domenica, Luglio 25

La pipeline della discordia

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Trans-Caspian Pipeline

 

Almaty – Continuano, senza sosta, le negoziazioni sul gasdotto che dovrà portare il gas naturale turkmeno a verso Occidente. L’ostacolo da superare è il Caspio, una barriera naturale, legale, ambientale e geopolitica. L’Unione Europea non demorde: la Commissione ha inserito il progetto per la Trans-Caspian Pipeline (TCP) all’interno della lista delle infrastrutture strategiche da perseguire nel periodo 2014-2020. Alla Russia, questo progetto non piace, perché andrebbe a disturbare la propria attività nei mercati dell’Europa occidentale e ridurrebbe l’importanza delle infrastrutture di era sovietica per il gas centroasiatico. Azerbaigian  e Turkmenistan sarebbero disponibili, ma hanno problemi a riconoscere i confini delle rispettive porzioni del Caspio.

I 300 chilometri che separano le coste del Turkmenistan da Baku, la capitale dell’Azerbaigian, rappresentano la distanza più lunga che l’UE sta provando a percorrere da un decennio. Dal gas turkmeno dipende la fattibilità del progetto Nabucco, che per ora è stato abbandonato in favore di alternative più economicamente realistiche. Il consorzio multinazionale che ha il gas disponibile per i mercati europei opera in Azerbaigian nel giacimento di Shah Deniz (‘il Re del Mare’). Nel giugno scorso, il consorzio era stato chiamato a decidere se collaborare con i promotori della Trans-Adriatic Pipeline (TAP) o con coloro che avrebbero finanziato il percorso balcanico del gasdotto Nabucco-West, entrambi versioni ridotte dell’idea originale del Nabucco. La scelta a favore di TAP è stata giustificata dalla razionalità commerciale del progetto, ma anche dalla solidità finanziaria della proposta (gli investitori svizzeri di Axpo avevano il 42,5% di TAP prima della decisione, salvo poi vendere il 37,5% a SOCAR e BP, protagonisti del consorzio Shah Deniz). L’aritmetica della disponibilità del gas ha lasciato poco spazio all’immaginazione.

Sedici sono i miliardi di metri cubi (bcm) che Shah Deniz potrà mettere sul mercato. Di conseguenza, l’opzione TANAP (gasdotto attraverso l’Anatolia) più TAP era quella prevedibile. In Turchia, si fermeranno 6 bcm, mentre gli altri 10 arriveranno sulle coste pugliesi dell’Italia attraverso un gasdotto sottomarino collegato all’Albania. Non sarà facile convincere l’opinione pubblica italiana che questo sia un progetto a basso impatto ambientale, ma non si può prevedere fino a che punto si spingeranno le proteste e le giustificazioni da una parte e dall’altra. Proprio ieri, la Camera dei Deputati ha sospeso la ratifica del trattato TAP. Quello che invece si può prevedere è una richiesta di finanziamento all’UE per questo ‘Progetto di Interesse Comune’.

Lo scorso novembre, la Commissione ha aggiornato la lista, ma non ha modificato il suo parere sul progetto russo South Stream. Il gasdotto che dovrebbe attraversare il Mar Nero, per poi riemergere in Bulgaria e dirigersi verso Tarvisio, secondo il Commissario per l’Energia, Günther Oettinger «South Stream è un progetto aggiuntivo, ma non ci garantisce l’accesso a nuove fonti di energia, né contribuisce all’aumento della concorrenza nel mercato europeo del gas». La Commissione europea, insomma, non osteggia South Stream, ma non ne fa una priorità.
Ma cosa comporta il progetto russo per il gasdotto attraverso il Caspio? Stanti così le cose, la costruzione di South Stream non metterebbe a repentaglio alcun progetto europeo, né TAP, né Nabucco-West, perché mira a bypassare l’Ucraina e a ridimensionare il suo ruolo come Paese-transito.

