martedì, Giugno 22

La politica italiana nel pallone Alla vigilia del decisivo incontro governo-sindacati sul lavoro i politici si preoccupano di Juventus-Roma

0

Manolas Morata

L’incontro tra il governo Renzi e i sindacati per discutere di Jobs Act è fissato per domani mattina alle 8.00 nella Sala Verde di Palazzo Chigi (alle 9.00 sarà il turno delle Imprese). Clima da resa dei conti. Il leader Cgil Susanna Camusso, parlando di assenza di dialogo sociale da parte del governo, paragona di nuovo il premier italiano alla Lady di Ferro inglese: «Questa modalità si era vista in Europa una sola volta, con madame Thatcher». Il problema lavoro mette in secondo piano anche l’audizione di Lady Pesc, Federica Mogherini, da parte della commissione Affari Esteri del Parlamento europeo. Ma con l’Italia sull’orlo del fallimento, i politici riescono comunque a trovare il tempo per discutere di calcio e degli errori arbitrali di Juventus-Roma, tanto da promuovere persino interrogazioni parlamentari. Una vergogna da copertina.

Come se la politica non avesse già il suo ben da fare per fronteggiare la crisi economica (senza peraltro riuscirci) ci mancava solo che anche una partita di calcio diventasse un affare di Stato. Il match in questione è Juventus-Roma, partita del campionato italiano disputata domenica scorsa e, per la cronaca, terminata 3 a 2 per la squadra bianconera. I presunti errori arbitrali dell’arbitro Rocchi in favore dei campioni d’Italia hanno dato luogo a ben due interrogazioni parlamentari e ad un esposto alla Consob. Un super attivismo degli onorevoli pallonari che è lo specchio del degrado culturale del popolo italiano e un affronto per chi deve combattere quotidianamente contro disoccupazione, lavoro precario, burocrazia e che, di certo, col pallone non ci mangia.

Protagonisti della vicenda sono il deputato Marco Miccoli del Pd e l’onorevole Fabio Rampelli di Fd’I. Il primo a muoversi è stato Miccoli. «Ricordo che Roma e Juventus sono società quotate in borsa», ha dichiarato Miccoli riuscendo persino a rimanere serio, «e quindi gli incredibili errori arbitrali (oltre a falsare il campionato e minare la credibilità del Paese) incidono anche sugli andamenti della quotazioni borsistiche. Per questo, con i miei atti parlamentari ispettivi, sollecito il Ministro Padoan e la Consob a chiarire se ci possono essere stati atti che ledono le normative vigenti, svantaggiando e penalizzando gli incolpevoli azionisti». Un vero e proprio delirio a cui ha fatto seguito non un Trattamento Sanitario Obbligatorio (Miccoli straparlava di «meritocrazia, qualità e articolo 18» collegandoli al ‘dio pallone’), ma un’interrogazione parlamentare gemella del ‘fratello d’Italia’ Rampelli, anche lui impegnato nel disquisire su rigori regalati e andamento in borsa delle società quotate. Il virus pallonaro ha contagiato anche un’insospettabile come la parlamentare Udc Paola Binetti che su twitter scrive: «Totti ha ragione! La Juve ha una corsia arbitrale privilegiata da sempre!». Per una volta, invece, ritrova la suddetta ragione Maurizio Gasparri che giudica «inutili» le interrogazioni parlamentari.

