venerdì, Maggio 14

La politica estera italiana dell’energia La forte dipendenza dell’Italia dalle importazioni di energia rendono fondamentale l’azione diplomatica

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Il referendum sul rinnovo delle concessioni petrolifere di domenica, nonostante il suo esito fallimentare, ha comunque avuto il merito di riportare in auge nel dibattito pubblico il tema dell’approvvigionamento energetico italiano. Molti dei sostenitori del ‘no’, fra cui persino il Governo, tra i motivi della scelta hanno dichiarato che una possibile chiusura degli stabilimenti petroliferi italiani avrebbe aumentato le importazioni italiane di idrocarburi dagli altri Paesi. Tralasciando l’esiguo contributo che la produzione nazionale di petrolio genera nel contesto del fabbisogno globale nazionale di idrocarburi e quindi il peso che una loro eventuale chiusura avrebbe avuto sulla bilancia commerciale italiana, è innegabile che l’Italia dipenda fortemente dalle importazioni di energia. È ormai noto a tutti che il nostro Paese è tanto ricco di bellezze artistiche e storiche quanto povero di risorse naturali, primi fra tutti gas e petrolio. Questa necessaria dipendenza per il fabbisogno energetico e di conseguenza per il sostentamento di tutto il sistema produttivo nazionale ha reso fondamentale una politica estera che abbia fra i suoi principali obiettivi quello della sicurezza sul versante dell’energia. Possiamo tranquillamente affermare che, sin dagli albori dell’industrializzazione nazionale ma in particolar modo dal secondo dopoguerra in poi, gran parte dell’azione diplomatica italiana si sia concentrata sul tessere una rete di relazioni stabili e pacifiche con i principali Paesi esportatori di combustili fossili soprattutto a livello regionale. Padre della politica estera energetica italiana è senza ombra di dubbio il presidente dell’ENI Enrico Mattei il cui impegno per l’affermazione dell’industria petrolifera italiana a livello internazionale inaugurò una missione che dura tutt’oggi. Se il Governo è la mente, il braccio era e rimane infatti l’ENI, vero strumento operativo della politica estera italiana sul fronte energetico. Data l’importanza che tale questione riveste sulla nostra economia e, senza esagerazioni, anche nelle nostre vite quotidiane (dal carburante delle auto, ai riscaldamenti, alla luce che illumina le nostre case) è interessante analizzare come si sviluppa e agisce l’azione del Governo in questo contesto. Attualmente, l’azione diplomatica italiana nei confronti della sicurezza energetica si gioca su tre principali fronti: quello nei confronti dell’Africa e del Medio Oriente che si caratterizza per un’elevata complessità geopolitica, quello nei confronti della Russia che rappresenta forse il fascicolo più importante e delicato e infine quello nell’ambito nell’Unione Europea rivolto soprattutto all’affermazione di un mercato unico dell’energia.

Innanzitutto un po’ di dati che, seppur noiosi, riescono a rendere efficacemente l’idea sulla dipendenza dell’Italia dalle importazioni. Per quanto riguarda il gas naturale, l’Italia ne importa circa 62 mila miliardi di metri cubi standard, per la stragrande maggioranza provenienti dalla Russia: il 45,3% del totale. Il 20,2% invece, arrivava dall’Algeria e il 9,2% dalla Libia, poi gli altri Paesi. Parlando di petrolio, invece, sul totale di circa 50 mln di tonnellate il 20% proviene dall’Africa (Libia, Angola e Nigeria). Il 40% circa viene invece dall’area ex sovietica, Russia e Azerbaijan nello specifico, mentre un altro 24% proviene dal Medio Oriente, soprattutto Iraq e Arabia Saudita.

