lunedì, Settembre 27

La politica estera sia ‘femminista’ perché più potere alle donne migliora il mondo “Una politica estera ‘femminista’ mira a reinventare gli interessi nazionali, dominati dagli uomini che mettono da parte le donne, per porre l'uguaglianza come base di un mondo più giusto e pacifico”. Intervista a Rollie Lal, Professoressa associata di Studi di sicurezza presso la Elliott School of International Affairs della George Washington University

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Per un mondo migliore, è necessaria una politica esterafemminista’, un’agenda che miri a smantellare gli interessi nazionali dominati dagli uomini. A pochi giorni dall’8 Marzo, questa affermazione potrebbe sembrare un rigurgito sessantottino, ma l’apparenza inganna. È piuttosto una constatazione, dati alla mano, di quello che molti non vogliono vedere, ma che è sotto gli occhi di tutti.

Ma si proceda con ordine. Era il 1995 quando la first lady USA, Hillary Clinton, dichiarava alle Nazioni Unite: “I diritti delle donne sono diritti umani”. Cinque anni dopo, nell’ottobre del 2000, il Consiglio di sicurezza dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) approvò all’unanimità la risoluzione 1325/2000, che sanciva la necessità di adottare un approccio di genere alle operazioni di pace che, da una parte, tenesse conto, degli effetti devastanti dei conflitti sulla vita delle donne e che, dall’altra, promuovesse il coinvolgimento del sesso femminile nelle operazioni di peacebuilding e peacekeeping. 

Quando nel 2016 iniziarono i negoziati di pace in Colombia, per esempio, gli attivisti utilizzarono la Risoluzione 1325 per obbligare il governo e le Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia (Farc) a rendere paritarie le trattative. Una vera e propria svolta, dunque, la Risoluzione 1325 che, nel corso degli anni, ha reso la parità di genere uno dei principali dossier sui tavoli della Comunità internazionale tanto da ispirare la creazione di Piani d’azione nazionali in circa 66 Paesi del mondo oltre che l’Agenda donne, pace e sicurezza (Dps), ossia l’insieme degli obiettivi delle Nazioni Unite sul tema e dei piani elaborati per incentivare l’emancipazione femminile, rappresenta la pietra miliare della promozione della parità di genere in un mondo, quello degli affari esteri, marchiato per lungo tempo da logiche e personalità maschili.

Prima della risoluzione 1325, le donne erano convitate di pietra rispetto alle molte decisioni che venivano prese. L’ ‘approccio di Marte’ – concetto richiamato all’inizio delle crisi mediorientali dell’era Bush junior dal Robert Kagan – che si sostanziava nell’uso della minaccia, della forza per conseguire con successo gli scopi desiderati in politica estera, era considerato preferibile e non compatibile con metodi più ‘femminili’, come la ricerca del dialogo, della mediazione, visti come un vulnus.

In realtà, stando alle teorie accademiche più accreditate, la biologia (femminile) che predispone all’accoglienza e alla cooperazione non spiega completamente la diversità dei due approcci. Secoli di dominazione ed esclusione imposti dal patriarcato potrebbero aver contribuito a rendere le donne più flessibili, a non ricercare la leadership sull’altro con la forza fisica. 

Ciò nonostante, nel corso degli anni, le donne sono divenute soggetti irrinunciabili, per non dire protagonisti, per mantenere la sicurezza e la pace nelle operazioni di prevenzione della guerra e, nei casi peggiori, di ricostruzione, aiutando a conseguire risultati duraturi nel tempo. In altre parole, stando alle ricerche, far ricoprire a donne ruoli di vertice nella politica estera e nella diplomazia non attiene solo alla necessità di garantire la parità di genere, ma anche e soprattutto ai risultati: l’inclusione delle donne, ma anche delle organizzazioni femminili della società civile nei processi di negoziazione sarebbe fortemente legata al successo dei trattati di pace, riducendo di oltre il 64% le probabilità di fallimento di un accordo internazionale e aumentando del 35% le possibilità che gli accordi raggiunti garantiscano stabilità nelle aree interessate da tensioni per almeno quindici anni

