lunedì, Ottobre 18

La ‘Pietà’ di Michelangelo come non si era mai vista Il restauro restituisce al mondo la bellezza di uno dei capolavori più intensi e tormentati del Genio. Timothy Verdon: “Fu il marmo difettoso a costringere l’anziano artista ad abbandonare la scultura”. I visitatori del Museo dell’Opera di Firenze potranno vedere da vicino l’opera di restauro

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Delle tre Pietà scolpite da Michelangelo,  quella che si trova ora esposta nel Museo dell’Opera di Firenze, è senz’altro la  più tormentata dell’artista, che iniziò a realizzarla quando aveva più di 70 anni e che  avrebbe dovuto trovare collocazione in una chiesa romana dove  pensava di trovare sepoltura. Dunque, un’opera pensata per celebrare sé stesso, la sua vita e le sue sofferenze, compresi gli acchiacchi della vecchiaia che lo tormentavano. Dopo la Pietà Rondanini, che si trova al Castello Sforzesco di Milano, e la Pietà in S.Pietro (1498-99), con al centro una Madonna in giovane età che sorregge il corpo del Cristo ( anche Michelangelo lo era, avendo allora 25 anni!), questa Pietà Bandini, scolpita tra il 1547 e il 1555, è la più  personale delle tre, tanto che l’artista si è ritratto nel vegliardo che sostiene il corpo di Cristo, identificato  come Nicodemo. Il gruppo marmoreo si compone di 4 figure: Nicodemo, a cui l’artista ha  dato i suoi tratti fisiognomici,  che si trova all’apice  del gruppo piramidale, volto sofferto  appena accennato come quello di Maria, ben definito e dolce è quello di Maria Maddalena, le quali  sorreggono  il  corpo di Gesù, la cui gamba sinistra non è visibile.

Ebbene, il delicato intervento di ripulitura dell’opera considerato  un vero e proprio intervento di restauro, addirittura il primo dopo 470 anni, condotto fra varie interruzioni per Covid dal novembre  2019 ai giorni nostri, ci consente di leggere meglio la complessa storia dell’opera, le varie fasi di lavorazione e la tecnica scultorea utilizzata. Un intervento che restituisce al mondo – è il commento di Timothy Verdon, storico dell’arte e Direttore del Museo la bellezza di uno dei capolavori più intensi e tormentati di Michelangelo, liberato dai depositi superficiali che ne alteravano la leggibilità dell’eccezionale plasticità e  cromia. E’ lo stesso Direttore a tracciare la storia di questo  travagliato rapporto del Genio con la sua opera, riproposta sotto una nuova luce, liberata dal manto ambrato dalle cere che vi si erano depositate e  dai gessi  residui dei calchi effettuati sull’opera, grazie   all’intervento condotto con grande perizia dalla  restauratrice Paola Rosa che si è avvalsa della a collaborazione di Emanuela Peiretti e diun’equipe di professionisti. Il tutto sotto la direzione di Beatrice Agostini  e il controllo del Soprintendente Andrea Pessina.

Molte le domande che nel tempo artisti, studiosi, storici dell’arte e attenti osservatori si sono posti, di fronte a questo capolavoro, considerato l’ultimo del Maestro. A tali interrogativi l’intervento di restauro effettuato col sostegno economico della  Fondazione non profit ‘Friends of Florence, consente di dare alcune risposte.  

Intanto, perché Michelangelo lasciò incompiuta questa sua opera? Richiamandosi a Giorgio Vasari, che aveva seguito personalmente il Genio durante l’esecuzione di alcune opere tra cui proprio questa ‘Pietà’, che le fonti antiche chiamavano ‘Deposizione di Cristo’, Verdon sostiene che  la prima risposta è da ricercarsi nel difetto del blocco marmoreo: quel sasso aveva molti smerigli, ed era duro e faceva spesso fuoco nello scalpello, così lo descriveva il Vasari. Ora si è scoperto che quel marmo era effettivamente difettoso per la presenza di numerose microfratture, in particolare di una sulla base, che potrebbe aver ‘costretto’ Michelangelo ad abbandonare la scultura.

