mercoledì, Ottobre 27

La politica estera di Sardar Patel

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Sardar Patel

Ora che il primo ministro Narendra Modi si è assicurato che la nazione “riconosca” i meriti del primo premier e ministro degli interni Sardar Vallabhai Patel nella realizzazione dell’indipendenza e nella costruzione della “moderna India”, vale la pena discutere della rilevanza di questo grande uomo, conosciuto come “l’uomo di ferro”, che se avesse voluto avrebbe potuto diventare il primo premier dell’India indipendente al posto di Jawaharlal Nehru. Naturalmente la dinastia Nehru-Gandhi, che ha governato l’India per tre generazioni, ha minimizzato il ruolo di Patel per tutti gli anni al potere, ma questa è un’altra storia.

I commentatori si sono solitamente concentrati sul lavoro di Patel nella sfera domestica indiana, il che è comprensibile, trattandosi di un ministro degli interni. È per questo che si sente sempre parlare del ruolo di Patel nell’integrazione di quasi tutti gli Stati principeschi in quella che è oggi l’India, dopo che l’Independence of India Act emanato dall’allora potere coloniale britannico li lasciò liberi di confluire nell’India, nel Pakistan o di mantenere la propria cosiddetta indipendenza. A Patel va anche il merito di aver riposto piena fiducia nell’importanza dell’amministrazione pubblica, nonostante l’eredità britannica. A conti fatti, in un Paese eterogeneo e diversificato come l’India, un’amministrazione pubblica con una visione e una portata nazionale doveva ricoprire un ruolo centrale nel consolidamento della nazione.

Resta il fatto, e in questo articolo mi ci concentrerò, che Patel aveva anche una visione forte del mondo. Le sue idee sulla sicurezza di lungo termine dell’India e sull’ambiente geopolitico emergente non erano solo sensate, ma addirittura profetiche, in netto contrasto con le idee fortemente idealistiche e spesso suicide di Nehru. Patel era ben consapevole che, oltre al fattore induisita-musulmano, la rivalità geopolitica tra i Paesi occidentali guidati dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna da un lato e l’allora Unione Sovietica e Cina dall’altro era un fattore parimenti determinante nella ripartizione dell’India. In effetti, Londra aveva sempre sospettato l’ambizione di Mosca ad avere un porto caldo sull’Oceano Indiano. Inoltre, la scoperta del petrolio nei Paesi arabi e la crescente dipendenza da esso dell’economia mondiale rendevano imperativo per la Gran Bretagna o per gli Stati Uniti avere una forte presenza militare, diretta o meno, in parte dell’India, così da poter controllare e assicurare la produzione e l’approvvigionamento di petrolio dal Medio Oriente. In fondo, era dall’India che l’Inghilterra imperiale aveva controllato i flutti ad Est del canale di Suez. Un’India democratica, indipendente e unita non avrebbe mai giocato lo stesso ruolo: per questo il Pakistan venne separato dall’India a tutti i costi. E infatti, in una delle sue lettere all’industriale G. D. Birla, Sardar Patel collegava chiaramente la creazione del Pakistan all’accesso libero dei poteri occidentali al petrolio del Golfo.

Naturalmente Patel non approvava la politica britannica. Ed è comprensibile, dal momento che aveva ottenuto la fama di “uomo di ferro” per le sue epiche battaglie contro il colonialismo inglese. Credeva però nella più ampia causa della democrazia occidentale. Era contro il comunismo al di là di ogni possibile dubbio. Può darsi che la sua avversione per il comunismo originasse dalla realizzazione prematura del pericolo che la Cina comunista poteva costituire per l’India. Contrariamente a Nehru, convinto che solo il Pakistan costituisse una minaccia alla sicurezza dell’India, Patel aveva ben chiaro che la reale minaccia di lungo termine sarebbe emersa dalla Cina, in particolare dopo che i piani del regime comunista di Pechino si erano palesati in Tibet. Storicamente, i cinesi avevano esercitato un potere “feudale” sul Tibet, ma questo era ben distinto dall’avere sovranità su di esso. La Cina non esercitava alcun ruolo nell’amministrazione interna del Tibet o nella sua politica estera. Fino al 1949 il Tibet era rimasto una nazione indipendente in senso più ampio che essere una civiltà distinta con una ricca cultura, una lingua, una religione, un sistema di governo e un’identità proprie. Storicamente, non solo il Tibet aveva gravitato verso l’influenza civile e culturale indiana: costituiva anche una zona cuscinetto tra i due gigant asiatici.