Non a caso, un progetto di ricerca del 2015 del Center on Conflict, Development and Peacebuilding presso il Graduate Institute Geneva ha reso noto come quanto più alto è il ruolo che le donne ricoprono nel corso delle trattative, tanto più alta è la percentuale di casi in cui gli accordi vengono raggiunti. Anche quando non erano ben viste dagli omologhi uomini nelle trattative, come dimostrano gli approfondimenti condotti sulle negoziazioni in Somalia, Irlanda del Nord o Sudafrica, le donne sono comunque riuscite a favorire con più intensità il dialogo, irrobustendo la fiducia reciproca tra le parti coinvolte.

Paesi con una maggiore parità di genere hanno meno probabilità di altri Paesi di subire una guerra civile. L’uguaglianza di genere è anche collegata al buon governo: i Paesi che sfruttano le donne sono molto più instabili. Laddove dove le donne sono maggiormente coinvolte nella società civile e nei sistemi legislativi dei loro Paesi, i livelli di violenza impiegati dai loro Stati per fronteggiare scontri o conflitti internazionali calanodrasticamente. Più alti livelli di partecipazione femminile in parlamento sono direttamente associati a una diminuzione del rischio di scoppio di una guerra civile e alla riduzione del numero di violazioni dei diritti umani perpetrati nel corso di conflitti intra e interstatali, come deportazioni politiche, torture e uccisioni.

Posto che colmare il gap gender in ogni aspetto della vita associativa non è una questione di ‘femminismo’ bensì di civiltà, la disparità istituzionale, purtroppo, nonostante il cambiamento sia già iniziato e la presenza femminile nei ruoli apicali sia meno rara, resta un flagello delle società moderne: nel 2017, solo il 15% degli ambasciatori in tutto il mondo era di sesso femminile; due anni fa, nel 2019, in tutto il mondo, le donne che sedevano in un’assemblea parlamentare, in media, erano solo il 24,3%. Dando un’occhiata ai dati di Women in International Security, appare chiaro, inoltre, che la disparità di genere in tutto quello che riguarda la politica estera e la sicurezza internazionale risulta ancora più plastica negli ambienti non governativi, visto che, per esempio, circa il 73% degli esperti di sicurezza nei think tanks americani sono uomini.

In Europa la situazione non è migliore. Lo scorso ottobre è stato presentato ‘Shecurity’, il primo indice che, sulla base delle statistiche degli Stati europei e dei membri del G20, esamina la partecipazione femminile in politica, diplomazia, forze armate ed economia. Gli autori sono Hannah Neumann e Ernest Urtasun, rispettivamente europarlamentare e Vicepresidente dei Verdi, ed è stato approvato con 112 voti contrari e 94 astenuti. Tra i contrari, Caroline Nagtegaal e Miriam Lexmann, per niente convinte dal ricorso alle quote rosa e alla sussidiarietà.

«Solo tre ministri degli Affari esteri (6 quelli della difesa) sono donne in Europa bisogna fare di più, perché la diversità rende migliori le decisioni politiche», ha affermato Hannah Neumann. Il rapporto, in particolare, stabilisce che, per raggiungere la parità di genere nelle forze armate, i migliori sono Ungheria, Australia e Slovenia mentre la Repubblica Ceca è fanalino di coda. Per la riduzione della disparità di genere in Parlamento, il Messico ha impiegato solo un anno, la Spagna tre, il Sudafrica cinque. Giudizi negativi invece per Malta, Giappone e Cina.

Il mondo potrebbe cambiare in meglio se più Paesi facessero uno sforzo concertato per migliorare i diritti delle donne all’estero. Qualcuno si sta muovendo in questo senso: un esempio è la Svezia che, dal 2014, ha posto al centro delle sue decisioni diplomatiche il supporto alla parità di genere nel mondo. Il Paese nordico è divenuto il primo Paese a destinare il 90% – contro il 28% USA – dei fondi destinati agli aiuti a favore di organizzazioni che lavorano per abbattere la disparità di genere. L’attenzione svedese alla questione femminile e all’inclusione delle competenze ‘rosa’ è emersa anche in occasione dell’apertura, nel 2018, dei negoziati di pace per il conflitto in Yemen, quando l’allora Ministra degli Esteri, Margot Wallström, richiese il coinvolgimento di esperte e la partecipazione di un gruppo di attiviste yemenite. 