Messo da parte lo squallido teatrino dell’Italia rotondocentrica, torniamo ai problemi veri: lavoro, Jobs Act, articolo 18 e anticipo del Tfr in busta paga. La cronaca politica italiana ruota da mesi intorno ad un unico quesito: come risollevare la disastrata economia del nostro Paese? Quella di domani viene definita da molti una giornata decisiva perché il Jobs Act approntato dal governo arriva finalmente nell’aula di Palazzo Madama per essere votato mercoledì. Ma qui finiscono le notizie certe, perché la riforma del lavoro targata Matteo Renzi è ancora un’incognita. Nelle prossime ore, infatti, si deciderà se il testo della legge delega rimarrà quello partorito con il pieno assenso del relatore, e alleato di governo, Maurizio Sacconi di Ncd, nel solco della ‘dottrina Ichino’, oppure se l’Esecutivo renziano presenterà un emendamento che possa andare incontro ai desiderata del cosiddetto Patto degli Apostoli (Landini-Vendola-Civati). Dubbi anche sull’eventuale imposizione di un voto di fiducia che possa consentire a Renzi di non presentarsi a mani vuote alla Conferenza europea sull’occupazione, in programma a Milano mercoledì. Su questo punto Stefano Fassina della minoranza Pd è stato inamovibile. «Se la delega resta in bianco è invotabile e con la fiducia conseguenze politiche» ha scritto su Twitter ‘Fassina chi?’. Stessi toni ultimativi usati anche da Cesare Damiano.

Domani, come detto, Renzi riaprirà la Sala Verde di Palazzo Chigi per ospitare i rappresentanti delle confederazioni sindacali. Ma delle due l’una: o Renzi ha dannatamente fretta di non fare brutta figura con Bruxelles (e allora l’incontro con i sindacati sarà solo un inutile siparietto mattutino), oppure il premier desidera concordare con le parti sociali la riforma del lavoro senza darsi fretta (ipotesi fantascientifica). Dunque, la sensazione è che il summit con i sindacati rappresenti solo un contentino offerto ai fastidiosi difensori dei diritti dei lavoratori, e che il premier cercherà la scusa per mettere la fiducia e presentarsi a Milano con i compitini assegnati da Bruxelles già svolti (altro che sfida alla Merkel sulla flessibilità come vorrebbe far credere ‘il bomba’ di Rignano).

Allo strapotere politico-mediatico del renzismo prova ad opporsi una se pur timida pattuglia di oppositori. Alcuni si sono dati appuntamento sabato scorso in piazza Santi Apostoli a Roma: Maurizio Landini della Fiom, Nichi Vendola di Sel e Pippo Civati della minoranza ‘civatiana’ del Pd. Toni duri e guanto di sfida lanciato alle politiche economiche neoliberiste del governo Renzi-Alfano che sono valsi al trio l’appellativo di protagonisti del ‘Patto degli Apostoli’. Sulla stessa sponda antirenziana, anche se separati in casa, c’è il resto dell’opposizione interna del Pd: Gianni Cuperlo sta pensando di organizzare il suo ‘Leopoldo’ (dal nome di un albergo) per contrapporlo alla più famosa ‘Leopolda’ renziana in programma a fine ottobre. Ma le pugnalate per Renzi arrivano anche da perfetti insospettabili come il fedelissimo della prima ora Matteo Richetti. L’altro Matteo, ospite domenica di Lucia Annunziata a In mezz’ora, si è tolto più di un sassolino dalla scarpa, evidentemente segnato dalla recente trombatura ricevuta alle primarie Pd in Emilia-Romagna. «Tutte le persone che stavano con Renzi alla Leopolda e nei comitati», accusa Richetti, «o hanno fatto delle liste civiche o sono state messe ai margini».

Nonostante le critiche, Renzi non vuole mollare nemmeno sull’ipotesi di anticipo del Tfr in busta paga. Ieri ha confermato che durante l’incontro con i sindacati di domani avanzerà una proposta sul Tfr che vada «incontro ai lavoratori senza gravare sulla situazione bancaria delle piccole e medie imprese». Oggi le reazioni alle sue parole sono state di gelido silenzio, con le eccellenti eccezioni del senatore Domenico Scilipoti e del ministro dell’Istruzione Stefania Giannini che si è detta «felice se il Tfr me lo posso giocare subito». Una dichiarazione doppiamente infelice se si pensa ai tanti che i risparmi accantonati per la vecchiaia dovranno invece usarli per tirare a campare adesso, e non per giocarseli. L’unico a capire le intenzioni di Renzi forse è Beppe Grillo secondo cui il premier vuole distribuire il Tfr solo per «strappare un giorno in più al tracollo del sistema».

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->