Per realizzare il suo sogno di unità asiatica, Jawaharlal Nehru fu sempre del parere di appagare la Cina. Fu per questo che, subito dopo l’indipendenza dell’India, legittimò la “sovranità” cinese sul Tibet. In questo fu immensamente aiutato da K. M. Pannikar, l’allora ambasciatore indiano in Cina, profondamente indottrinato da Mao Tse-Tung durante una serie di cene sontuose. Nehru non si era reso conto che la mancata definizione del confine tra Tibet e India sarebbe stata sfruttata dalla Cina. Patel, invece, lo aveva compreso molto bene. Il 7 novembre 1950 Patel scrisse a Nehru evidenziando come l’entrata delle truppe cinesi in Tibet quell’anno aveva dato luogo ad una situazione in cui «per la prima volta dopo secoli, la difesa dell’India deve concentrarsi su due fronti contemporaneamente». Patel suggeriva: «Dobbiamo capire che situazione ci troviamo davanti come risultato della sparizione del Tibet e dell’espansione della Cina fino alle nostre porte». Proseguendo in questa vena profetica, aggiungeva: «L’irredentismo e l’imperialismo comunista cinese è diverso da quello dei poteri occidentali. Il primo ha una copertura ideologica che lo rende dieci volte più pericoloso. Sotto le spoglie dell’espansione ideologica si nascondono rivendicazioni raziali, nazionali e storiche. (…) La minaccia alla nostra sicurezza ad Ovest e Nord-Ovest rimane importante, ma una nuova minaccia ha preso forma a Nord e Nord-Est. Di conseguenza, per la prima volta dopo secoli, la difesa dell’India deve concentrarsi su due fronti contemporaneamente. La nostra politica di difesa si è finora concentrata sulla superiorità nei confronti del Pakistan».

Fonti occidentali desecretate suggeriscono che nel 1950 Patel fosse profondamente critico nei confronti della politica estera di Nehru sia in Tibet sia nella Guerra di Corea. Nonostante in un primo momento l’India avesse condannato l’invasione della Corea del Sud da parte della Corea del Nord, il governo indiano non appoggiò la successiva azione militare delle Nazioni Unite contro la Corea del Nord e la Cina, sua principale alleata. Allo stesso modo, Patel non seguì Nehru nella “One China policy”, soprattutto dopo che Taiwan occupò il seggio cinese nelle Nazioni Unite. Va notato che, successivamente, Taiwan accettò il suggerimento di cedere il seggio permanente nelle Nazioni Unite all’India: un’offerta che un Nehru “idealista” non tenne in nessun conto; piuttosto, egli fu uno dei più grandi sostenitori dell’ingresso della Cina comunista nel consiglio mondiale.

Secondo J. L. Oliver, diplomatico inglese, Londra apprezzava l’atteggiamento di Patel nei confronti dell’Occidente. L’allora Alto Commissario britannico aveva affermato quanto segue: «Mi è stato riferito da fonte autorevole che Patel disapprova l’approccio di Nehru a Stalin e vorrebbe vedere l’India sinceramente dalla nostra parte e addirittura inviare truppe di supporto in Corea. Ma non si sente abbastanza forte da imporre il suo punto di vista a Nehru, a meno di riuscire a offrire una compensazione, ad esempio un prestito americano per il riarmo, la riproposta del vecchio progetto per inviare grano in India, un prestito per la riabilitazione dei rifugiati o anche un atteggiamento più favorevole nei confronti dell’India da parte degli angloamericani per quanto riguarda il Kashmir. Di recente ha lamentato, e le sue lamentele sono state diligentemente sottoposte a me e all’ambasciatore americano, che non gli stiamo dando abbastanza supporto e che si trova in minoranza al governo. Lamenta anche di essere solo nel subcomitato agli affari esteri, e che Ayyangar e Rajagopalachari appoggiano Nehru. Mi è stato altresì riferito che Sardar Patel sta spingendo questo orientamento filoccidentale fino a disapprovare i tentativi indiani di stabilire relazioni più salde con la Cina».

Patel era davvero in minoranza nel governo Nehru? La versione americana della questione è leggermente diversa, a giudicare da un documento americano desecretato del 10 novembre 1950 in cui l’ambasciatore Henderson informava Washington che «Patel ha ripetuto in privato che nei prossimi giorni insisterà col governo affinché l’India non solo cambi politica in direzione di una collaborazione più stretta con le potenze occidentali, in particolare gli Stati Uniti, ma che dia anche annuncio ufficiale di tale cambiamento. (…) Patel e altri sostenitori di un cambiamento nella politica estera indiana sostengono che l’India debba rafforzare il proprio esercito per far fronte efficacemente ai vicini comunisti, e che non possa rafforzare adeguatamente l’esercito senza l’aiuto degli Stati Uniti, a meno che non renda chiaro al mondo che l’India si schiera con l’Occidente contro l’aggressività del comunismo internazionale».

È appurato che Patel aveva deciso di opporsi alla politica estera di Nehru in una riunione di governo fissata per il 21 novembre 1950. Secondo Maniben, la figlia di Patel, egli avrebbe avuto il supporto di Rajagopalachari e K. M. Munshi e si attendeva di averne anche da altri colleghi, quali Baldev Singh, Jagjivan Ram e Sri Prakasa «nell’eventualità di una resa dei conti sulla politica di Nehru riguardo la Cina». Sfortunatamente, Patel si ammalò e non potè presenziare alla riunione del 21 novembre. La sua salute si deterioriorò ulteriormente nel periodo successivo, portandolo alla morte il 15 dicembre.

Non si sa cosa avrebbe potuto essere dell’iter diplomatico indiano se Patel avesse preso parte a quella riunione. Forse l’India sarebbe diventata membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite molto tempo fa, e l’umiliazione militare dell’esercito indiano ad opera delle truppe cinesi nel 1962 si sarebbe potuta evitare.

 

Traduzione di Elena Gallina

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