sabato, Maggio 8

La politica petrolifera USA nell’Era Trump Con Giacomo Luciani (Institut de Hautes Études, Ginevra) parliamo delle influenze del petrolio sulla politica internazionale americana

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Fin dai tempi antichi, l’accesso alle risorse è stato una delle principali preoccupazioni degli Stati. Un tempo si trattava di miniere, foreste, corsi d’acqua o terre coltivabili; in tempi più moderni, le risorse che hanno acquisito l’importanza maggiore sono quelle energetiche.

Tra le risorse energetiche, il petrolio ha giocato un ruolo fondamentale per tutto il XX secolo e, solo recentemente, ha cominciato a perdere parte del suo peso. Nonostante ciò, la potenza economica di colore che gestiscono l’estrazione, la lavorazione e la vendita del petrolio resta estremamente importante, tanto da avere importanti riflessi sulla vita politica degli Stati. Si pensi all’importanza che i Paesi del Golfo Persico hanno acquisito proprio grazie ai loro ricchi giacimenti di petrolio e si pensi alla crisi energetica del 1973, provocata dall’aumento dei prezzi del petrolio derivante dalla Guerra dello Yom Kippur; secondo alcuni analisti, inoltre, le guerre che gli Stati Uniti hanno condotto in Medio Oriente, a partire dalla Guerra del Golfo del 1991 fino all’invasione del 2003, sarebbero state provocate soprattutto dalla pressione della potente lobby del petrolio statunitense. Per molti anni, infatti, gli Stati Uniti sono stati tra i maggiori produttori e consumatori di petrolio al mondo e l’impegno delle multinazionali a guida USA per assicurarsi il controllo dei principali giacimenti petroliferi ha alimentato la convinzione, talvolta esagerata, talvolta meno, che la lobby petrolifera fosse in grado di indirizzare le decisioni di Washington in una direzione piuttosto che in un’altra.

Negli ultimi anni, però, la situazione sta cambiando: da un lato ci sono innovazioni tecnologiche che hanno reso più facile la produzione di nuove forme di combustibile dalla lavorazione dei gas di scisto; dall’altra c’è il peso sempre maggiore che Paesi dalle economie emergenti, soprattutto Cina ed India, con il conseguente aumento del fabbisogno energetico; infine, bisogno considerare che lo sfruttamento serrato delle risorse minerarie, e l’inquinamento che ne consegue, stanno ponendo lo stesso Pianeta di fronte a delle questioni di difficile soluzione. L’arrivo alla Casa Bianca del nuovo Presidente, Donald Trump, inoltre, è coinciso con una serie di mutamenti nella politica petrolifera statunitense.

Per tentare di capire quanto i mutamenti della politica energetica USA siano da imputarsi alla nuova Amministrazione e quanto, invece, siano derivanti da processi economici indipendenti, abbiamo parlato con il professor Giacomo Luciani, docente all’Institut de Huates Études Internationales et du Développement di Ginevra, dove si occupa di International Oil and Gas Leadership.

Secondo il Professor Luciani, “attualmente gli Stati Uniti stanno tornando ad essere il primo produttore mondiale di petrolio, quindi la produzione petrolifera degli Stati Uniti è certamente importante: hanno superato tanto l’Arabia Saudita che la Federazione Russa, che sono gli altri due principali produttori”. Le nuove tecnologia che permettono un maggiore rendimento dallo sfruttamento dei gas di scisto è una delle principali cause della crescita degli investimenti in questo campo, infatti, “la produzione negli Stati Uniti è in rapida ascesa grazie alla ripresa degli investimenti nello shale oil e, agli attuali prezzi, continuerà a crescere perché è tornato ad essere conveniente produrre ed investire in questa fonte di petrolio non convenzionale; quanto continuerà a crescere è difficile dirlo ma l’opinione, tanto dell’Agenzia Internazionale per l’Energia quanto della americana Energy Information Administration e di altri esperti, è piuttosto positiva rispetto alle potenzialità di crescita della produzione petrolifera americana”. Bisogna comunque evitare di pensare che la lobby del petrolio sia tanto potente da influenzare l’intero corso dell’economia statunitense: “l’economia americana è una grande economia e, nel suo ambito, l’importanza del petrolio è sempre relativa”.