Le indagini condotte sulla materia che Michelangelo ha dovuto lavorare, rivelano che l’enorme blocco di marmo su cui è scolpita l’opera (2 metri e 25 centimetri di altezza e 2700 chili di peso), non proviene dalle cave di Carrara, come si riteneva, ma da quelle di Seravezza di proprietà medicea. Tant’è che Giovanni de’ Medici (futuro Papa Leone X) aveva ordinato a Michelangelo di utilizzare il marmo di quelle cave per la facciata della Chiesa di S.Lorenzo (mai realizzata). Le analisi diagnostiche confermano che si trattava davvero di un marmo difettoso della cui qualità l’artista non era per  niente soddisfatto. E pensare che lo aveva comprato e pagato lui stesso come privato. Resta invece un mistero il perché questo enorme blocco si trovasse a Roma, proprio nel periodo in cui il Maestro era occupato con la Cupola della basilica vaticana. Si sa per certo invece  che poteva dedicare poco tempo alla ‘sua’ Deposizione, lavorandovi spesso di notte.

E dunque, fu proprio nottetempo, quando il Vasari, che gli era amico, si recò a casa di Michelangelo  dove lo trovò che lavorava sopra  la Pietà di marmo che e’ruppe.  Poi, vedendo che il curioso amico e suo grande estimatore era attratto da una gamba di Cristo che il Maestro cercava di mutare, Michelangelo abbuiò l’ambiente  lasciando cadere di mano la lucerna che teneva accesa, in modo da impedire  sguardi indiscreti. Secondo il Vasari, “Michelagnolo lavorava quasi ogni giorno per suo passatempo intorno a quella pietra con le quattro figure, la quale egli spezzò in questo tempo per queste cagioni: perché quel sasso aveva molti smerigli et era duro e faceva spesso fuoco nello scalpello.”

Dunque, il motivo principale dell’abbandono dell’opera sembrerebbe risiedere nelle imperfezioni del marmo che irritavano l’artista, data l’impossibilità di proseguire il lavoro. Del quale è noto il perfezionismo professionale, descritto dallo stesso Vasari quando scrive che “ il giudizio di quell’uomo  fussi tanto grande che non si contentava mai di cosa e’ facessi. Le voci che si diffusero parlavano di un Michelangelo così arrabbiato da colpire lui stesso a martellate l’opera sua. Ma le indagini ora condotte non confermano questa voce, poiché non è stata trovata traccia dei colpi sul marmo. A meno che non siano state cancellate dalla mano di Tiberio Calcagni, scultore fiorentino vicino a Michelangelo, il primo ad intervenire sull’opera, per completarla e restaurarla. Certo, conoscendo il carattere irritabile dell’artista,  anziano pieno d’acciacchi e sconfortato dalla difficoltà di modellare questo  duro marmo, è un’ipotesi suggestiva quella delle martellate, ma alla luce di queste recenti indagini l’ipotesi più plausibile è la difficoltà che incontrò a lavorare quel marmo, tanto da abbandonare l’impresa.

Quanto alla gamba sinistra del Cristo è da ritenere che lo stesso Maestro capì d’aver sbagliato e  che la sua aggiunta avrebbe potuto distruggere  l’armonia compositiva dell’insieme. Forse ci ha provato, nella coscia sinistra del Cristo,   si nota il buco per ricevere la gamba mancante, ma non v’è prova.  