Sullo stesso sentiero, hanno iniziato a muoversi anche Canada, Messico e Francia. Nel 2017, il Canada per primo ha pubblicato la Feminist International Assistance Policy e un piano da 150 milioni di dollari per assistere le donne nei Paesi in via di sviluppo. Camberra ha promesso di stanziare 1,4 miliardi di dollari all’anno entro il 2023 sia ai governi che alle organizzazioni internazionali per rafforzare l’accesso alla nutrizione, ai servizi sanitari e all’istruzione tra le donne nei Paesi in via di sviluppo Circa 700 milioni di dollari di questo denaro saranno destinati alla promozione della salute e dei diritti sessuali e riproduttivi e all’eliminazione della violenza di genere. 

Il governo canadese si è impegnato ad impiegare, entro quest’anno, quasi il totale dei suoi fondi per gli aiuti alla promozione dell’uguaglianza di genere. L’anno scorso, tuttavia, il governo Trudeau non ha voluto nominare un mediatore internazionale che investigasse sulla violazione dei diritti umani da parte delle proprie aziende all’estero.

Anche il Messico, all’inizio del 2020, ha mosso i primi passi, includendo tra le priorità la questione di genere, delle minoranze, dei migranti sia al livello nazionale che internazionale, ma non la lotta alla violenza, come rimproverato al Presidente Andrés Manuel López Obrador dai detrattori, dopo l’omicidio di Ingrid Escamilla. Il Paese sudamericani deve anche aumentare il personale del proprio ministero degli esteri affinché sia ​​composto almeno per il 50% da donne entro il 2024 e garantire che sia un luogo di lavoro privo di violenza.

Sempre in tema di politica estera ‘femminista’, anche Parigi si è mossa con Emmanuel Macron all’Eliseo: nei primi due anni di presidenza, il numero di donne nel corpo diplomatico francese è effettivamente aumentato e nel 2019 la Francia ha investito 120 milioni di euro a favore delle ONG femministe, non rinunciando a far diventare universale la Convenzione di Istanbul. Ciò nonostante, la fine delle disparità di genere non risulta ancora tra gli obiettivi di circa l’80% dei progetti di cooperazione messi a punto negli ultimi anni. Un rapporto del Centre for feminist foreign policy a firma Toni Haastrup evidenzia, inoltre, come per Parigi sarebbe necessario dare una dimostrazione concreta delle sue intenzioni ponendo mano alla sua politica nucleare.

E gli Stati Uniti, oggi guidati da Joe Biden? Sembrano avere iniziato con il piede giusto, visto che la nuova Amministrazione è composta per il 61% da donne e Biden ha scelto due donne, Kamala Harris e Janet Yellen come Vice-Presidente e Segretaria all’economia. Già in passato, va detto, due donne hanno guidato la diplomazia americana, Madeleine Albright e Hillary Clinton. Anche la riallocazione delle risorse finanziarie in modo tale da creare parità di condizioni per le donne è un altro aspetto cruciale di una politica estera ‘femminista’. Eppure un banco di prova per l’Amministrazione Biden sarà l’Afghanistan. Con l’aiuto americano, un accordo con l’Afghanistan potrebbe garantire i guadagni che le donne hanno ottenuto da quando gli Stati Uniti hanno rovesciato i talebani nel 2001, oppure potrebbe sacrificarli per la ‘pace’.

L’Italia, dove ancora oggi un partito di sinistra, il PD, entra in crisi anche sulla mancata parità di genere nella sua delegazione al governo, qualcosa sembra iniziare a cambiare: pochi giorni fa, il nuovo governo Draghi ha nominato, per la prima volta, una donna, Mariangela Zappia, Ambasciatore italiano a Washington. Già in passato, tuttavia, due donne sono divenute Ministre degli Esteri, Susanna Agnelli e Emma Bonino.

