lunedì, Ottobre 18

Italia prigioniera del ‘pregiudizio di conferma’? Il sondaggio del LAPS raccontato da Pierangelo Isernia, Professore di Relazioni Internazionali e Metodologia della Scienza Politica dell’Università di Siena

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Professore Isernia, confrontando ancora le indagini del 2013 e del 2017, emerge una costante nell’ opinione pubblica, ossia la percezione di un ruolo marginale dell’Italia sullo scenario internazionale. A questo punto, in via di premessa alla domanda, vorrei sottoporle l’accostamento di due affermazioni. La prima è una sorta di principio-guida formulato dal giornalista indo-americano Fareed Zakaria«La politica internazionale è una questione di costi e benefici, non è teologia». Pertanto, l’aggregazione integrativa e razionale delle capacità dei singoli Paesi – pur nella declinazione dei rispettivi interessi – sarebbe, in termini oggettivi, un valore aggiunto.

Segue la recente diagnosi di Roberto Aliboni sulla politica mediterranea dell’Italia : «Credo che gli Stati, presi singolarmente possono certamente fare degli sforzi – e l’Italia li fa (…), ma è importante che si arrivi a un rafforzamento del contesto internazionale» mediante organizzazioni come la Banca Mondiale e il FMI. «Bisogna essere presenti in queste organizzazioni per cooperare e collaborare alla costruzione di una linea di sviluppo che sia più rapida ed efficace».

Ed ecco la domanda: ammesso che esistano percorsi possibili per superare gli aspetti di crisi alimentati dal circolo delle sovranità statali, potrebbe suggerire una direzione significativa per la nostra politica estera?

Io ho un’idea un po’ diversa, in questo senso: il problema della politica estera italiana in questo momento non è favorire – come necessità prioritaria – il multilateralismo, che un po’ entrambe le prospettive enunciate adombravano, ma imparare a vivere in un mondo multilaterale.

L’Italia attualmente conduce una politica estera che è a mio avviso totalmente ‘anticiclica’ , diciamo così, rispetto ai processi in corso. La politica estera che conosciamo adesso è sostanzialmente simile a quella che conducevamo venti, trenta, quaranta anni fa. Siamo un po’ come una persona che per quarant’anni ha camminato sulle ginocchia e ora deve camminare sulle gambe. Per tutto questo tempo, ci siamo illusi di poter condurre la nostra politica estera sostanzialmente sulla base di due principi: la cogenza del vincolo esterno, per cui noi potevamo imporre all’interno delle politiche perché ce lo chiedeva qualcuno all’esterno – vuoi gli Stati Uniti, vuoi l’Europa, vuoi entrambi – ; dall’altro lato, la convinzione che le nostre debolezze ( in particolare, negli anni della Guerra Fredda, la debolezza della divisione sinistra/destra col più forte Partito Comunista; negli anni successivi, anche il nostro debito pubblico), ci consentissero dei margini di manovra – quello che Thomas Schelling chiama la ‘forza dei deboli’ – rafforzando la nostra posizione negoziale perché eravamo così deboli che nessuno, alla fine, ci avrebbe danneggiati.

Questa politica andava bene fino a quando eravamo imbrigliati in un contesto internazionale nel quale ‘seguire’ era più facile e il multilateralismo funzionava facilmente. Nel momento in cui questo assetto è cambiato e, in Europa (e nel mondo), occorre manovrare per affermare le nostre posizioni, dovremmo passare da una postura ‘a carponi’ alla posizione eretta. E per una persona allettata o che è stata a carponi per lungo tempo, alzarsi non è un’operazione semplice.  Apparentemente, siamo in questa situazione: non riusciamo a elaborare una strategia nazionale che ci consenta di operare efficacemente in un contesto multilaterale quale è quello europeo – o transatlantico, o mondiale, nelle diverse regioni in cui possiamo trovarci a operare. Pertanto, bisogna industriarsi in questa direzione.