È vero, in ogni caso, che grandi compagnie petrolifere a guida statunitense sono attive in molte parti del mondo con attività di estrazione. Secondo Luciani, in ogni caso, molte di queste compagnie petrolifere non possono essere definite prettamente statunitensi in quanto “agiscono a livello internazionale: alcune sono prettamente americane, ma molte altre no; poi ci sono compagnie come la BP (British Petroleum) che è normalmente considerata inglese ma, in realtà, ha fortissimi interessi prevalentemente negli Stati Uniti”. In ogni caso, continua Luciani, “le due principali compagnie americane a livello internazionale sono Exxon Mobil e Chevron. Exxon Mobil è molto diversificata e ha interessi in molti Paesi in Africa, in America Latina e, in minor misura, anche in Asia: attualmente si sta orientando sempre di più verso il gas ed è anche impegnata in Iraq anche se sta gradualmente uscendo da quel Paese. L’altra compagnia, Chevron, ha fortissimi investimenti soprattutto in Kazakistan e in Africa, in Angola”. Anche Exxon Mobil e Chevron, però, si stanno orientando verso un maggiore impegno nell’estrazione di combustibili su territorio statunitense: “Stanno investendo sempre di più negli Stati Uniti stessi perché, attualmente, è conveniente farlo”.

Durante la durissima campagna elettorale per le ultime elezioni presidenziali, uno dei cavalli di battaglia del candidato Trump era stata l’idea di riportare la produzione industriale su territorio statunitense. La tendenza dei grandi colossi del petrolio ad estrarre negli USA potrebbe far pensare che la nuova Amministrazione abbia messo in atto una serie di politiche volte a riportare i pozzi nel Paese. Secondo Giacomo Luciani, l’influenza della politica della nuova Amministrazione sulle scelte delle grandi compagnie petrolifere è solo marginale: il fatto che si torni ad estrarre negli USA “è soprattutto legato al fatto che i prezzi sono risaliti abbastanza da rendere conveniente investire nei gas di scisto e la tecnologia per investire in questo campo sta migliorando riducendo i costi: questo è un processo iniziato prima dell’attuale Amministrazione”. Rispetto a questo processo, continua Luciani, “l’Amministrazione Trump non ha fatto granché: ha parlato di eliminare certe regole cautelative ma, in realtà, non si tratta di cambiamenti sostanziali”.

La ragione della crescita della produzione di combustibile negli USA sarebbe dunque la conseguenza di processi economici e tecnologici indipendenti dalla politica governativa. In particolar modo, una delle ragioni principali sarebbe l’evoluzione delle nuove tecnologie per l’estrazione e la lavorazione dei gas di scisto.

Verrebbe da chiedersi se l’affermarsi di questi nuovi combustibili non porti con sé il sorgere di contrasti tra produttori di petrolio e di gas. Luciani, però, ci spiega che “non esistono contrasti: sono le stesse persone. Anche il petrolio si produce dagli scisti: quando si trattano gli scisti, a seconda di che giacimento si tratta, si ottiene o petrolio, o gas o entrambi”. Di certo non si può negare che ci sia concorrenza: “Tutti quanti cercano di massimizzare i propri profitti, quindi aumentano la produzione e questo, da un certo punto di vista, porta inevitabilmente a prezzi più bassi e quindi crea una pressione costante sulla redditività degli investimenti”; anche perché, negli Stati Uniti, “ci sono migliaia di produttori di petrolio e di gas e la produzione è molto parcellizzata: alcuni sono grandi, ma alcuni sono piccoli o medi”.

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