domenica, Giugno 13

La pesca controversa field_506ffbaa4a8d4

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Bangkok – In tempi recenti s’è discusso molto, in Thailandia, delle misure da introdurre per migliorare gli standard produttivi in ambito ittico da parte della Thailandia stessa a fini di esportazione verso l’Unione Europea. Ci si è spesso intrattenuti sulle misure protezionistiche attuate dalla Thailandia per quel che concerne il mantenimento di alti livelli nei dazi doganali verso i prodotti occidentali importati, anche verso quelli provenienti da un’area privilegiata qual è l’Unione Europea. Bisogna, però, annotare che anche quest’ultima ha sempre preteso alti livelli di qualità e di controllo della filiera produttiva a fini di importazione di prodotti, specie in ambito alimentare, soprattutto se si tratta di prodotti che provengono dall’Asia. La motivazione ufficiale ovviamente è quella di agire al meglio delle proprie possibilità nel controllo di qualità a salvaguardia della salute dei cittadini dell’Unione Europea. La ‘ricaduta’ di questa tipologia particolarmente chirurgica dei controlli, però, è anche quella di fare una certa selezione nella direzione del porre freno alla potenziale marea di prodotti asiatici che potrebbero invadere in modo eccessivamente libero i mercati e le tavole degli europei.
Il Governo in carica in Thailandia, ovvero la Giunta militare, ha introdotto misure di controllo certo migliorate rispetto al marasma precedente ma – a fronte di una situazione costellata di irregolarità e di inveterata memoria – il lavoro finora svolto è praticamente una goccia nel mare dei problemi da risolvere. L’Unione Europea è stata netta e stringente: se gli standard qualitativi non vengono elevati per avvicinarsi a quelli europei, la Thailandia può dimenticare di esportare prodotti derivanti dalla lavorazione dei pesci, i gamberetti e la vasta tipologia di crostacei prodotti o pescati in Thailandia, settore per il quale la stessa Thailandia primeggia nel mondo, così come accade anche con altre tipologie commerciali come il riso o le orchidee. Questo sarebbe un pugno al fegato fortissimo e che – a dire il vero – né la Thailandia, né tanto meno la Giunta militare possono permettersi a cuor leggero. Non se lo può consentire il Paese perché, soprattutto in epoca di crisi globale, la voce delle esportazioni è una voce ‘classica’ nel sorreggere le sorti dell’economia di una Nazione. E non se lo può consentire la Giunta militare, contro la quale le critiche (sebbene sedate su svariati settori come il linguaggio della politica e della vita sociale, tanto per citare due ambiti a caso) in materia di scelte economiche e di risultati conseguiti si vanno facendo via via sempre più acide e corrosive. Il che è una iattura per una Giunta militare che non vorrebbe far altro che mantenere la sua presenza al potere cercando in ogni modo di trovare una scusa per traccheggiare, rimandare le elezioni e ammantare tutto con la necessità di attuare le riforme per risanare e rendere snello il Paese. I dati economici, infatti, per ora dicono che la Giunta, quando non ha fatto danni (il che non vuol dire che non ne abbia fatti), di certo non ha migliorato granché l’economia della Thailandia.

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