mercoledì, dicembre 19

La prima battaglia della Difesa Europea sarà con la NATO Come la difesa europea si svilupperà rispetto al rapporto con la NATO? Intervista al Prof. Salvatore Aloisio dell'Accademia Militare di Modena

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Negli ultimi due mesi si è riaperto con intensità il dibattito sulla possibilità di creare un esercito europeo all’interno del meccanismo di difesa comune tra i Paesi dell’Unione. Merito di questo salto in avanti è stata l’istituzione della Cooperazione Strutturata permanente sulla difesa PeSCo attivata da una larga maggioranza di Paesi dell’UE.

Si tratterebbe di uno sforzo per organizzare e monitorare gli investimenti nella difesa di ciascuno Stato membro, arrivare allo sviluppo di tecnologie comuni, fino persino alla partecipazione congiunta alle operazioni militari. Non si tratta ancora di un esercito europeo, prerogativa che rimane ancora in capo agli Stati sovrani, ma di un primo approccio alla gestione comune delle problematiche e degli investimenti in materia di difesa.

La scelta è stata compiuta a fine 2017 attivando gli articoli 42 e 46 dei Trattati europei. Esiste già inoltre da qualche mese un Fondo europeo per la Difesa, per aprire una voce di bilancio congiunta su alcune, seppur pochissime, spese comuni.

La tematica della Difesa comune è antica. Se ne parlava già dagli anni ’50, quando il cammino di integrazione europea muoveva i suoi primi passi. Ma nel 1952 un voto contrario dell’Assemblea Nazionale francese fece arenare qualsiasi programmazione dell’allora CED (Comunità Europea di Difesa). Da quel momento la difesa diventò una specie di tabù.

Con questo nuovo passo si potrebbe però arrivare a traguardi comuni anche in questa materia molto delicata. Il cammino sembra comunque ancora lungo. A prescindere dalle tempistiche, qualora i Paesi europei intendessero istituire un vero e proprio esercito o meccanismo di difesa comune, con tanto di organico militare, si porrebbe il problema del suo rapporto con la NATO, l’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico.

La NATO, per quanto creata con lo scopo di contenere il rischio di invasione sovietica durante la Guerra Fredda, esiste ed opera ancora oggi nonostante il Muro di Berlino sia caduto da oltre venticinque anni. L’Organizzazione detiene numerose testate nucleari su suolo europeo, dislocate in buona parte anche in Italia, ed è giuridicamente integrata nel sistema dell’Unione Europea. Per quanto non abbia alcun legame diretto con l’Unione, la NATO, che è una vera e propria alleanza militare, è citata a più riprese nei Trattati europei.

Ad esempio al già citato articolo 42 recita “la politica dell’Unione a norma della presente sezione non pregiudica il carattere specifico della politica di sicurezza e di difesa di taluni Stati membri, i quali ritengono che la loro difesa comune si realizzi tramite l’Organizzazione del trattato del Nord-Atlantico (NATO), nell’ambito del trattato dell’Atlantico del Nord, ed è compatibile con la politica di sicurezza e di difesa comune adottata in tale contesto.

Fintantoché la cosiddetta difesa europea non avrà un organico militare è chiaro che non sarà inconciliabile con l’esistenza della NATO, tuttavia è logico ritenere che una sua evoluzione quale esercito europeo comporterà la necessità di risolvere una coesistenza impossibile tra due meccanismi che di fatto si andrebbero a sovrapporre.

Abbiamo intervistato il Prof. Salvatore Aloisio, ordinario di Diritto Pubblico al corso di Scienze Strategiche dell’Accademia Militare di Modena per avere delucidazioni in merito.

 

Sono decenni che si parla di difesa europea ed esercito europea. È un’ipotesi realizzabile?

È una valutazione opinabile, direi che rispetto al passato si stanno facendo dei passi avanti concreti, anche molto recenti. Non possiamo fare un paragone con il periodo della CED e del suo fallimento negli anni ’50, perché si tratta di un momento politico e storico militare diverso. Dalle intese di Maastricht in avanti, poi attraverso Lisbona e, ora, con la decisione di attivare una Cooperazione Strutturata, la cosiddetta ‘PESCO’, si è riaperto un cantiere che sembrava abbandonato. La decisione di avviare la PESCO sta alla difesa europea come il sistema monetario europeo sta all’Euro. Siamo in una fase iniziale. Può portare a tutto o a niente, ma in tempi seppur lunghi si può arrivare a questo risultato.

A parole sembrano tutti d’accordo, però poi… Nel 2018, chi non vuole la difesa comune?

Paradossalmente la scelta della Cooperazione strutturata ha avuto un’ottima adesione da parte di diversi Paesi. È chiaro che qualora si riuscirà a stringere il cerchio ulteriormente, facendo qualche avanzamento, qualche partner si potrebbe perdere. Per il momento hanno aderito anche Paesi che un tempo erano più scettici. Il mutato panorama geopolitico, l’esigenza di una sicurezza più stabile e l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione hanno paradossalmente facilitato il processo. Anche se con gli accordi di Saint-Malo la Gran Bretagna aveva già in qualche modo accettato una strada comune.

Come vedono questa possibilità i Paesi di recente ingresso ad Est?

Mi sembra che ci siano posizioni eterogenee, non come poteva essere un tempo dove si tendeva a considerare l’Est Europa come un blocco sostanzialmente simile. Tra Polonia, Ungheria e Paesi Baltici ad esempio ci sono diverse sfumature. È chiaro che questi paesi sono mossi anche un forte timore verso la Russia, cosa che potrebbe aumentare la volontà di integrarsi a livello europeo, anche se allo stesso tempo c’è il rischio di alcuni di questi Paesi, proprio per il timore russo, intendano avvicinarsi di più alla NATO che ad un ipotetico esercito europeo. L’alleanza atlantica è più forte e sicura. Ma il ragionamento del posizionamento dei Paesi dell’Est direi vada al di là della semplice cooperazione strutturata che abbiamo oggi.

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