sabato, Aprile 10

La precarietà in Parlamento

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Il caso di Andrea Marcolongo, la ghostwriter del premier Renzi che ha deciso di rinunciare agli allori della gloria per far valere il diritto alla dignità professionale contro il mancato riconoscimento retributivo, ha riaperto un capitolo spesso ignorato o travisato dall’opinione pubblica, quello del precariato nella comunità degli assistenti e dei collaboratori parlamentari.
Una comunità puntiforme alla quale si aggiungono giornalisti, web editor, messi alla gogna dal tribunale popolare poiché considerati l’élite dei ‘prescelti’ per una carriera luminosa e brillante, spesso in discesa a fronte di altre forme di precariato, dove il percorso è aspro e scosceso.
Eppure, attraverso un’anamnesi più approfondita, si scopre che il ‘dietro le quinte parlamentare è ben diverso dall’immagine stereotipata di chi vive tra i lustri di un ruolo privilegiato.
Tale visione non tiene conto dell’esistenza di uno spazio sommerso, entro il quale giovani competenze nel settore della divulgazione politica sono spronati a crescere nel mondo della comunicazione politica.
L’alto spessore professionale del collaboratore o dell’assistente parlamentare, che è ruolo ben diverso dal giornalista, nonché le sue competenze in ambito giuridico, costituzionale ed economico, fanno sì che egli non sia impiegato in funzioni di ordinaria amministrazione, e che non assuma il semplice ruolo di portavoce o di mediatore con la stampa.
Il collaboratore parlamentare non si limita a redigere comunicati o a trascrivere atti burocratici, ruolo spettante ai giornalisti parlamentari, bensì sovente partecipa a riunioni, commissioni, assemblee, entrando anche nel merito delle deliberazioni, quanto meno fornendo il supporto delle proprie qualità professionali al servizio del parlamentare presso cui lavora, il quale spesso chiede la sua consultazione ‘tecnica’ per prendere decisioni importanti.
Tutte queste funzioni, che trascendono la mera descrizione di ‘portaborse’, utilizzata spesso con una sfumatura semantica sprezzante, sono incarnate in un ruolo che non suscita le simpatie dell’opinione pubblica. L’intervista al collaboratore parlamentare Riccardo Malavasi serve a comprendere meglio, nei limiti del possibile, un territorio aspro e ancora non ben definito, quello della contrattazione parlamentare che non ha una regolamentazione precisa, univoca e lineare. Per usare le parole di Malavasi c’è un «vuoto normativo» da colmare, quello da cui scaturisce una estrema atipicità delle forme contrattuali poste in essere.

Chi è il collaboratore parlamentare Riccardo Malavasi
Laureato magistrale in Scienze politiche, organi decisionali e di governo presso l’Università degli Studi di Firenze, dopo un percorso di formazione presso il Dipartimento Diritti e Pari Opportunità presso la Presidenza del Consiglio con Specializzazione in Diritto e Organizzazione della funzione parlamentare promosso dall’ARSAE di Napoli, l’Associazione sulle ricerche e studi sulla rappresentanza politica nelle assemblee politiche, è approdato al ruolo di collaboratore parlamentare, prima con funzione di consulente legislativo dedito ai lavori parlamentari presso la Commissione Giustizia, tra il 2009 e il 2010, poi, tra il 2011 e il 2013, ha assunto il ruolo di Capo Segreteria presso la Camera dei Deputati con funzione legislativa, politica, comunicativa, ghostwriter e di campagna elettorale, per poi assumere le medesime funzioni come collaboratore parlamentare dal 2013 a oggi. Nel frattempo, coltiva la sua esperienza accademica in qualità di Collaboratore e Cultore della Materia del Professore Roberto D’Alimonte, docente di Sistema Politico Italiano alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università LUISS di Roma. Abbiamo preso in esame il suo profilo in quanto, con la sua lunga formazione, rappresenta l’emblema di una formazione che si prolunga ben oltre l’accezione del semplice ‘portaborse’ e abbiamo ascoltato la sua voce per comprendere meglio il punto di vista di una competenza di alto profilo che conosce l’annoso problema del precariato nel mondo della collaborazione parlamentare.