Le donne non sono ancora la massima priorità di politica estera di nessun Paese, ma qualcosa, anche a causa dello scoppio della pandemia di COVID-19, sta cambiando. Almeno durante la prima ondata pandemica, gli Stati guidati da donne hanno reagito meglio. In che modo si può rendere ‘femminista’ la politica estera di un Paese? E perché una politica estera ‘femminista’ potrebbe migliorare il mondo? A queste e a molte altre domande ha risposto Rollie Lal, Professoressa associata di Studi di sicurezza presso la Elliott School of International Affairs della George Washington University.

Ci può spiegare il concetto di ‘femminismo’ applicato alla politica estera e in che modo si può definire una politica estera ‘femminista’? 

Il femminismo sostiene l’uguaglianza dei diritti per le donne nelle sfere sociali, politiche ed economiche. Una politica estera ‘femminista’ è l’uso delle risorse del governo per raggiungere questo obiettivo. Una politica estera che è femminista al suo interno cerca di consentire questa uguaglianza per le donne che sono influenzate dalle politiche. Centra le politiche stesse in modo che i risultati delle politiche aiutino a spostare le donne verso l’uguaglianza in tutti questi ambiti.

Ridurre il gender gap è un obiettivo, ma anche un presupposto. Quali sono i principi e gli obiettivi di una politica estera ‘femminista’? 

È un’agenda internazionale che mira a smantellare i sistemi di aiuti esteri, commercio, difesa, immigrazione e diplomazia dominati dagli uomini che fanno da parte alle donne e ad altri gruppi minoritari nel mondo. Una politica estera femminista reinventa gli interessi nazionali di un Paese, allontanandoli dalla sicurezza militare e dal dominio globale per porre l’uguaglianza come base di un mondo sano e pacifico.

Quali sono i principali strumenti di una politica estera ‘femminista’? E si può affermare che prevale il soft power sull’hard power?

La Svezia è un ottimo esempio di politica estera femminista. Si concentrano su “diritti, rappresentanza e risorse”. Le donne devono avere gli stessi diritti legali e umani degli uomini. Le donne devono avere la stessa rappresentanza politica e le donne devono avere le stesse risorse in termini di budget, scolarizzazione e così via.

La politica estera ‘femminista’ è il trionfo della diplomazia, del dialogo?

Se potrà essere implementato in tutto il mondo, sarà un trionfo della diplomazia e del dialogo.

E nella gestione dell’economia, sia nazionale di ogni Paese che internazionale? Ngozi Okonjo-Iweala, una donna, guida il WTO.

Le donne sono fondamentali nella gestione dell’economia. Sono attori importanti come lavoratori e come capifamiglia. A livello internazionale, le donne sono sottorappresentate nei lavori economici. Complessivamente, solo il 22% dei docenti di ruolo e di ruolo in economia sono donne, secondo un sondaggio condotto lo scorso anno dall’American Economic Association. Le donne hanno bisogno di una voce più forte nel campo economico.

La politica estera ‘femminista’ è di destra o di sinistra?

Credo che le donne di destra, di sinistra e di centro trarranno beneficio da una politica estera femminista. Detto questo, le politiche di sinistra tendono a concentrarsi maggiormente sull’elevazione di coloro che sono svantaggiati. Le donne spesso rientrano in quella categoria. Eppure, quando implementiamo una politica estera femminista, le donne che ottengono posizioni di leadership negli affari e nei parlamenti possono spesso avere affiliazioni politiche a destra. Quindi è difficile dire che una politica estera femminista abbia una destra o una sinistra ben definita.

«I diritti delle donne sono diritti umani». Con queste parole Hillary Clinton si rivolse all’assemblea delle Nazioni Unite nel 1995, alla firma della dichiarazione che definiva la parità di genere una priorità globale. Vent’anni fa, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato risoluzione 1325 che prevede il coinvolgimento delle donne nella prevenzione dei conflitti, nei processi di pace e nella politica di sicurezza. Quali progressi sono stati fatti in materia di politica estera ‘femminista’? E la Risoluzione 1325 è stata veramente applicata? 