Leggendo questi numeri emerge con forza come la Russia sia forse il principale partner strategico per l’Italia sia per quanto riguarda il gas che il petrolio. Attorno alla questione ruotano però un numero elevatissimo di problematiche, soprattutto geopolitiche, che coinvolgono diverse aree geografiche, dal Caucaso alla Turchia, passando dai Balcani.  Negli ultimi anni i rapporti commerciali con la Russia sono fondamentalmente stabili anche se diverse tensioni fra Mosca e alcuni Paesi dell’ex-URSS (in primis Ucraina e Georgia) evidenziano come esistano rischi significativi per il nostro Paese sull’affidabilità dei rifornimenti. A tal proposito è indispensabile tenere presente che oggi la Russia non è, in realtà, un esportatore puro: per soddisfare il proprio fabbisogno interno e le esportazioni verso l’Europa, la Russia importa dai Paesi dell’Asia centrale che poi rivende all’Europa. La combinazione costituita da crescente domanda europea e russa, nuove opportunità di sbocco sul mercato cinese e insufficienza degli impianti russi, crea il rischio concreto che la Russia a medio termine non sia più in grado di garantire le forniture e i contratti esistenti con un grave danno per i Paesi importatori come il nostro. A tutto ciò si aggiunge l’ambiguità dei rapporti con il resto dell’Unione Europea. Molti Paesi dell’Europa orientale sono apertamente ostili all’allargamento della sfera d’influenza russa e si oppongono a molte delle iniziative per creare una politica comune europea sul fronte energetico. Si moltiplicano così le iniziative strategiche dei singoli Stati, Italia fra tutti, miranti a garantire la propria sicurezza, strategie che non fanno altro che aumentare le ambiguità nei confronti di Mosca. I rapporti con i russi sono, nostro malgrado, influenzati da una serie di questioni che il nostro Paese non può ignorare e che allo stesso tempo deve affrontare insieme agli altri partner europei. Il già citato problema dell’Ucraina è ancora attuale, un tema nel quale si scontrano due esigenze degli europei. Da una parte sanzionare i chiari intenti ‘espansionistici’ della Russia verso la regione del Donbass, dall’altra mantenere buoni rapporti per evitare che Mosca tagli i rifornimenti di gas naturale. L’Italia in questi ultimi tempi si è trovata nella scomodissima posizione di mediatrice fra una politica estera comune europea che mira all’affermazione della legalità internazionale e i suoi interessi nazionali. Una situazione che fa emergere necessariamente una certa ambiguità diplomatica.

Alla questione dell’Ucraina, inoltre, è strettamente legata la problematica dei gasdotti. In questo caso la partita è ancora più complicata e il nostro Paese deve destreggiarsi fra un numero elevatissimo di attori, ognuno con il proprio interesse a non essere escluso dal gioco e a difendere le proprie posizioni. Non è esagerato parlare infatti di ‘geopolitica dei gasdotti’. Attualmente la maggior parte del gas russo arriva all’Europa e all’Italia attraverso il cosiddetto ‘TAG’ (Trans Austria Gasleitung ) ma sono ormai da anni in progetto diversi nuovi gasdotti, progetti nei quali l’Italia ha un enorme interesse vista la sua esigenza di diversificare la provenienza dei suoi rifornimenti di gas e allentare la dipendenza da Mosca. Una prima vittoria diplomatica il nostro Paese l’ha ottenuta con l’accantonamento del progetto ‘Nabucco’ nel giugno 2013, in passato sponsorizzato dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea e fortemente osteggiato da Mosca. Il progetto prevedeva un collegamento diretto dai giacimenti del Caucaso e dell’Asia centrale all’Europa centrale, passando per la Turchia. Il Nabucco avrebbe escluso l’Italia nel suo percorso e allo stesso tempo avrebbe interessato aree politicamente instabili come i Balcani. Per questo il progetto è stato abbandonato in favore del TAP (Trans-Adriatic Pipeline) dopo un’efficace azione negoziale italiana nei confronti del Consorzio Shah Deniz II proprietario dell’omonimo giacimento di gas naturale in Azerbaijian, che doveva decidere nel dicembre 2013 quale gasdotto utilizzare per le proprie esportazioni.   Il TAP, al 20% di SNAM, dalla frontiera greco-turca attraverserà Grecia e Albania per approdare in Italia, nella provincia di Lecce permettendo l’afflusso di gas naturale proveniente dall’area del Mar Caspio in Europa ed evitando completamente la Russia. Per queste ragioni Mosca sta portando avanti contemporaneamente il progetto del gasdotto ‘South Stream’, una struttura che permetterà di portare gas direttamente all’Europa passando sotto le acque del Mar Nero ed evitando così la problematica Ucraina. Punto di approdo del gasdotto anche in questo caso l’Italia, più precisamente Tarvisio con una partecipazione di ENI al 20%.  L’ entrata in attività del South Stream può rendere del tutto inutile per l’Italia importare gas dalla Russia attraverso il Trans Austrian Gasleitung ed evitare come già accennato il territorio dell’Ucraina, che ha creato in passato diverse instabilità alle forniture dalla Russia. Allo stesso tempo, però, il nuovo gasdotto non garantisce all’Italia la diversificazione dei fornitori di gas, un’esigenza cardine della nostra politica estera.  Il Trans Adriatic Pipeline, invece, avrebbe sia il vantaggio di aggiungere l’Azerbaijan tra i paesi da cui importare il gas naturale, sia quello di essere una struttura costruita con tecniche moderne e lungo un tragitto che è interesse di tutti gli attori coinvolti, compresa al Russia, mantenere geopoliticamente sicuro e stabile. Ecco perché il governo italiano negli ultimi tempi ha manifestato a più riprese, con atti concreti, la propria preferenza per la realizzazione del TAP. Decisione che ovviamente crea diverse tensioni fra Roma e Mosca.