Tutti questi non sarebbero progetti ridondanti, né avversari, finché il gasdotto TCP non sia costruito. Solo allora, con l’entrata nel mercato europeo del gas turkmeno attraverso il Corridoio meridionale (TANAP-TAP e TANAP-Nabucco West), South Stream entrerebbe in competizione con gli altri progetti. Il gas turkmeno, non è infinito, infatti: una buona parte è già sotto contratto con i partner cinesi che hanno costruito un lunghissimo gasdotto verso est; il resto è diviso tra Iran, che lo consuma, e Russia, che lo ri-esporta in Europa. Senza questo gas, per la Russia sarebbe difficile non solo giustificare l’enorme costo di South Stream, ma anche rispettare i contratti con i Paesi dell’Europa meridionale e occidentale. In questo gioco di tubi, il primo a muovere è il Turkmenistan.

Il Paese meno libero e accessibile dell’Asia centrale produce circa 60 bcm all’anno. Di questi, solo 11 vanno in Russia, mentre 8 vengono esportati in Iran. La produzione è destinata a crescere, ma la Cina è pronta a prelevare quanto più possibile, dato che è presente anche nelle operazioni di esplorazione ed estrazione. La scoperta del secondo giacimento più grande al mondo nel 2012, tuttavia, potrebbe aprire la porta per le esportazioni in Europa. L’ostacolo da superare è la costruzione del gasdotto, perché il cosiddetto ‘oro azzurro’ è difficile e costoso da trasportare in altri modi e la prospettiva di liquefarlo nel Caspio (per renderlo disponibile solo al mercato azero) non ha molto senso per gli investitori.

Secondo la Russia, ogni progetto di costruzione di infrastrutture energetiche attraverso il Caspio deve essere concordato da tutti i cinque Stati che vi si affacciano, visto che lo status legale del bacino acquifero non è stato ancora definito.
Oltre all’argomento legale, la diplomazia russa ha utilizzato anche l’espediente ambientale: Igor Bratchikov, inviato speciale del Presidente Vladimir Putin per la risoluzione dei conflitti frontalieri nell’area post-sovietica, ha affermato lo scorso novembre che la pressione europea per il gasdotto TCP è «un’ingerenza negli affari dei Paesi caspici e la costruzione di un gasdotto è un’idea avventata che potrebbe generare catastrofi ambientali».

L’UE, invece, crede che la decisione finale sull’investimento per TCP arriverà presto. Il capo della missione in Asia centrale, Denis Daniilidis, è sicuro che i negoziati si chiuderanno entro un anno. Tuttavia, l’astio tra Azerbaigian e Turkmenistan su alcuni giacimenti e sulla pratica azera di trivellazione in diagonale, e tra la stessa Baku e Teheran sulla pertinenza di altri giacimenti e sulla gestione della sicurezza marittima, non dà alcuna certezza per il successo del progetto. L’ultima volta che i capi di Governo si sono riuniti per risolvere le dispute è stato nel 2010 nella capitale azera. Dopo tre lunghissimi anni le speranze di un accordo multilaterale si affievoliscono.

La diplomazia europea visita di continuo Baku e Ashgabat, per cercare di assicurarsi un clima favorevole alla firma dei molti documenti che potrebbero dare il via alla costruzione del gasdotto e al contratto di fornitura del gas turkmeno. Poco importano, in questo caso, gli standard democratici e le libertà che questi Governi limitano ai propri cittadini. In questo caso si parla di gas e di rotte alternative ai condotti russi. La sicurezza energetica -dei consumi- è il principio più importante per l’Europa. In questo quadro, è possibile leggere le polemiche tra Mosca e Bruxelles in chiave squisitamente geopolitica, visto che anche alla Russia preme la sicurezza energetica -delle proprie forniture. Costruire un gasdotto non è semplice e in questo caso potrebbe dar vita a scontri ben più visibili, che semplici battibecchi diplomatici.

 

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