giovedì, Ottobre 21

La presa di Deir Ezzor e il corridoio sciita che cambierà il Medioriente Il commento del professor Georg Meyr e dell’ammiraglio Sanfelice

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II vero asso nella manica degli Stati Uniti è dato dalle milizie curde addestrate ed armate dal Pentagono nella valle dell’Eufrate, già impegnate nella lotta contro l’Isis a Raqqa. Mentre le truppe siriane entravano a Deir Ezzor, le milizie curde si sono spostate verso Sud su impulso dei consiglieri americani arrivando a pochi chilometri di distanza dall’esercito di Assad. Un intervento che secondo il professor Meyr: “E’ il contrasto, chiaramente, alla vittoria di Assad, che si sta trafilando a Deir Ezzor. Non piace la liberazione di quella città la quale, più che un  simbolo, perché  forse i simboli erano Mosul, Raqqa, eccetera, è un crocevia strategico per la realizzazione del corridoio. In qualche modo, se si può ostacolare nei limiti dell’accettabilità e senza ovviamente attaccare i caccia russi che intervengono nella zona, questo viene fatto sicuramente, pertanto anche lo spostamento dei curdi è un freno al dilagare verso Oriente delle forze di Assad”.

Gli Stati Uniti intendono utilizzare le milizie curde come ‘pedine’ del delicato gioco mediorientale, al fine di sbarrare la strada ad Assad e all’alleato iraniano e di allontanare nel tempo la realizzazione del temuto corridoio sciita. Ed i curdi sono pedine certamente sacrificabili nell’ottica di un disegno più grande. “Sono popolazioni purtroppo martoriate, che vivono a cavallo tra un po’ tutti gli stati dello scenario del vicino Medio Oriente e che cercano una loro dimensione possibilmente statuale e non soltanto una dimensione nazionale che già hanno”, ricorda il professor Meyr, “Esiste comunque una nazione curda, però non esiste – come sappiamo – lo stato curdo: pertanto i curdi possono rendersi disponibili a pressioni facilmente immaginabili. E’ facile immaginare il baratto, ti sostengo per uno stato curdo ma tu intanto mi aiuti a fare quello che serve, anche se poi le cose non andranno in tal senso perché sappiamo che lo stato curdo nella realtà non lo vuole nessuno nell’area”.

Il sostegno ai curdi proseguirà anche a costo di creare ulteriori tensioni con la Turchia. “Le relazioni fra Usa e Turchia ormai non sono più quelle dell’idillio di decenni in cui comunque la Turchia moderatamente democratica, definiamola così, prudentemente democratica, tuttavia era un ferreo e sicuro alleato occidentale contro Unione Sovietica e minacce di ogni tipo nella area in questione. L’impressione è che gli Stati Uniti non stiano investendo in maniera particolare con la Turchia di Erdogan né Erdogan stia cercando più di tanto di attirarsi il grande sostegno ulteriore e prolungato degli Stati Uniti” aggiunge il professore.

Mentre le tensioni aumentano la Russia, storica alleata di Assad, continua a giocare un ruolo da protagonista. I propositi del presidente russo Putin, secondo la testimonianza del professore, sono molto chiari: “Portare nuovamente Assad alla guida del paese e acquisire enormi meriti come Russia per il ruolo rivestito nella riconquista faticosissima della sovranità centrale di Damasco, per poi pilotare il paese verso una qualche forma, bisogna essere anche prudenti con le parole, e di democraticità almeno parzialmente accettabile sotto il profilo internazionale che passi attraverso un qualche voto dell’intero Paese”.

Il grande ‘peso contrattuale’ che la Russia possiede in Siria potrebbe surriscaldare ancora di più le già complesse relazioni bilaterali fra Usa e Russia. Ma su questo punto, l’ammiraglio Sanfelice ricorda come le apparenze possano ingannare: “Gli Stati Uniti e la Russia stanno giocando da sessant’anni a questa parte al gioco che a Napoli si chiama dei ladri di Pisa che litigano ogni giorno e di notte vanno a rubare insieme. Gli Stati Uniti e la Russia sono in accordo su alcuni elementi ed in profondo disaccordo su altri. Quando loro  vogliono far vedere che litigano tirano fuori questi argomenti e li danno alle stampe con grande evidenza, però sia gli usa che la Russia hanno un interesse comune: gli estremisti non li vogliono a capo della galassia islamica”.

Nella delicata partita siriana, invece, pare improbabile un ruolo rilevante da parte dell’Europa a causa della mancata elaborazione  di una politica estera autonoma. A proposito del Vecchio Continente il professor Meyr ammette che “noi europei, pur non volendo dare una immagine troppo nichilista, non credo che abbiamo una reale possibilità di condizionamento diretto.  Ci sono degli impegni anche dell’Italia per l’addestramento e la difesa di punti strategici, dighe e quant’altro però un ruolo inteso come Unione Europea, non riesco a vederlo. Se parliamo di singoli paesi, magari sulla scia degli Stati Uniti o anche per vecchi rapporti diretti, sì , ma l’ Unione Europea purtroppo,  e lo dico con tristezza, ancora non è in grado di esprimere politiche congiunte. Il settore della politica estera rimane ancora uno degli assoluti incompiuti degli accordi di Maastricht, siamo assolutamente indietro, non c’è assolutamente una possibilità”.

Anche per quanto riguarda le capacità militari europee il giudizio, questa volta espresso dall’ammiraglio Sanfelice, è pessimista. “L’Europa  non ha potenza militare, l’ha persa, l’ha persa sessant’anni fa e non è stata in grado di ricostruirla. Quindi quando uno è debole non riesce ad influire sugli eventi e le armi non è che uno ce le ha per usarle, il semplice possesso conferisce credibilità al negoziatore. Gli Usa sono ascoltati  di più rispetto a quanto non sia ascoltata l’Europa perché, come diceva il presidente Theodore Roosevelt, hanno the Big Stick, il grande bastone”. E la realizzazione di un progetto di una difesa comune europea richiederebbe, in ogni caso, dai quindici ai vent’anni: “Quindi il progetto  di difesa europea è un progetto a lungo termine. In questo momento la difesa europea non potrà che essere una unione di debolezze senza un apprezzabile risultato a breve termine”.

La costruzione del corridoio sciita muterà la geopolitica del Medioriente. Molti gli attori in gioco, gli interessi, le possibilità di conflitto. In tale scenario l’unica arma da usare,secondo l’ammiraglio Sanfelice  “è quella di fare il negoziatore, cercare di convincere le varie parti, tentare di metterle d’accordo, cercare di evitare  azioni estreme, diciamo de-escalare il conflitto. La diplomazia italiana si è affermata nella regione non da ieri e può riuscire quanto meno ad evitare che il conflitto diventi sempre peggio”. Solo in tal modo, forse, si potrà arrivare alla fine della guerra ed ottenere una pace duratura.

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