In questo contesto emerge con chiarezza la posizione rilevante occupata dalla Turchia, paese che non dispone di grandi riserve energetiche proprie, ma che rappresenta uno snodo di transito strategico fra l’Europa e i giacimenti dei paesi dell’area del mar Caspio e l’Iran. Le recenti e difficili discussioni sull’ingresso della Turchia in Europa, sul regime dei visti e i negoziati sui migranti vanno probabilmente inquadrati anche alla luce del ruolo che la Turchia può rivestire per la sicurezza energetica del continente. Tale considerazione vale soprattutto per paesi come l’Italia, che ha un bisogno impellente di diversificare le quote dei Paesi da cui importa gas e petrolio.

Un’altra area verso la quale l’Italia ha un interesse di prim’ordine e nei cui confronti si concentrano molti degli sforzi diplomatici è indubbiamente quella del Nord Africa un’altra ‘zona calda’ a livello regionale. Dopo la Russia, l’Algeria rappresenta il secondo fornitore di gas del nostro Paese. Le forniture algerine arrivano in Italia attraverso il gasdotto Transmed. Il primo tratto porta il gas dal giacimento di Hassi R’Mel fino al confine con la Tunisia. Il punto di arrivo in Italia è a Minerbio, vicino a Bologna, dove il gas entra nel sistema di distribuzione italiano. Proprietaria del gasdotto è la Transmed S.p.A, partecipata al 50% dall’Eni e dalla Sonatrach, la compagnia petrolifera di stato algerina. Anche in questo caso è in progetto un’ulteriore infrastruttura, il gasdotto GALSI (Gasdotto Algeria Sardegna Italia) che contribuirebbe all’importazione di idrocarburi dall’Algeria passando dalla Sardegna. Nell’ottica algerina il GALSI è in competizione con il TAP e il forte sostegno del nostro Governo nei confronti di quest’ultimo ha indispettito non poco Algeri. Proprio per questo, sempre allo scopo di diversificare i rischi è opportuno che l’Italia promuova una cooperazione sempre più forte fra l’Algeria e l’Europa, soprattutto nel contesto delle infrastrutture di trasporto e nell’esportazione di ‘know how’.

