lunedì, Ottobre 18

Italia prigioniera del ‘pregiudizio di conferma’? Il sondaggio del LAPS raccontato da Pierangelo Isernia, Professore di Relazioni Internazionali e Metodologia della Scienza Politica dell’Università di Siena

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Il precedente sondaggio risale al 2013…

Sì abbiamo fatto un’indagine con lo IAI, in quell’anno, su temi analoghi. Alcune domande poste nel 2017 sono state fatte anche nel 2013, consentendoci una comparazione.

A questo proposito, confrontando i dati, quali sono state le sorprese più rilevanti nell’opinione pubblica rispetto a questo lasso di tempo?

Sulla base dei dati di entrambe le indagini, la preoccupazione generale degli italiani per alcune tematiche, in primis l’immigrazione, è sicuramente aumentata. Gli italiani sono, a un tempo, più preoccupati e anche più disorientati di quanto non fossero nel 2013 perché l’immigrazione ha acquisito una salienza tutta nazionale: è vero che il tema richiede tutta l’attenzione possibile, però gli italiani sembrano preoccuparsi anche più di quanto dovrebbero, nel senso che si sentono un po’ ‘circondati’ e assillati da questi flussi migratori.

Una seconda caratteristica che abbiamo notato – e che accentua i rilievi del 2013 – è che continua a scendere la simpatia nei confronti dell’Europa. Il rapporto tra gli italiani e l’Europa sta diventando molto complicato: da un lato perché il tradizionale europeismo degli italiani, alla prova dei fatti, negli ultimi anni di crisi economica mostra la corda – il numero di italiani che hanno simpatia per l’UE è declinato stabilmente da metà anni ’90 e primi anni 2000 sino ad oggi – ; dall’ altro lato c’è una certa preoccupazione per le implicazioni di politica interna delle scelte europee fatte dall’ Italia: l’euro e i vincoli di bilancio. Alcuni condividono queste scelte: sono ancora la maggioranza per l’euro e c’è una solida minoranza che ritiene che i vincoli di bilancio siano prioritari (abbiamo un enorme deficit). Tuttavia, un terzo degli italiani vorrebbe uscire dall’ euro e un loro numero consistente ritiene che bisogna disfarsi delle preoccupazioni per i vincoli di bilancio. Insomma: bisogna spendere, però sappiamo che i soldi non ci sono. Non so dire come i politici riusciranno a far quadrare queste esigenze.

In termini di effetti e di politica applicata, qual è il peso della vostra indagine? Chiaramente è fondamentale a fini conoscitivi e con riguardo alla salute di un ordinamento democratico, ma si possono misurare gli effetti correttivi dei sondaggi in termini pratico-operativi?

Se mi permette la battuta, è più facile misurare i sondaggi degli effetti che non viceversa: nel senso che un’indagine, in quanto tale, raramente produrrà risultati radicali. Quello che però sappiamo e registriamo in maniera crescente è che gli umori dell’opinione pubblica contano nel momento in cui si vanno a fare le politiche pubbliche. E, da questo punto di vista, essere correttamente informati su cosa gli italiani pensino di un argomento è assolutamente rilevante.

Potrebbe fare un esempio?

Cito un esempio che, forse, potrà colpire l’immaginazione. L’anno scorso, nell’ambito del LAPS, abbiamo fatto un’indagine abbastanza simile, per alcune domande, a quella di quest’anno, chiedendo se si dovesse accentuare il processo di integrazione delle politiche fiscali ed economiche dell’eurozona o, invece, se restituire una maggiore autonomia agli Stati nazionali. Abbiamo rivolto il quesito sia a un campione di élite politiche-amministrative e civili del nostro Paese sia a un campione di massa. Tra le élite politiche e civili, l’84% riteneva che si dovesse spingere per una maggiore integrazione delle politiche fiscali ed economiche; tra il pubblico la percentuale è esattamente la metà: una chiara indicazione che esiste una scollatura tra élite e opinione pubblica. Ciò è particolarmente evidente in Italia, dove l’élite è rimasta (tranne in alcuni partiti, ma anche lì con molta ambivalenza) ancora fortemente europeista mentre l’opinione pubblica è profondamente divisa sull’argomento. Da questo punto di vista, sapere come stanno le cose è un bagno di realismo che sarebbe utile non solo per la classe politica, ma anche per prendere decisioni in generale.

Direi allora che, in questa prospettiva, indagini simili assolvono a un servizio conoscitivo, un compito – volendo usare una parola un po’ pomposa – educativo: in primis nei confronti della classe politica, la quale dovrà essere consapevole di agire, dato il suo dovere di risposta all’opinione pubblica, e conoscerne il pensiero. Ciò non significa seguirla inesorabilmente, ma sapersi situare nel proprio contesto di pertinenza quando si aspiri a un ruolo di leadership e di guida.

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