domenica, Maggio 9

La patria del cemento

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Tra i tanti epiteti che si potrebbero scegliere per identificare l’Italia c’è n’è uno che certamente non ci fa onore: ‘Patria del cemento’. «Tra i primati alla rovescia di cui possiamo vantarci c’è anche quello di essere i maggiori produttori-consumatori di cemento nel mondo, due-tre volte gli Stati Uniti, il Giappone, l’Unione Sovietica: 800 chili per ogni italiano. E lo spreco porta al consumo irreversibile di quella risorsa scarsa e irriproducibile che è il territorio». A lanciare l’allarme nel lontano 1991 in ‘Brandelli d’Italia’ fu Antonio Cederna. Da allora poco o nulla è cambiato. Con una media di oltre 432 chili di consumo pro capite per ogni cittadino, a fronte di una media europea di 314, il Bel Paese si conferma tra le nazioni più assetate di cemento.

Ma quante sono le cave presenti oggi in Italia? Stando agli ultimi dati diffusi da Legambiente quelle attive sono 5.592 mentre sono 16.045 quelle dismesse. I rilevamenti si riferiscono alle Regioni in cui esiste un monitoraggio. Lo studio, condotto dall’associazione ambientalista, è costruito attraverso un questionario inviato alle Regioni ed alle Province competenti, incrociando i dati con studi europei e di settore.  Uno sberleffo al territorio che necessita di un impegno concreto da parte delle istituzioni.

«La crisi – sottolinea Legambiente – sta mostrando tutti i suoi effetti anche nel settore delle attività estrattive. Come conseguenza della contrazione degli investimenti nelle costruzioni si sono ridotti il numero delle cave attive, i prelievi di sabbia e ghiaia i consumi di cemento (-22% dal 2011), il numero dei cementifici e delle imprese attive. Di sicuro però la crisi non può essere una scusa per rinviare interventi indispensabili a cancellare finalmente condizioni di illegalità, di devastazione del territorio, di speculazione ai danni di beni comuni che caratterizzano larga parte delle Regioni italiane».

Notevoli anche la quantità di produzione delle cave. Stando ai numeri diffusi dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale la produzione totale nazionale si attesta a circa 217 milioni di tonnellate. “Valore”  fanno sapere dall’Istituto sottoposto alla Vigilanza del Ministero dell’Ambiente  «con tutta probabilità molto sottostimato. Questo infatti deriva dalla sommatoria delle produzioni fornite agli enti preposti (comuni, provincie, regioni a seconda della Legge Regionale) dai gestori delle singole attività».

Un’attività dalle grandi ricadute economiche per i privati che lascia poco o nulla agli enti locali. A fronte infatti di un giro di affari di oltre 900 mln di euro, nelle casse degli enti locali entrano solo 34 mln. I casi più sconcertanti riguardano la Sardegna dove su di un volume di affari di circa 60 mln di euro, la Regione non incassa nulla. Ciò è reso possibile perché la regolamentazione in materia è disciplinata direttamente dalle Regioni che possono decidere anche di rinunciare ai canoni.   Non va meglio in Puglia dove la vendita ammonta a 129 mln di euro e la Regione incassa solo 827 mila euro ossia lo 0,7% del volume di affari. Le entrate in percentuale più cospicue spettano all’Abruzzo dove su 20 mln di euro di vendite l’Ente Locale incamera oltre 2 mln, ossia il 10,5%.  Cifre ridicole se le si confronta con quanto avviene in Gran Bretagna. Prendendo ad esempio come riferimento l’Abruzzo le entrate per le casse pubbliche, se si prendessero in considerazione quanto avviene oltre Manica,  schizzerebbero a oltre 4 mln mentre in Puglia si supererebbero i 31 mln.

Visione questa confermata anche dall’Ispra che non nasconde come «In Italia le tariffe richieste alle società di estrazione sono di solito molto bassi rispetto a quelli del prodotto finito, per gli inerti mediamente si paga il 3,5% del valore commerciale con situazioni differenti tra regioni, sino al caso di Basilicata e Sardegna dove l’attività di escavazione è gratuita.  Un eventuale allineamento con quelli che sono i canoni europei potrebbe incoraggiare anche in Italia il riutilizzo dei materiali provenienti dall’edilizia; il riciclaggio degli inerti in Nord Europa è quasi sempre superiore all’80% mentre in Italia non raggiunge il 10%».

Guardare al futuro cercando di disciplinare meglio la materia è un obbligo. «Le strade da percorrere – sono un’adeguata tassazione e la spinta al riutilizzo dei rifiuti inerti provenienti dalle costruzioni. Questa sfida va percorsa coinvolgendo il mondo delle costruzioni oggi in profonda crisi. Questa è l’unica strada possibile per dare un futuro a tante aree altrimenti condannate a vedere progressivamente degradata la propria identità e qualità del paesaggio. Occorre accelerare la crescita nel nostro Paese di una moderna filiera in cui siano le stesse imprese edili a gestire il processo di demolizione selettiva degli inerti provenienti dalle costruzioni in modo da riciclarli invece che conferirli in discarica. Governo e Regioni devono aiutare questo processo con leggi che obblighino a utilizzare una quota di inerti provenienti dal recupero in tutti gli appalti pubblici».

Sulla stessa linea appare anche il commento di Maria Teresa Fagioli presidente dell’Ordine dei Geologi della Toscana. Lì il problema è particolarmente avvertito data la massiccia presenza di cave di marmo. “Dare spazio ad un’attività estrattiva ecocompatibile” ammonisce “non significa chiudere e proibire. Sostenere l’attività estrattiva vuol dire prima di tutto tempo burocratici certi,ridotti e norme chiare, trasparentemente motivate e realmente applicabili senza necessità di deroghe”. Per meglio dire significa “sburocratizzare, garantire che un’attività possa avviarsi, svilupparsi e concludersi in tempi ragionevoli, pena la fuga altrove degli investitori”.

Per Fagioli è necessaria “Una mediazione ragionevole ed equa tra le esigenze dell’imprenditoria del settore, e del suo vasto indotto occupazionale, e quelle della sostenibilità e conservazione di una natura e di una qualità dell’ambiente anch’esse produttrici di posti di lavoro e di ricchezza”. La sfida non può che ripartire dai geologi. “Le soluzioni dei problemi complessi cominciano da una corretta impostazione delle norme che sovrintendono alla convivenza civile, e la problematica cave di marmo, come degli altri geomateriali, non potrà mai arrivare a soluzione senza il contributo conoscitivo, tecnico, professionale e di passione dei professionisti della terra, noi geologi”.

Come dire, riscoprire il rispetto dell’ambiente partendo dall’uomo.

 

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