A proposito di tale condizione, ho scritto recentemente un pezzo per Affari Internazionali. Siamo un po’ come il Barone di Münchausen che si deve tirare fuori dalla palude. Chiaramente, farlo da soli può venire bene al Barone perché si tratta di una visione immaginifica, ma nel nostro caso è molto più difficile. La nostra strutturale incapacità di fare riforme di qualsiasi genere (senza entrare nel merito della loro ‘bontà’) e l’avvitamento del nostro Paese, al quale stiamo assistendo in questi mesi, verso un sistema politico più simile a quello della Prima Repubblica che a quello, pur travagliato, della Seconda, non fa sperare affatto bene per le nostre capacità di contare in Europa. Quindi: sì, dobbiamo essere multilaterali, però dobbiamo innanzitutto imparare a camminare da soli in questo mondo multilaterale – cosa che, al momento, non sappiamo fare.

Disponiamo di un esempio virtuoso? Potremmo avere un modello a cui guardare tra i vari Paesi membri?

Premetto che, in fatto di ‘modelli’, gli italiani da noi intervistati nutrono di un salutare scetticismo: quando gli abbiamo chiesto la popolarità di vari leader stranieri, il 43% degli intervistati ha risposto che nessuno dei leader elencati poteva rappresentare un modello per l’Italia. Io non so se c’è un modello al quale possiamo ispirarci. Il Paese che mi viene in mente (ma non per la sua situazione attuale che, forse, è ancora peggiore di quella italiana) è l’Olanda. Avrei detto, fino a qualche mese fa, un Paese come la Spagna, la quale ha un sacco di problemi – alcuni, in questo frangente, molto più gravi dei nostri – , ma che mostra una vitalità economica e una capacità di crescita che noi non abbiamo… E che paralizza la nostra politica estera: siamo un Paese che non può pensare di condurre una politica estera degna di questo nome (ma nemmeno una politica interna) con il debito pubblico esistente. Ma per risolvere il debito pubblico italiano – e questa è una mia personalissima opinione, che lascia il tempo che trova perché non sono un economista –  il debito pubblico italiano può essere risolto solo su scala europea. Non possiamo immaginare che, con le nostre risorse e tutte le spese che, comunque, non riusciamo a ridurre, si possa ridimensionare il nostro debito con le nostre forze. Questo debito andrebbe socializzato, ma socializzarlo è un’impresa enorme che richiede un’enorme capacità di strategia multilaterale. Al di là di questo, ciò richiederebbe un patto europeo per trasformare l’ eurozona in qualcosa di molto più denso e inclusivo – cosa che non necessariamente tutti gli italiani vogliono.

Sono un po’ pessimista in questa fase. La Francia ha i suoi problemi, ma è un Paese in una situazione molto diversa dalla nostra; la Germania, se mai, è un interlocutore con il quale negoziare. Tuttavia – torno a ripeterlo –, per negoziare innanzitutto dovremmo acquisire la capacità e la reputazione per farlo.

Perché ha pensato all’Olanda?   

L’ho citata perché non ora, ma in passato, è un Paese che è riuscito con una grande sobrietà ad aggiustare i suoi obiettivi alle risorse. L’Olanda – non dimentichiamolo – è stata una potenza coloniale. È molto più piccola dell’Italia, però aveva una proiezione internazionale di gran lunga superiore a quella che l’Italia ha mai avuto, anche nell’epoca dell’ ‘Italietta’ degli anni compresi tra fine Ottocento e primi del Novecento. Dopo la Guerra, l’Olanda si è industriata per trovarsi un profilo adatto alle proprie risorse.  Secondo me, in questo gli italiani peccano di presunzione: intendo la classe politica italiana, non l’opinione pubblica. Infatti, come si può vedere dal sondaggio, non solo l’82% dell’opinione pubblica ritiene che non contiamo niente, ma anche che, a questo punto, è meglio stare da soli piuttosto che accompagnarsi con altri. L’Italia dovrà ridimensionare le sue aspettative, e le sue capacità: non possiamo pensare di essere una grande potenza e, forse in questa fase, nemmeno una ‘medio-grande potenza’. Ciò significa comprendere che, in Europa, non possiamo pensare a direttòri nei quali noi staremmo stabilmente: il nostro posto… Ce lo dobbiamo conquistare!

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