più ricchi e sempre più poveri), aggravato dal ancora irrisolto problema della disoccupazione giovanile e dei bassi salari.

Le sfide della East African Community sono molteplici. Creare una irreversibile integrazione sociale ed economica regionale per evitare i perenni conflitti normalmente su base etnica, rafforzare le rispettive democrazie e apparati giudiziari, attivare la rivoluzione industriale, attrarre maggiori investimenti stranieri, riuscire a sfruttare per la crescita interna socio-economica la manna petrolifera evitando i disastri della Nigeria, promuovere la creazione di una classe industriale indigena, rafforzare le piccole e medie imprese, diminuire sensibilmente la corruzione, rafforzare gli scambi commerciali interni.

La East African Community, se riuscirà a sconfiggere le forze centrifughe di odio etnico e le ingerenze francesi che tendono alla sua disintegrazione, rappresenterà tra 20 anni il più importante centro commerciale ed industriale del continente.  Già ora l’Unione dell’Africa Orientale, rappresenta un appetitoso mercato per le multinazionali non solo per quanto riguarda i settori idrocarburi e infrastrutture ma per il mercato interno e le sue attuali potenzialità. Si parla di 149.959.317 milioni di potenziali consumatori con una base di piccola media borghesia di circa 42 milioni di persone che sono la fortuna di vari settori tra i quali la telecomunicazione e telefonia.

Per comprendere questo affascinante e complesso processo di unità regionale L’Indro dedicherà due consecutive rubriche settimanali. La prima: EAC Lavori in corso esaminerà in dettaglio i mega progetti in fase di realizzazione. La seconda: EAC la sfida regionale, esaminerà quali sono le possibilità di creare un’unione armoniosa regionale che ponga fine ai ciclici conflitti e genocidi, le difficoltà e i rischi di fallimento. Alla fine di ogni articolo saranno pubblicate le informazioni relative alle gare pubbliche internazionali più interessanti.

 

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