Ho prestato attenzione alla questione. La pressione sui Paesi affinché includano le donne ha migliorato la partecipazione delle donne nei processi di pace e nell’ottenere un posto al tavolo. Tuttavia, è stato applicato in modo non uniforme, ed è per questo che è importante sottolineare la necessità di una politica estera femminista oggi. Il movimento è ancora lento.

Le chiedo di commentare quattro esempi di Paesi, due sudamericani e due europei, che hanno iniziato concretamente a muovere qualche passo verso una politica estera ‘femminista’: Canada, Messico, Francia e Svezia.

La Svezia ha compiuto passi importanti, come ho detto prima. Il Canada sta enfatizzando le donne e la politica femminista nelle sue iniziative di sviluppo. Per la Francia, la diplomazia femminista ruota intorno ai diritti umani e delle donne, con particolare enfasi sui diritti sessuali e riproduttivi, la lotta contro la violenza sessuale e di genere, l’educazione delle ragazze e l’emancipazione economica delle donne. Rendo omaggio al Messico per l’impegno profuso e per aver richiamato l’attenzione sulla questione. Tuttavia, il Messico ha molto lavoro da fare a casa propria per affrontare la violenza nei confronti delle donne.

Il machismo di Donald Trump è l’esatto opposto di una politica estera ‘femminista’?

Sì, la politica estera e interna di Donald Trump era molto maschilista ed era a scapito di una politica estera femminista, oltre ad essere contraria ai diritti di Woemn. Anche a livello nazionale, meno donne sono state nominate per cariche governative di alto livello e per cariche militari. Inoltre, le leggi sono state influenzate dalla nomina di giudici conservatori contrari ai diritti riproduttivi delle donne.

Putin, Erdogan, Xi Jinping, Bolsonaro, Narendra Modi, tutti uomini, ma anche leader autoritari. Si può dire che i loro Paesi non perseguono mai una politica estera ‘femminista’?

Certo che no, questi Paesi non perseguono una politica estera femminista.

Nel 2019, in media solo il 24,3% dei parlamentari in tutto il mondo erano donne, mentre nel Vecchio Continente erano sei i ministri della difesa donne e solo tre quelle a capo dei ministeri degli affari esteri. Un numero maggiore di donne nella vita politica e, soprattutto, nella stanza dei bottoni – alla guida dei governi, ma anche nelle dirigenze e nei quadri dei ministeri – aiuterebbe a perseguire una politica estera ‘femminista’? 

In generale, sì, credo di sì. Detto questo, le donne non sempre sono a favore di una politica estera femminista. Inoltre, ci sono molti uomini che sostengono una politica estera femminista. È la politica che conta di più qui. Le donne al timone sono certamente più propense a considerare l’importanza di una politica estera femminista per il semplice fatto che molti uomini non sono stati affatto esposti alle idee. Molti uomini in tutto il mondo non possono concettualizzare l’importanza delle donne in un processo di pace o come attore economico. In larga misura, questi uomini e queste donne devono essere istruiti in questo. Le donne in posizioni chiave possono aiutare a portare l’attenzione su questi problemi.

Perché è molto difficile, in molti Paesi, promuovere le competenze femminili e un’agenda femminista nelle proprie diplomazie?

Molti uomini (e donne) sono contrari al cambiamento. Dare risorse e diritti alle donne spesso si sente come se le risorse venissero sottratte agli uomini. Questo non è vero. Ci sono lavori per uomini e donne. L’inclusione delle donne espande l’economia e amplia le opportunità per tutti. Inoltre, c’è una forte influenza delle forze religiose conservatrici in tutti i Paesi che affermano che le donne dovrebbero rimanere a casa ed essere seconde al marito. Questo tipo di pensiero può impedire ai governi di andare avanti con un’agenda straniera femminista e impedire loro di attingere alle donne qualificate che sono nelle loro comunità.

Cosa si può fare per avere più donne ai vertici  delle diplomazie e dei governi? Le quote rosa aiutano?

