venerdì, Maggio 7

La paura dei cristiani in Siria La distruzione del monastero cattolico di Mar Elian e il rischio estinzione dei cristiani in Siria

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«Ho paura del domani». Forse questa frase non è mai uscita dalla bocca di un solo siriano, qualunque sia la sua comunità di appartenenza, negli ultimi due anni e mezzo, perché ogni volta che la paura del popolo siriano aumenta, cresce, in maniera direttamente proporzionale, anche l’estensione delle zone calde, il bilancio del sangue versato, il salato delle lacrime infiamma gli occhi delle madri siriane, l’angoscia nel cuore dei padri, dei fratelli e delle sorelle. Ogni palmo di terra in Siria ha una storia da raccontare, e stavolta la storia dovrà scrivere nelle sue pagine qualcosa che non vi aveva dovuto annotare nell’epoca passata.

George non aveva mai immaginato per un solo istante nella sua vita che la croce appesa alla sua macchina sarebbe diventata un’accusa che avrebbe anche potuto porre fine alla sua esistenza. Non ha avuto altra scelta che iniziare a toglierla quando esce la mattina presto per andare al lavoro, per poi rimetterla al suo posto quando torna nel suo quartiere, al-Qasaa’. E questo perché altrimenti qualcuno potrebbe considerarlo un ‘infedele’.

La situazione di George non è certamente eccezionale o straordinaria, anzi è la stessa che vive Abu Nasif, un uomo di mezza età coi lineamenti del viso solcati dalle rughe profonde tracciate dal peso degli anni, che è stato costretto a togliere dalla parete l’icona di Nostra Signora di Saidnaya, nonostante fosse lì fin dal primo momento in cui aveva aperto il suo negozio di generi alimentari, perché è sicurissimo che la sua presenza darebbe un segnale che potrebbe segnare l’inizio della sventura della sua famiglia e lasciare orfani i suoi figli.

Miri, studentessa di giurisprudenza, è arrivata al punto di aver paura del filo bianco legato al suo polso, che le dona la benedizione, perché proviene dal Convento di Nostra Signora di Saidnaya; e teme che possa attirare l’attenzione di chi lo vede, facendolo risalire alla sua comunità di appartenenza.

A solo pochi metri di distanza dall’università di Miri, dalla facoltà di giurisprudenza, centinaia di siriani sono accalcati in una fila che comincia in un punto e non si sa dove possa finire. Naturalmente non è una fila per comprare il pane, il mazut o la benzina, e nemmeno per il cherosene, che è diventato uno dei particolari della strada siriana. Qui la fila si fa allo sportello emigrazione, alle ambasciate. Ognuna di quelle persone non perde mai di vista il sogno di emigrare, un sogno da realizzare a ogni costo.

Forse questa scelta rappresenta lo stadio avanzato della loro condizione di panico, ed è diventata il salvagente dei cristiani di Siria oggi. Prima dell’inizio della guerra, in Siria i cristiani erano il 10% della popolazione, e la loro era una storia di autentica integrazione. Già nella primavera 2012, gli analisti internazionali rilevavano che i cristiani siriani sempre più apertamente denunciavano essere in corso una vera e propriapulizia etnicae il rischio di unaguerra confessionale, sullo sfondo di una Siria al centro della strategia saudita e occidentale volta al contenimento dei Paesi arabi e in primo luogo dell’Iran.

Non si tratta di una generalizzazione, ma di quello che accade alla maggioranza dei cristiani del Paese. La situazione dei cristiani in Siria oggi è fatta di un’amarezza che non avevano mai sperimentato da quando hanno iniziato a essere presenti in questa terra e partecipare da protagonisti alla fondazione della civiltà siriana. Questo è quanto afferma Fadi, padre di due bambini, il quale non sa che cosa il domani abbia in serbo per il futuro della sua famiglia. La soluzione, anche se diversa dalla sua volontà, è quella di emigrare per garantire innanzitutto l’incolumità della sua famiglia, e poi anche un futuro di istruzione e lavoro ai suoi due figli.

Chi sta per annegare si aggrappa anche a un filo di paglia”. Con queste parole Umm Touni allude alla situazione sua, dei suoi figli, della sua famiglia. Non appena sente qualunque notizia di un qualche Paese europeo che apre le porte all’immigrazione, la donna si precipita con il marito e i figli presso le ambasciate per presentare le richieste, certa che, nel caso in cui tutti le chiudessero le porte in faccia, ricorrerà a una qualche via illegale per emigrare tramite le reti di trafficanti, anche se questo significa pagare a mediatori e trafficanti migliaia di dollari. È quello che è accaduto ai tanti siriani che sono emigrati sulle navi per vie illegali e si sono spostati da un Paese all’altro finché una Nazione europea non li ha accolti; tutto questo specialmente dopo che la Svezia ha annunciato pubblicamente che avrebbe concesso la residenza permanente a tutti i rifugiati siriani.

I prezzi imposti dai mediatori rasentano il limite della follia: il costo per far imbarcare una sola persona è arrivato a 5.000 dollari. Ovviamente sanno che l’equivalente del prezzo in lire siriane è pura fantascienza. Ma nonostante tutto questo, secondo Umm Touni questa è la soluzione ideale per sfuggire all’incubo del terrore che non la abbandona mai, né quand’è sveglia né durante il sonno, quella paura che venga fatto del male ai suoi figli e i loro figli, che uno di loro venga rapito in cambio di un riscatto, o che muoia ucciso da un missile, un’esplosione o un proiettile vagante.

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