lunedì, Ottobre 18

La politica condiziona l’arte? field_506ffb1d3dbe2

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politico paparoni

Il libro ‘Il bello, il buono e il cattivo’ di Demetrio Paparoni, edito quest’anno dalla casa editrice Ponte alle Grazie, racconta come la politica abbia condizionato il lavoro e la vita degli artisti dall’Ottocento fino ad oggi. Nel corso di questo lavoro si cerca di far luce su arte, politica, storia e sociologia partendo da Napoleone sino a fatti di cronaca recenti. La politica ha sempre cercato in tutti i secoli di coartare, sfruttare, limitare e controllare l’arte e oggianche con le moderne democrazieresistono casi di censura e di asservimento al potere politico vigente. L’autore del libro non vuole rispolverare vecchie teorie di complotti o portarne alla luce di nuove, ma mettere insieme documenti e fatti in buona parte già noti, per illustrare come e quanto gli eventi in ambito politico e artistico dall’Ottocento fino ad oggi incidano sul lavoro degli artisti di ieri e di oggi, e come ciò possa influenzare il nostro modo di guardare al presente. Critica d’arte, analisi sociale, cronaca e storia convivono felicemente in questo libro di piacevole lettura, frutto di un ricco lavoro documentaristico.

Questo volume, lo afferma l’autore stesso nella sua introduzione, ebbe la sua genesi nel 2006, quando Demetrio Paparoni si trovava in Israele per definire i dettagli della mostra ‘Mentalgrafie italiane’, tenutasi al Tel Aviv Museum nel luglio dell’anno successivo. Inseguito alla sua visita al Museo dell’Olocausto di Gerusalemme, il Yad Vashemnacque in lui una riflessione su come avevano reagito ai crimini del nazismo gli artisti legati al regime. Questa domanda suscitò una ricerca che lo ha portato a rivedere il modo in cui la propaganda politica legata ad un regime di qualsiasi tipo e di qualsiasi epoca storica, dall’Ottocento ai giorni nostri, abbia inciso sull’arte e come abbia condizionato la lettura artistica degli ultimi tre secoli. L’autore ha avviato anche conversazioni su vari temi con critici come Arthur C. Danto, Mario Diacono e Arturo Schwarz, o altri americani, russi, o persino cinesi, oltre che con esperti di geopolitica, come Prag Khanna, con lo scopo di far interagire informazioni, interpretazioni e punti di vista diversi dai suoi. Questa ricerca ha mostrato che spesso l’arte ha abdicato alla sua funzione critica, divenendo passivamente lo specchio della società.

Napoleone Bonaparte aveva capito «che la Francia avrebbe ottenuto l’egemonia politica sul mondo solo acquisendo anche quella culturale». In quel periodo si avviava il culto della personalità dell’imperatore con una serie di suoi busti commemorativi venduti ai Comuni francesi e una serie requisizioni di opere d’arte a seguito delle numerose campagne militari in Europa, soprattutto nei Paesi Bassi e in Italia, e restituite solo in parte dopo la sconfitta di Waterloo, che fecero del Musée Central des Arts, con sede al Louvre, uno dei più importanti musei del mondo, tanto che nel 1803 esso venne ribattezzato Musée Napolèon.

Nel libro si passa poi a considerare le due scuole di pensiero legate alla grande fiera d’arte all’Armony Show di New York, degli primi anni Dieci del Novecento, che vedevano una la supremazia dell’arte americana su quella europea, come riteneva l’antropologo Claude Lévi-Strauss, e l’altra la dimostrazione che l’arte non ha frontiere ma il suo patrimonio è capace di accomunare gli uomini anziché dividerli, come affermava anche lo storico dell’arte Meyer Shapiro. La prima idea diventerà il punto fermo della politica americana, al di là degli schieramenti ideologici fino alle strategie legate al marketing, e condurrà alla politica culturale della CIA e al ruolo dei mercanti d’arte contemporanea, o all’intervento mirato dei grandi collezionisti dagli anni Cinquanta del Novecento in poi, fino alla Pop Art.

Viene trattato anche il tema delle razzie naziste di cui sappiamo già molto, ma l’autore se la prende anche con chi non le ha ostacolate, come il principe Lancellotti che, nonostante il divieto di esportazione, vendette a Hitler la statua del Discobolo, copia romana di Mirone. Si parla anche della Danae di Tiziano, appesa nella camera da letto di Goering grazie al servilismo di Mussolini, che pure si era scontrato, ma aveva avuto la meglio, grazie anche alle pressioni di Galeazzo Ciano, con le direttive ministeriali di Giuseppe Bottai per la salvaguardia del patrimonio artistico italiano. Si analizzano le opere dei cosiddetti ‘artisti degenerati’ tolte dai musei, ma delle quali 4829 finite al rogo nel 1939 a Berlino. Si ricostruiscono anche le vicende degli artisti prediletti dal Fuhrer (come per esempio il preferito Adolf Ziegler e la cineasta Leni Riefensthal), sia durante che dopo il nazismo, quando alcuni non furono più considerati dei geni dell’arte. La questione della censura nell’arte è esemplificata dal caso di Emil Nolde, artista sgradito ad Hitler, che fu privato della sua cattedra e le cui opere vennero tutte distrutte.