Fatto sta che Michelangelo non termina la scultura e la dona al suo servitore Antonio da Casteldurante, il quale, dopo aver fatta restaurare dal Calcagni, la vende al banchiere Bandini per 200 scudi, il quale la colloca nel giardino della sua villa romana a Montecavallo. Gli eredi Bandini la vendono  poi al cardinale Luigi Capponi che la trasferirà nel suo palazzo a Montecitorio e poi a palazzo Rusticucci Accoramboni.  E infine, grazie alla mediazione di Paolo Falconieri, gentiluomo fiorentino, viene acquistata da Cosimo III dei Medici, Granduca di Toscana. E’ il 25 luglio del 1671. Ma passeranno altri 3 anni prima che il blocco marmoreo possa  raggiungere via mare ( Civitavecchia, Livorno) e  poi lungo l’Arno, Firenze. Qui, viene collocata nei sotterranei della Basilica di S.Lorenzo ( non distanti dalla Sacrestia Nuova che ospita altri capolavori michelangioleschi). Ma il suo pellegrinaggio non è finito: nel 1722 il Granduca la farà sistemare sul retro dell’altare maggiore del Duomo, poi nel 1933 va nella Cappella di Sant’Andrea, e durante la 2 guerra mondiale è di nuovo in Duomo, poi nella Cappella e, finalmente, dal 1981 all’interno del Museo dell’Opera del Duomo.  Dove è stato allestito un cantiere di restauro, aperto pubblico per consentire ai visitatori di seguire l’intervento da vicino, salendo sulla pedana e seguire l’opera di pulitura..Ciòpotrà avvenire. In via eccezionale, per i prossimi 6 mesi, dal 25 settembre 2021 al 30 marzo 2022. Il pubblico del Museo potrà usufruire di visite guidate, osservando da vicino e in un modo unico e irripetibile, la Pietàrestaurata, che poggia su un alto basamento che rievoca l’altare a cui era destinata, e che si trova al centro della sala intitolata Tribuna di Michelangelo.

Ora che, come spesso capita coi restauri, questa Pietà è resa leggibile con più chiarezza, e fornisce al tempo stesso nuove e più fondate congetture,  afferma Antonio Natali, consigliere dell’Opera di Santa Maria del Fiore, storico dell’arte già Direttore degli Uffizi. Siamo di fronte ad una rivelazione, in quanto con il restauro si è tolto il velo ambrato che ricopriva l’opera che oggi appare in tutta la sua bellezza e il pathos che la contraddistinguono, a cominciare dal volto segnato commovente e commosso del Maestro.   Inoltre, osservando il corpo esanime del Cristo, con la testa reclinata sulla spalla sinistra, Natali nota l’appassionato persistere  dell’interesse di Michelangelo  per la scultura ellenistica, in                                                                                             particolare il Torso Gaddi, ch’era stato  molto studiato, copiato e più volte evocato dagli artisti fiorentini, già nel Quattrocento, a principiare dal Ghiberti. Ma anche nel Cinquecento fu preso a modello di tanti Cristi morti. Il che è un altro segno dell’attenzione che i grandi scultori del nostro Rinascimento dedicarono alla scultura ellenistica, partendo poi da lì per nuove e straordinarie imprese. Come questa Pietà che ci mostra una madre  vinta dal dolore, la quale non ha la forza  di sostenere il corpo morto del figlio con le membra abbandonate. Trattasi dunque di un’opera faticosa, rara in un sasso e veramente divina, come la definiva il Vasari.  Ora quest’opera divina, magistralmente restaurata, costituisce uno dei grandi elementi attrattivi di questo straordinario Museo della scultura, uno dei più importanti al mondo per unanime riconoscimento. Ne hanno parlato oltre a Verdon e a Natali, la restauratrice Paola Rosa, Luca Bagnoli ( Presidente dell’Opera), Beatrice Agostini, direttrice dei restauri, Samuele Caciagli, area tecnica e Simonetta Brandolini d’Adda, presidente della Fondazione non profit Friends of Florence, che ha donato dal 1998 ad oggi, oltre 10 milioni di dollari per progetti di conservazione e laboratori di restauro di opere artistiche e architettoniche  del patrimonio artistico fiorentino e della Toscana. Opera  divina, dunque secondo il primo biografo di Michelangelo nelle  Vite de’ più eccellenti pittori scultori e architetti. Di che stupirsi? Del resto lo stesso Giorgio Vasari definì Michelangelo  uno esemplo mandato da Dio agli  uomini dell’arte nostra, perché s’imparassi da lui nella vita sua i costumi, e nelle opere, come avevano a essere i veri et ottimi artefici.  Ancora Vasari  lodava Dio d’esser nato in tempo che Michelagnolo sia stato vivo.  E tanto da poter scrivere di lui molte cose e tutte vere. L’importante è che tali opere siano arrivate a noi per poter continuare a studiarle, curarle,  ammirarle  e a riflettere intorno  al loro valore, al mistero  che recano in sé, alla bellezza e  al significato che ci trasmettono.

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