sabato, Aprile 17

La politica italiana e la crisi della democrazia personale

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«Cento idee vincenti e cento persone per governare Roma». Così si è espresso recentemente Francesco Rutelli quando la crisi della giunta Marino era arrivata all’apice. Dette da lui queste parole colpiscono perché danno con una certa efficacia l’idea che la personalizzazione della politica sia entrata in crisi. E che l’idea dell’’uomo solo al comando’, peraltro ben concretizzata a suo tempo dall’elezione diretta dei sindaci che consentì all’ex Primo cittadino di Roma di essere eletto due volte nel ’93 e nel ’97, stia perdendo un po’ di colpi. Le cose stanno effettivamente così? Lo abbiamo chiesto al professor Michele Prospero, docente di scienza politica e filosofia del diritto presso l’Università La Sapienza di Roma.

 

Professore, siamo effettivamente all’inizio di una crisi, sia pure in fase embrionale, di un modo di gestire la politica italiana molto legato alle persone e ben poco ai partiti?

Si tratta del compimento di un impegno di personalizzazione che mostra le antinomie del processo che intendeva ricostruire una stabilizzazione del sistema, con un rilancio della democrazia attraverso la verticalizzazione del potere a livello amministrativo, regionale e poi nazionale. Questa strada di ricomposizione del sistema politico sulla base della leadership è compiuta nel senso che si è rivelata completamente fallimentare e lascia un sistema del tutto destrutturato, una geografia politica mai più rinata e quindi ci sono macerie di una personalizzazione senza limiti, senza margini. Incontrollata, che relega il sistema politico italiano nelle zone più periferiche dell’Occidente.

Certo, anche la destra, con il tramonto di Berlusconi, è coinvolta in questa problematica ma dentro il partito del presidente del Consiglio dei Ministri Matteo Renzi lo cosa appare via via sempre più pesante. Basti prendere come esempio le difficoltà che i democratici hanno ad organizzare le primarie, modalità di scelta della leadership anche questa sul viale del tramonto, visto che non sanno più chi candidare e ricorrono, come sta avvenendo, a delle figure tecniche. Che cosa ne pensa?

Penso che il Pd conservi soltanto il nome di un partito ma in realtà è una entità del tutto disgregata, che nei territori mostra gestioni personalistiche, neonotabiliari che rivelano appunto che questo partito non si è mai strutturato come una autentica organizzazione collettiva. Le primarie sono state un fiasco clamoroso che hanno consentito la scalata esterna ad un partito, un’opa, che grazie al supporto di potenze mediatiche e finanziarie si sono impossessate di questa sigla, di questo marchio politico-elettorale che concentra adesso grandi responsabilità politiche e di governo ma in una soluzione del tipo pienamente trasformistico.

In quale senso professore?

Il partito della nazione e il potere della leadership di Renzi poggiano soltanto su dinamiche parlamentari legate a spostamenti, ricomposizioni e contrattazioni di ceto politico. E quindi ad un partito della nazione che nasce e si struttura in Parlamento corrisponde un territorio del tutto denazionalizzato in cui esistono vecchie logiche di potere. Anche tutto il mito del buon governo attraverso i sindaci si è rivelato fallimentare.

Per quali ragioni secondo lei?

Perché se le città sono senza più risorse puoi eleggere il sindaco come vuoi ma alla fine prevale una sorta di neocentralismo che conduce il governo a sospendere cariche elettive e a nominare commissari e tecnici. Quindi siamo di fronte ad un misto di trasformismo in Parlamento e ad un ricorso a figure come quelle che ho accennato poco fa con una sorta di ritorno all’età giolittiana, dove regnava in aula il trasformismo e poi il controllo del territorio avveniva attraverso mandati governativi o strutture prefettizie.

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