domenica, Ottobre 17

La paura di una Cina egemonica

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Xi-Jinping

Bangkok – La Cina medita di riportare in auge un progetto di area di libero scambio Asia-Pacifico nel prossimo summit APEC con una certa rilevanza in rappresentazione delle sfide che oggi affronta in qualità di ospite del più grande evento internazionale che si svolgerà sotto l’egida del Presidente Xi Jinping.

Si pensa che Pechino voglia risolvere due scopi principali per la creazione di un’Area di Libero Scambio Asia-Pacifico FTAAP secondo una bozza di comunicazione che sarà oggetto di discussione alla fine del Summit tra i leader APEC il prossimo Lunedì. Un report del ‘Wall Street Journal’ di sabato scorso, citando negoziatori ma senza farne i loro nomi, afferma che il testo finale non avrebbe più richiesto un precedente studio di fattibilità sull’Area di Libero Scambio Asia-Pacifico oppure una data di completamento dell’intero processo entro il 2025, in quanto risultato di una previa pressione degli Stati Uniti. Washington teme che il progresso dell’Area di Libero Scambio Asia-Pacifico potrebbe far saltare i colloqui per la proposta della Partnership Trans-Pacifica TPP a guida statunitense e che non prevede la presenza della Cina. L’Area di Libero Scambio Asia-Pacifico è anche visto come un passaggio di Pechino verso la Partnership Trans Pacifica. Ma l’assistente del Ministro per il Commercio, Wang Shouwen, ha smentito il resoconto del Wall Street Journal durante un incontro con i media nella giornata di ieri, ripetendo che la Cina ha «pieno sostegno da parte di tutti gli altri Membri nella direzione del voler portare avanti il progetto dell’Area di Libero Scambio trans-Pacifica e che quindi i colloqui riguardanti i dettagli proseguono in quella direzione».

Gli osservatori ritengono che l’Area di Libero Scambio Asia Pacifico può essere vista come la prossima battaglia per la supremazia d’area tra Pechino e Washington, alla sommità delle varie sfide che la Cina si ritrova a dover affrontare nell’ospitare il Summit APEC, che ha preso avvio ieri con gli incontri tra gli esponenti principali ed anziani ivi variamente convenuti. L’analista Wang Dong dell’Università Peking ha affermato: «Credo che una delle sfide più grandi che la Cina stia affrontando sia quella riguardante l’Area di Libero Scambio Asia-Pacifico. Sfortunatamente, gli Stati Uniti hanno finora applicato un gioco all’ostruzionismo piuttosto che rivestire un ruolo costruttivo».

La settimana di incontri e dialoghi che terminerà il prossimo martedì con le presenze (cancellate) dal Presidente USA Barak Obama e dal Presidente russo Vladimir Putin, rappresenta lo sforzo più grande da parte della Cina dai tempi in cui ha tenuto il Summit APEC per la prima volta a Shanghai nel 2001. Così la preoccupazione più grande del Mondo all’evento APEC fu in quell’occasione il terrorismo globale a seguito degli attacchi dell’11 settembre. Vi era anche grande eccitazione nella prospettiva dell’ingresso della Cina nella Organizzazione Mondiale del Commercio che sarebbe avvenuta nel mese di Dicembre di quello stesso anno.

Mentre il terrorismo permane una preoccupazione globale, la stessa Cina è diventata fonte di preoccupazione soprattutto per i vicini in ambito territoriale per i suoi atteggiamenti ostentatamente assertivi circa la annosa questione delle dispute confinarie. Vi sono ora anche grandi preoccupazioni su una forte contrazione dell’economia cinese, attualmente la seconda economia più grande al Mondo e più interconnessa con le questioni regionali come non mai in passato.

Diversamente da quanto accadde nel 2001, ora la Cina trova essere più difficile oscurare i suoi mal di pancia interni e le lamentele che partono dal suo interno, messa com’è perennemente sotto i riflettori dell’attenzione mondiale soprattutto ora che si svolge il Summit APEC. Al momento, assicurandosi che i leader del Mondo siano ben salutati da cieli azzurri al loro arrivo, viste le condizioni dello smog che incombono sempre su Pechino, ci si sofferma su altri aspetti più minimali. Si discute, infatti, anche delle alquanto effimere misure intraprese in Cina, soprattutto a Pechino, per mitigare gli effetti dell’inquinamento ambientale sulla Capitale. Inoltre, sebbene le Autorità cinesi abbiano disposte le più strette misure immaginabili in protezione della sicurezza del Summit, lo spettro della violenza è molto presente e il rischio viene avvertito come più alto rispetto al 2001, anche a seguito di una certa sequel di attacchi dei separatisti dello Xinjiang.

Un’altra sfida, come accennato in precedenza, è quella relativa al clima di ostilità con numerosi Paesi vicini, come Giappone e Filippine, per le questioni territoriali e confinarie e che si spera possano non diventare dominanti nel corso dello svolgimento del Summit. La necessità di rivestire il ruolo di Paese ospite gentile significa anche riannodare le relazioni Sino-Giapponesi,il che a cascata vuol dire che il Presidente Xi dovrebbe incontrare ed accordarsi con il Primo Ministro Giapponese Shinzo Abe per la prima volta da quando questi ha preso il potere nel 2012. Ma il Presidente Xi non vuole nemmeno apparire come colui che abbia concesso o voglia concedere troppo al Giappone in merito alla disputa delle isole Senkaku/Diaoyu. Ancora più importante, una sfida chiave è relativa alla capacità con cui la Cina conduce il tutto, poiché ciò implica anche l’alleviare i sospetti ed i timori dei Paesi vicini che sono diventati sempre più pronunciati dal 2001 ad oggi, come annotano gli studiosi e gli osservatori locali e internazionali.

Questa mutazione negli atteggiamenti è il risultato di una politica estera assertiva, specialmente dopo la crisi finanziaria globale del 2008 che ha visto l’economia cinese come una possibile liberazione del Mondo. In quel momento la Cina ha cominciato – affermano gli osservatori – ad immaginare di poter rivaleggiare con gli Stati Uniti ed ha anche cominciato a perseguire il concetto di difesa dei propri interessi come un interesse totale e con ben poco spazio al compromesso, più di quanto si sia mai immaginato in Cina in precedenza.

Da tutto ciò è derivato il timore diffuso relativo al fatto che la Cina possa inseguire sogni di egemonia nella regione il che ha dato adito al benvenuto sempre più clamoroso a favore degli Stati Uniti circa il ruolo di Paese guida nell’area dell’Asia-Pacifico. Queste grandi paure, ingigantite dalle questioni appunto egemoniche e confinarie, sono parte dei motivi per cui c’è più di qualche piccola incertezza tra i vicini nel contribuire a progetti come la Banca Asiatica per le Infrastrutture, una banca della quale –in verità- l’intera regione avrebbe davvero bisogno, come fanno notare gli studiosi e gli esperti di cose locali.

Il Summit potrebbe essere un modo attraverso il quale la Cina potrebbe costruire fiducia e rispetto, soprattutto nei confronti delle Nazioni vicine più piccole e portare avanti –in altro modo- i propri scopi nell’area geopolitica e geografica locale, quella dell’Asia-Pacifico.

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