L’Italia è vista in un ampio arco cronologico, che va da Guttuso fino a Cattelan, e si rammenta come essa abbia dimenticato di essere stata fascista, cosa che aiuterebbe invece a comprendere meglio certe scelte fatte da alcuni politici italiani dei nostri giorni, dettate da ignoranza e senza riferimento ad un progetto definito o ad un’ideologia. Si arriva infine a toccare le varie forme di censura nella Cina, dalla Guerra Fredda fino ad oggi, come nell’esempio della recente mostra del 2002 da cui fu esclusa una scultura di Li Zhanyang. Si parla anche di alcuni Nobel recenti, definiti ‘della discordia’, di Gao Xingjian, Liu Xiabo e Mon Yan e dell’arresto di Ai Weiwei, che tanto scalpore ha suscitato in Occidente, al punto che l’Europarlamento si espresse con una nota che ne chiedeva la liberazione.

Abbiamo intervistato Demetrio Paparonisaggista e curatore di mostre d’arte contemporanea, nonché autore di questo libro.

 

Perché un libro sul condizionamento della politica sull’arte negli ultimi cento anni?

Perché la politica non ha mai smesso di condizionare l’arte, e lo fa con tecniche così raffinate da indurre molti a pensare che questo non accade più, o che accade solo in Cina. C’è in molti la convinzione che oggi, poiché è venuta meno la contrapposizione ideologica che ha caratterizzato le grandi narrazioni del Novecento, l’arte sia più libera. Questo è vero solo in parte: impera una nuova ideologia, quella che nel mio libro io chiamo la ‘nuova ideologia della finanza internazione post ideologica’. Ci ho messo cinque anni a scrivere questo libro, perché il mio obiettivo era essere più chiaro possibile. Nel linguaggio e nei contenuti. Questo per due ragioni: volevo che il libro avesse una valenza politica, e perché ritengo che quando un testo non è chiaro si deve al fatto che il critico non sa scrivere, non perché il lettore non è in grado di capire.

Lei ha dialogato con critici e storici dell’arte, come Arthur C. Danto, Mario Diacono e Arturo Schwarz, e altri americani, russi e persino cinesi oltre ad esperti di geopolitica.

Ho dialogato principalmente con i miei amici, perché il confronto è alla base di ogni elaborazione critica. Lavorare al libro mi ha portato ovviamente anche a cercare un rapporto con i testimoni di un’epoca. Senza il loro aiuto non sarei mai riuscito a scrivere questo libro correttamente.

La tesi che lei sostiene nel suo libro è che l’arte spesso ha abdicato la sua funzione critica divenendo uno specchio passivo della società e della politica. E’ così?

Sì, è così. Nel libro trova quanto è scaturito dai tanti confronti avuti e dalle mie ricerche.

Quanto l’arte è stata ed è complice delle nefandezze della politica, delle ideologie?

Ovviamente essere complice di un regime è un crimine, ben altra è assecondare i desiderata della politica in un paese democratico. I regimi hanno sostenuto quasi esclusivamente artisti mediocri, perché chiedeva agli artisti di mettere la loro arte al servizio della propaganda. Però ci sono casi emblematici su cui mi soffermo nel libro: Nolde era nazista, ma fu considerato un artista degenerato dal Reich; Sironi era fascista, ma è stato un grandissimo artista. Nel libro mi soffermo anche sulle vicende umane degli artisti, c’è molta narrazione. Non ho usato l’aneddotica per ‘acchiappare il lettore, ma per dar forza all’impianto critico e sociologico del testo.

Lei parte da Napoleone per affermare che a questo personaggio e al suo regime si deve far riferimento per capire la storia dei dittatori del Novecento e il loro modo di comunicare attraverso l’arte sia sul piano stilistico che formale. Ce lo può spiegare meglio?

Parto da Napoleone perché è a lui che si deve il fatto che Parigi è diventata la capitale mondiale dell’arte.

Quanto i grandi imprenditori americani hanno pesato nella fondazione delle istituzioni museali e culturali degli Stati Uniti e quanta influenza hanno ancora oggi nel determinare la strategia culturale del paese?

Gli imprenditori americani della prima metà del Novecento hanno sostenuto l’arte del proprio Paese considerandosi dei patrioti e dei filantropi. Ovviamente hanno anche saputo investire sugli stessi artisti che loro stessi hanno aiutato ad avere successo, collocandoli nei musei. Ma questo è nell’ordine naturale delle cose. Oggi la ‘Nuova finanza internazione post ideologica’ è sovranazionale, perché internazionali sono i suoi interessi. Non dà importanza alla nazionalità degli artisti.

Per l’Italia Lei menziona Bottai, parla di Guttuso e si spinge fino ai nostri giorni ci illustra meglio questo ampio arco temporale che attraversa tutto il Novecento sotto il profilo artistico e quello legato all’ideologia di regime?

Mi sono sforzato di offrire al lettori dei fatti, cercando di essere più neutro possibile. Non so se ci sono riuscito. Nel capitolo sull’Italia di oggi mi sono sforzato di raccontare nella maniera più obiettiva possibile fatti legati alla politica culturale di Berlusconi o Bondi, e arrivo a soffermarmi sull’operato dell’assessore Boeri al Comune di Milano. Racconto fatti che considero gravi. Ho fatto interagire presente e passato per dare al lettore la possibilità di giudicare se sono un delirante o se sono nel giusto.

 

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