giovedì, Dicembre 2

La politica dei due forni

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Nel giorno in cui Matteo Renzi si prende una effimera rivincita sul presidente della Commissione Ue Jean Claude Junker (finito al centro dello scandalo Luxleaks) che si era permesso di umiliarlo pubblicamente, in Italia si fa sempre più concreto il sospetto che il governo voglia attuare la cosiddetta politica dei due forni, contrapponendo al patto del Nazareno, stipulato con FI, l’accordo su singole questioni con il M5S, come accaduto per l’elezione di Silvana Sciarra alla Consulta e il voto comune su alcuni emendamenti riguardanti la responsabilità civile dei magistrati. La possibilità che il premier delle promesse mancate voglia accelerare sulla legge elettorale per andare al voto in primavera resta concreta, a costo di rompere con Berlusconi e nonostante i sondaggi Ixè diano la sua popolarità in calo al 45%, a tutto vantaggio dell’altro Matteo, il leghista Salvini. Renzi contestato a Savona, mentre a Napoli sono scoppiati incidenti tra le forze dell’ordine e i partecipanti al corteo contro lo Sblocca Italia e in difesa della Città della Scienza di Bagnoli. Degna di menzione l’apertura di un’inchiesta della procura di Roma dopo la denuncia presentata dalla famiglia Cucchi contro il medico legale Paolo Arbarello. Il fascicolo sarà seguito personalmente dal procuratore capo Giuseppe Pignatone.

La situazione politica italiana la fotografa perfettamente Roberto Maroni questa mattina su twitter. «Scricchiola il patto del Nazareno, FI nel pallone, M5S inciucia con Pd: elezioni anticipate si avvicinano», cinguetta il presidente leghista della Regione Lombardia. Un’analisi spietata, ma azzeccata, perché la situazione è precipitata mercoledì scorso con la fumata nera di Palazzo Chigi, dove Renzi e Berlusconi si erano incontrati per discutere di legge elettorale. Dunque, il patto del Nazareno di cui si è fatto garante Denis Verdini «scricchiola», come del resto affermato ieri dallo stesso presidente del Consiglio durante l’assemblea dell’Anci a Milano. Anche se questa mattina il premier -giunto a Villanova d’Albenga per inaugurare lo stabilimento Piaggio Aerospace, atteso dalle ormai consuete contestazioni- si è affrettato a negare che esista un problema Italicum, sono troppi i segnali che lasciano intendere l’esatto contrario.

Il primo è sicuramente la guerra per bande scatenatasi dentro Forza Italia tra i pattisti filo renziani personificati da Verdini e il Cerchio Magico (Niccolò Ghedini, Paolo Romani, Giovanni Toti, Maria Rosaria Rossi, Francesca Pascale e Dudù) a cui vanno aggiunti i ‘cani sciolti’ Renato Brunetta e Raffaele Fitto che non hanno mai digerito il patto con lo spregiudicato segretario del Pd. I ‘verdiniani’ sono convinti che una rottura del patto porterebbe alla fine dello stesso berlusconismo, mentre i ‘cerchisti’ fantasticano ancora di un ritorno al governo del vecchio Silvio. Che FI sia nel pallone lo dimostra anche la mancata elezione alla Consulta della candidata azzurra Stefania Bariatti, non tanto per l’astensione dei grillini, quanto per l’ennesima cartuccia sparata dai franchi tiratori berlusconiani contrari al patto del Nazareno.

Oggi il capogruppo forzista al Senato, Paolo Romani, intervistato da ‘affaritaliani.it’, si affretta a confermare che «il patto del Nazareno tiene, sicuramente» assicurando che Verdini «è insostituibile, visti i suoi rapporti personali (di che natura? ndr) con il presidente del Consiglio». Ma non ne sembra convinto neanche lui. E a smentirlo ci pensa la numero due renziana (in quanto a comparse tv seconda solo al capo) Maria Elena Boschi. «Sono convinta che siamo ad un passo dall’accordo (sulla legge elettorale ndr). Purtroppo, non possiamo aspettare i tempi di Forza Italia», punzecchia stamane la ‘ministra da copertina’, «spero che si chiariscano al loro interno e superino i loro dissidi». Una cruda conferma dello scricchiolio del patto del Nazareno che non è proprio piaciuta a Giovanni Toti, teoricamente allergico al Nazareno. «Se per qualche altra ragione il Pd ha deciso di interrompere il percorso condiviso delle riforme», risponde acido il consigliere politico di Berlusconi, «lo dica apertamente e se ne assuma le responsabilità». Botta e risposta chiuso con elegante arroganza da Debora Serracchiani. «Speriamo che Berlusconi porti a compimento l’impegno sulla legge elettorale ma se non è così andiamo avanti e auspichiamo di trovare una maggioranza in Parlamento», ha minacciato la renzianissima vicesegretaria Pd.

La collaborazione avviata tra governo e pentastellati sull’elezione di Silvana Sciarra alla Corte Costituzionale e il voto comune Pd-M5S in Senato su alcuni emendamenti alla legge sulla responsabilità civile dei magistrati, hanno mandato su tutte le furie non solo i berluscones, ma anche gli alfaniani alleati del governo Renzi. Scene surreali quelle vissute ieri a Palazzo Madama con il capogruppo Ncd Maurizio Sacconi che prima sbandiera e poi ritira le sue dimissioni, e con una nervosissima Nunzia De Girolamo che affronta a muso duro la collega di genere Boschi di fronte a testimoni e telecamere apostrofandola con un «mi devi spiegare se questa maggioranza esiste ancora o se ne state facendo un’altra con i 5Stelle». Sacconi questa mattina precisa che «le mie dimissioni sono rientrate perché mi ha telefonato Renzi dando ampie garanzie» sul fatto che non nascerà una nuova maggioranza Pd-M5S. Lo stesso Sacconi ha ribadito oggi che Ncd è pronta a «lasciare la maggioranza» se dovessero ripetersi nuovi blitz Pd-M5S.

Dato per scontato che un accordo stabile del Pd con Beppe Grillo e i suoi resta fuori da ogni logica, visti i profili geneticamente incompatibili dei due schieramenti politici, non resta che interpretare l’accelerazione antiberlusconiana di un Renzi in chiara difficoltà (con l’annuncio di voler incardinare l’Italicum in commissione al Senato già la prossima settimana) come una tattica per costringere l’ex Cavaliere divenuto ‘anatra zoppa’ a cedere sull’approvazione entro dicembre della legge elettorale con quel premio alla lista e non alla coalizione vincente tanto caro all’entourage renziano. Questa mattina il numero 3 del Movimento, Luigi Di Maio, ha deciso però di rilanciare con un’intervista al ‘Corriere della Sera’ in cui afferma che «se il Pd usa il buon senso per argomenti che interessano la collettività, noi ci saremo», dicendosi disponibile anche ad eleggere insieme il presidente della Repubblica: «Il mio invito è: il nuovo capo dello Stato eleggiamolo con lo stesso metodo, facciamolo scegliere ai cittadini». L’enfant prodige del grillismo comunque non si fida del bluff di Renzi. Scopo dichiarato dei grillini è ‘scassare’ l’asse tra il Pd e il centrodestra di lotta (FI) e di governo (Ncd). Di parere completamente opposto resta il già citato leghista Salvini al quale «non frega assolutamente niente della legge elettorale. A inciuciare con il Pd lasciamo che siano i 5 stelle».

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