Dott. Malavasi, È una piaga di cui in pochi parlano, quella del precariato nella stampa parlamentare. Qual è il punto di vista di chi vive questo mondo dall’interno?

Innanzitutto bisogna distinguere il ruolo del collaboratore parlamentare da quello del giornalista. Un conto sono i giornalisti che lavorano alle dipendenze di un parlamentare e che si occupano di comunicazione. Un altro, sono i giornalisti che lavorano dietro le quinte del Parlamento e che, pertanto, sono indipendenti dal deputato o dal senatore, in quanto il loro ruolo professionale afferisce alle agenzie di stampa presso cui sono assunti. Ciò non toglie che nella rosa dei collaboratori parlamentari ci possono essere anche dei giornalisti. È opportuno anche precisare che la Presidenza del Consiglio ha già un sistema chiaro per l’assunzione del personale di nomina politica. Alla Camera invece vi è un chiaro vuoto normativo in quanto non è chiaro in che modo un deputato possa assumere i propri collaboratori. Mi spiego meglio: vi è un fondo che si chiama ‘spese dell’esercizio del mandato’, il quale prevede che ogni parlamentare possa assumere un proprio collaboratore, ma non è chiaro a quali condizioni.

Mi sta dicendo che in Italia, nonostante sia stato redatto nel 2007 un disegno di legge che stabilisce a chiare lettere maggiore trasparenza nella contrattazione nel rispetto dei diritti e dei doveri del collaboratore parlamentare, non vi sono passi in avanti in merito alla lotta contro il precariato?

Devo dirle che dopo quel disegno di legge ci sono stati altri provvedimenti che non hanno contribuito a colmare quel vuoto normativo di cui ho accennato. I contratti sono per lo più a legislatura e le assunzioni avvengono per lo più con Co.Co. Pro. (contratti di collaborazione a progetto). Le posso garantire che, al momento, la Camera e il Senato non impongono, ma nemmeno suggeriscono, ai deputati e ai senatori un preciso modello contrattuale con il quale assumere un collaboratore. Di conseguenza, ciascuno è libero di proporre qualsiasi tipo di forma contrattuale, nei limiti del legittimo.

Da dove provengono i fondi con cui vengono finanziati i collaboratori parlamentari?

Sono quelli messi a disposizione dalla Camera e dal Senato che assicurano al deputato o al senatore la possibilità di utilizzarli per spese che devono essere poi bilanciate. Ogni parlamentare, quando assume un collaboratore per diverse funzioni (agenda, ghostwriter, comunicazione, social media ect.) assicura un tot mensile che è tenuto a rendicontare al 50%.

Veniamo a una questione squisitamente politica. In questi mesi si è parlato fino allo sfinimento di Jobs Act e di contratto a tutele crescenti. Si parla poco dell’attuale riforma del lavoro riferita alla condizione dei collaboratori parlamentari. Che cosa prevede l’attuale legislazione in merito alla loro stabilizzazione?

Non credo si possa parlare di una stabilizzazione dal momento che il collaboratore parlamentare è legato ad una carica elettiva che ha un termine. Detto questo è innegabile che il Jobs Act introduca numerose innovazioni. Innovazioni che di riflesso avranno degli effetti anche sul rapporto fra parlamentare e proprio collaboratore. Il modello in vigore per il Parlamento Europeo è quello più completo e al quale l’Italia secondo noi dovrebbe ispirarsi, in quanto c’è una normativa precisa che disciplina in profondità il rapporto tra il parlamentare e il collaboratore. Ma sino a quando non verranno approvati i decreti attuativi difficilmente il dibattito potrà ripartire. Siamo in attesa di ulteriori sviluppi, che sicuramente ci saranno una volta che l’iter della nuova riforma del Lavoro sarà completamente definito.

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