mercoledì, Aprile 21

La polveriera carceri è pronta ad esplodere Flick: il nostro sistema non rispetta la costituzione

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 Il presidente emerito della Corte Costituzionale, nonché ex ministro della Giustizia Giovanni Maria Flick, in queste ore fa notizia perché si valuta – così riferiscono le agenzie – un possibile buon presidente del Consiglio; aggiunge che non gli garba per nulla l’attuale discussione in corso sul “contratto” che il leader del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio offre alla Lega e al Partito Democratico, come se fossero organizzazioni politiche intercambiabili. Flick dice di preferire il termine-concetto di “compromesso”, che, specifica, è cosa ben diversa da “inciucio”.

Al di là dei funambolismi lessicali, di Flick piace, qui, ricordare una sua intervista rilasciata qualche mese fa al quotidiano napoletano Il Mattino; l’intervistatore chiede quale tema, legato alla giustizia, pensa debba essere inserito nel dibattito della campagna elettorale. Flick risponde: “Sicuramente quello delle carceri“. Naturalmente il presidente ha ragione, anche se la realtà è stata diversa, e lo si poteva ben intuire anche al tempo dell’intervista. Non solo il tema delle carceri è rimasto escluso dall’agenda politica di tutti i partiti che hanno preso parte alle elezioni, nessuno escluso. Proprio la più generale e vasta questione della giustizia si è preferito ignorare ed eludere. Flick poi ricorda che “il nostro sistema carcerario non rispetta la Costituzione. L’articolo 27 parla di rieducazione e di trattamenti non contrari al senso di umanità. Eppure, nell’ultimo anno ci sono stati 52 suicidi di detenuti”.

  Ecco: piacerebbe che questi temi, questi nodi, venissero affrontati, discussi. Anche perché la strage nelle carceri prosegue, silenziosa, implacabile. L’ultimo “evaso” definitivo di cui ho notizia è un detenuto di origine marocchina; si è impiccato alla finestra del bagno della sua cella nel carcere fiorentino di Sollicciano. Era in attesa di giudizio, e si trovava nel reparto degenza per problemi psichici.

  Detenuti, e non solo loro. Tutta la comunità penitenziaria è in sofferenza.  

  Sono 35 i suicidi e 2.250 le aggressioni subite tra il 2013 e il 2017 dagli agenti di polizia penitenziaria. Un trend che sembra essere in continuo aumento e che svela le reali condizioni di lavoro del corpo. È il fenomeno registrato da dati ufficiali raccolti dalla Funzione Pubblica Cgil Polizia Penitenziaria attraverso la campagna “Dentro a metà”, lanciata proprio per mostrare le condizioni di vita e di lavoro del personale di Polizia Penitenziaria. “Dati che segnalano una condizione di vita e di lavoro allo stremo delle possibilità“, dice Massimiliano Prestini, coordinatore nazionale della Fp Cgil Polizia Penitenziaria; manifesta preoccupazione soprattutto per l’assenza di risposte da parte dell’amministrazione penitenziaria alle richieste del sindacato di avviare un confronto “su una situazione lavorativa la cui gravità non può essere ignorata. Benessere e sicurezza devono diventare priorità nella gestione delle carceri del nostro Paese“.

  Quella dell’aumento delle aggressioni subite dal personale, fa sapere Prestini, “non è altro che una conseguenza della decisione di tenere le celle aperte nelle carceri e di non impegnare i detenuti in alcun tipo di attività durante tutta la giornata. Se si vuole attuare un nuovo tipo di vigilanza serve più personale nelle carceri, supporto tecnologico per la vigilanza e soprattutto attività lavorative che possano favorire il reinserimento sociale del reo“.

  Non solo. Un terzo degli uomini della Penitenziaria soffre di depressione e stati d’ansia gravi. Il 35,45 per cento degli agenti della Polizia penitenziaria si troverebbe in una condizione di elevato rischio “suicidio” per la presenza di un forte stato depressivo, ansia, alterazione della capacità sociale e forti sintomi somatici. Il dato che emerge da un questionario sullo stress correlato al lavoro, compilato nelle scorse settimane da 600 agenti che prestano servizio all’interno delle carceri italiane, è davvero sconvolgente.

   Il problema dei detenuti psichiatrici – Molto dello stress lamentato dagli agenti, nel questionario, dipenderebbe dalla chiusura degli ospedali psichiatrici. Con la chiusura degli OPG è aumentata la presenza di questi detenuti negli istituti penitenziari. Tra le altre cause: carenza di personale, formazione scadente e dirigenti poco attenti e preparati.

  Dall’indagine emerge che a creare stress e ansia sono anche le pause dell’orario di lavoro non sono sufficienti e gli straordinari che, negli ultimi anni, tendono a diventare ordinari. Una situazione che genera stanchezza e porta la maggior parte degli agenti, al timore di sbagliare, con possibili conseguenze sia per la sicurezza del carcere, sia per gli operatori che hanno rilevanti responsabilità anche di carattere penale. Ansia e forti stati depressivi sarebbero generati anche dalla gestione dei detenuti stranieri oltre che dai soggetti con problemi di carattere psicologico.

  L’indagine rivela un ulteriore aspetto inquietante: il 73 per cento del personale di polizia penitenziaria denuncia di non sentirsi tutelato dalla direzione e teme chele responsabilità non sarebbero adeguatamente identificate se qualcosa dovesse andare male“.

  A tutto ciò si aggiungano le condizioni fatiscenti nelle quali gli agenti sono costretti a lavorare: carceri prive dei requisiti igienico-sanitari minimi e strutture non sicure sotto il profilo costruttivo. Persino le divise, secondo il 72 per cento degli interpellati, non permetterebbero di presentarsi in maniera dignitosa ed autorevole.

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