Spostandoci di qualche centinaio di km, troviamo un altro capitolo delicatissimo per la nostra politica estera energetica, la Libia. Se in passato il regime di Gheddafi poteva rappresentare un partner stabile e sicuro per il nostro approvvigionamento di gas e petrolio, dopo il 2011 le cose sono cambiate radicalmente. In pochi anni le quote libiche nel quadro delle importazioni italiane di idrocarburi sono scese gradualmente sebbene rappresentino ancora un buon 8% circa. Nonostante il caos seguito al crollo del regime e le continue minacce da parte del fondamentalismo islamico verso gli impianti dell’ENI, l’Italia è riuscita a mantenere in vigore gran parte dei contratti vigenti durante l’era Gheddafi. Tale successo è dovuto anche al grande interesse che hanno le innumerevoli autorità e capi locali nel mantenere la loro principale fonte di entrate e di finanziamento. La questione libica è troppo complessa per essere affrontata nel dettaglio in questa sede ma, rimanendo nel contesto di un’azione diplomatica finalizzata a mantenere e garantire una stabilità nei rifornimenti di gas e petrolio, bisogna sottolineare come la partita sia essenzialmente di tipo politico. Priorità dell’Italia è l’instaurarsi di un governo libico legittimo e solido e solo in un secondo momento si potrà consolidare, o meglio recuperare, quella cooperazione sul fronte energetico ormai perduta. Altra priorità è ovviamente il contrasto allo Stato Islamico nella regione, azione che potrà essere portata avanti dal nostro Paese solamente grazie ad una strategia comune con i partner europei e regionali.

Nel contesto africano un ultimo accenno, non meno importante, è da dedicare all’Africa sub-sahariana nei confronti della quale l’Italia sta intensificando i suoi sforzi diplomatici. In particolare la Nigeria, il Mozambico e il Congo sono oggetto di investimenti sempre maggiori da parte dell’ENI. In Nigeria la presenza italiana è ormai consolidata da tempo, concentrata soprattutto nel delta del fiume Niger, sede di importantissimi giacimenti di greggio. Purtroppo anche in questo caso la situazione a livello politico non è delle migliori. Le strutture di estrazione sono continuamente oggetto di attacchi da parte di bande armate locali che spesso lottano per una maggiore equità nella distribuzione dei proventi del petrolio e contro la massiccia distruzione dell’ecosistema locale. La Nigeria inoltre sta vivendo una situazione di guerra civile ‘de facto’ con il nord a maggioranza musulmana in preda agli attacchi del gruppo terrorista di matrice islamica Boko Haram. In questo caso l’Italia, assieme al resto della comunità internazionale, dovrebbe intensificare la cooperazione a livello economico, sponsorizzando azioni di sviluppo locale e di aiuto alla popolazione, soprattutto nella regione del Delta.

Infine, la politica estera energetica italiana non può prescindere dall’ambito europeo. Le istituzioni europee, infatti, ormai da alcuni anni hanno posto la questione energetica fra le priorità del continente. A riprova di ciò, la Commissione Europea ha pubblicato la seconda ‘Strategic Energy Review’, contenente le linee guida per affrontare l’emergenza climatica ed energetica e definire una politica congiunta dell’Unione su questa materia cui l’Italia partecipa attivamente. Il problema principale, come spesso avviene ormai in molte delle questioni dell’Unione, è coniugare la volontà degli Stati di portare avanti una politica energetica nazionale e l’esigenza di definire una strategia comune europea nei confronti della lotta al surriscaldamento climatico e alla sicurezza nell’approvvigionamento energetico. In questo quadro le iniziative messe in campo dal nostro Paese si rivolgono essenzialmente a quattro problematiche: l’integrazione dei mercati elettrici nazionali; una reale apertura del mercato del gas; investimenti sulle infrastrutture prioritarie e una politica estera comune in materia energetica. Sono tutti temi che toccano da vicino gli interessi nazionali. Una maggiore integrazione del mercato elettrico, oltre a favorire la concorrenza e un abbattimento dei costi per i nostri produttori, garantirebbe una maggiore sicurezza sul fronte della stabilità della rete elettrica europea. Attualmente un black out in Germania potrebbe avere ripercussioni in Italia o Francia. Il mercato del gas, di cui già abbiamo discusso ampiamente in precedenza, è un’altra priorità italiana. Tema al quale si lega indissolubilmente la questione del potenziamento infrastrutturale, in primis i gasdotti nel territorio europeo. La politica estera comune, come si è visto, aiuterebbe infine ad aumentare il potere negoziale europeo nei confronti di super potenze dell’energia, come la Russia e i paesi del Medio Oriente.

 

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