I governi devono semplicemente rendere prioritaria la nomina delle donne, e le donne devono chiederlo al loro governo

Le donne al potere hanno dimostrato di attuare una politica estera ‘femministe’ decisa?

Margot Wallström, ex Ministro degli affari esteri della Svezia, è stata la figura chiave per avviare questo movimento.

Angela Merkel è stata la prima Cancelliera tedesca donna e guida la Germania da 16 anni. Quest’anno dovrebbe concludersi la sua esperienza politica, ma la sua politica estera è stata ‘femminista’?  

La questione di Angela Merkel è complessa. Non è stata una leader che parla apertamente di essere una leader femminista. Tuttavia, è stata un leader internazionale forte e potente che ha portato la Germania in prima linea in Europa nel mondo. In tal modo, ha dimostrato di essere una leader donna e una leader potente. In termini di politica estera, ha avuto una politica estera basata su principi che è stata efficace. Quando guardiamo alla sua politica sui rifugiati, possiamo vedere un forte impegno per i diritti umani. Si è opposta alla politica statunitense su Guantanamo Bay e alla tortura dei prigionieri. Allo stesso modo, la sua politica nei confronti della Russia è stata ferma nel suo impegno per i diritti civili. Pertanto, poiché consideriamo una politica estera femminista come un principio e un sostegno alla parità di diritti per le donne e le minoranze, considererei la sua politica estera femminista. Detto questo, avrebbe potuto migliorare il suo record essendo più dura con l’Arabia Saudita e impedendo la vendita di armi per l’uso nello Yemen.

Se c’è la volontà, anche gli uomini possono portare avanti una politica estera ‘femminista’? E quali leader maschi lo hanno fatto?

Gli uomini possono certamente perseguire una politica estera femminista. Justin Trudeau del Canada lo sta facendo in modo efficace. Il premier svedese Stefan Lofven sostiene una politica estera femminista. Joseph Biden sembra disposto a prendere in considerazione l’idea ..

La pandemia di Covid-19 sta cambiando paradigma, rendendo più chiaro che una politica estera ‘femminista’ cambierebbe in meglio il mondo?

Certamente ha funzionato per la Nuova Zelanda, con Jacinda Ardern.

Cosa ci insegna l’esperienza dell’Afghanistan?

Trascurare le donne in politica estera ha portato a un deterioramento della stabilità in quel Paese. Quando le donne sono state integrate nel processo politico, abbiamo visto una maggiore rappresentanza, più donne che lavorano fuori casa e più ragazze a scuola. Stiamo parlando di circa la metà della popolazione. È fondamentale considerare le esigenze delle donne e delle ragazze quando si negozia la pace in Afghanistan. Quello che stiamo vedendo, tuttavia, è la disponibilità degli uomini su entrambi i lati del tavolo a gettare in mare le donne nella fretta di raggiungere un accordo. Questo non è un accordo negoziato, è la capitolazione agli uomini che vorrebbero tenere le donne fuori dalla sfera pubblica e togliere i diritti delle donne. È semplicemente una sconfitta da parte dei talebani. Non dovremmo accettare questo tipo di sconfitta negoziata.

Dove le donne sono più coinvolte nella società civile e nei Parlamenti dei loro Paesi, i livelli di violenza impiegati dai loro Stati per fronteggiare scontri o conflitti internazionali calano drasticamente così come il numero di violazioni dei diritti umani perpetrati nel corso di conflitti intra e interstatali e le probabilità di fallimento degli accordi di pace. Partendo dal principio per cui il benessere delle donne è fondamentale per il benessere di tutti, anche a livello globale, è vero che il valore aggiunto di ‘tante’ politiche estere ‘femministe’ è che creano un mondo migliore, meno instabile e con meno guerra? Perché?

Sappiamo già che le donne sono le più influenti nell’istruzione e nella salute dei loro figli. Le donne coinvolte in questi processi considerano i bisogni delle famiglie. Le donne hanno anche un forte senso di ciò che è necessario in una comunità. È questa visione a lungo termine di ciò che è necessario che può influenzare le donne nei negoziati e nel processo decisionale. Dopo che le bombe sono state sganciate, le donne sono attori chiave per garantire sicurezza e rifornimenti alle loro famiglie. Hanno inevitabilmente una prospettiva diversa.

Una politica estera ‘femminista’ rende il mondo anche più sicuro, visto che, guardando i dati, si può vedere come riduca la proliferazione nucleare?

Credo di sì. Qualunque cosa accada, garantire la stabilità economica e la sicurezza di metà della popolazione mondiale renderà il mondo più sicuro per definizione.

A che punto sono gli Stati Uniti in quanto a politica estera ‘femminista’? E il nuovo Presidente USA, Joe Biden, che ha una vice donna, Kamala Harris, e una alla Segreteria per l’Economia, Janet Yellen, sta impostando una politica estera ‘femminista’?

Joe Biden sta sicuramente facendo le mosse corrette nell’avere una vicepresidente donna. Janet Yellen è anche un attore chiave. Recentemente ha avuto un servizio fotografico che mostra che le donne sono anche generali militari. Credo che dietro questo concetto ci sia lui.

Qualche mese fa, ‘Shecurity’, il report di Hannah Neumann e di Ernest Urtasun, due Vicepresidenti (Verdi) del Parlamento europeo, ha analizzato la partecipazione delle donne in politica, diplomazia, forze armate ed affari in Europa. Possiamo dire che i Paesi europei non eccellono in politica estera ‘femminista’?

Non credo che la maggior parte dei Paesi eccella nella politica estera femminista. Questo è un progetto incipiente. Possiamo sperare di familiarizzare le persone fino a quando non sarà diventato qualcosa di eccellente ovunque. Circa un secolo fa (1919), il diritto di voto delle donne era considerato strano e orribile negli Stati Uniti. Eppure non lo mettiamo più in discussione. Spero che questo non richieda altri 100 anni.

E l’Italia?

Penso che l’Italia possa muoversi in questa direzione. L’Italia ha bisogno di costruire sostegno per le politiche e avere discussioni aperte nella società sulla sua importanza. L’Italia ha una rappresentanza femminile relativamente buona in parlamento, quindi credo che le possibilità ci siano.

L’Unione Europea ha una donna alla guida della Commissione UE, Ursula Von der Leyen, e una a capo della BCE, Christine Lagarde. Tuttavia un uomo, Josep Borrell, guida la diplomazia comunitaria. Questa UE sta attuando una politica estera sufficientemente ‘femminista’?

Non tutti devono essere una donna. La vera domanda sarà cosa fa Josep Borrell per le donne? La mia impressione è che abbia una visione progressista. Si è opposto alla nomina del conservatore teologico Rocco Buttiglione alla candidatura per l’Unione europea a Commissario per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni a causa delle sue dichiarazioni contro gli omosessuali e le madri single. Ha anche parlato dei diritti delle donne in occasione di eventi pubblici. Al contrario, Trump ha nominato un giudice della corte suprema femminile che è contro i diritti riproduttivi delle donne. È la politica più che la persona.

Sul tema della politica estera ‘femminista’, qualcosa sta cambiando in Africa, Medioriente e Asia?

Molto lentamente. L’India sta tornando indietro sotto il governo Modi. L’Arabia Saudita si muove a un ritmo glaciale dove pensano che i diritti di guida siano sinonimo di liberazione femminile, e gli Stati Uniti non sono stati utili per fare pressione sul regno saudita. Allo stesso modo, l’Africa ha bisogno di maggiore attenzione sulle donne nell’istruzione, nel lavoro e nella protezione dalla violenza

Il cambiamento è appena iniziato e i gap di genere nelle istituzioni sono ancora molto ampi. Sono convinto che, comunque, le donne cambieranno il mondo. Condivide?

Lo penso certamente! Dobbiamo tutti fare la nostra parte per aiutare la popolazione, e in particolare i bambini e le bambine, a conoscere le possibilità e l’importanza dell’uguaglianza per le donne. Se possiamo farlo, le possibilità sono infinite.

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