domenica, Maggio 9

La partita di Tunisi field_506ffb1d3dbe2

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Beji-Caid-Essebsi


Tunisi
– La Tunisia, ovvero la terza gamba di quello che fu il grande progetto della Mezzaluna crescente dei Fratelli musulmani, ha finalmente deciso quando tornare alle urne. A ridosso della festa del Ramadan, che da queste parti significa un Paese che cammina a marce ridotte, orari degli uffici compresi, l’Assemblea costituente ha deciso: il 26 ottobre si terranno le elezioni politiche e il 23 novembre le presidenziali.
Parliamo ormai di una gamba ingessata e del vago ricordo della ‘Rivoluzione dei gelsomini‘, chiamata cosi da Hillary Clinton. Oggi della grande visione di un islamdemocraticorimangono soltanto lemacerie‘ e tante ‘normalizzazioni’.
In Egitto poi in Tunisia, con un file ancora aperto in Turchia. Li Recep Erdogan ha resistito al terremoto politico che lo vedeva barcollante su di una poltrona di Premier ormai scomoda. Pur travolto dagli scandali ha invece resistito e vinto le elezioni. Il prezzo lo pagheranno i turchi con la svolta autoritaria che ha investito tutto il Paese.
La Tunisia è tutta un’altra cosa, almeno in apparenza.
Siamo vicini a un giro di boa che prende le mosse l’estate scorsa. E trova un approdo nel dicembre 2013 con il Paese  che sembra uscire da un lungo e snervante stallo politico ed economico, grazie a un ‘accordo’ tra Ennahda, partito a ispirazione islamica guidato da Rached Gannouchi, e Nidaa Tounes, partito laico fondato da un altro grande vecchio, Beji Caid Essebsi. Seguono le dimissioni del Governo e la creazione di un Gabinetto interim guidato dall’ex Ministro dell’Industria Mahedi  Jomaa. E il varo di una nuova Costituzione. Ma mettiamo in fila gli avvenimenti che hanno portato alla ‘svolta’ per cercare di capire la natura della tregua tunisina e quanto sia solida.

L’omicidio Chokri Belaid, il 6 febbraio 2013, apre il conto alla rovescia per il Governo della cosiddetta trojka a guida Ennadah. Le proteste di piazza dell’opposizione si moltiplicano. A fine giugno si scatenano le strade anche in Egitto, i primi di luglio cade Mohamed Morsi, espressione dei Fratelli musulmani, sotto i colpi di un golpe militare, in apparenza sostenuto dalla piazza, ma degli avvenimenti di quei giorni non sappiamo ancora tutto. Il generale el Sisi a luglio non ha ancora la situazione sotto controllo. L’appoggio Usa non è piu cosi scontato, soprattutto dopo la visita del senatore John McCain che non ha dubbi sul fatto di trovarsi di fronte a un putsch militare. E il gelo della Casa Bianca che blocca la fornitura di nuovi armamenti per le forze armate egiziane. In Tunisia Ennahda resiste alle continue richieste di dimissioni del Governo da parte dell’opposizione. Obiettivamente la gestione della cosa pubblica degliislamicinon è brillante come, del resto, non lo e’ stata quella di Morsi in Egitto. E critiche arrivano anche dalle stesse fila di Ennahda. Abdhou Fattah Mourou, uno dei fondatori del partito, e rappresentante dell’ala ‘riformista’, ci spiega i problemi di Gannouchi. “Non conoscono la societa’ tunisina, sono stati troppi anni in esilio. Tendono a essere un circolo chiuso di persone“, insomma cosi’, per Mourou, non si governa un Paese: “In questa parte del mondo non esiste una tradizione democratica. Noi ce la stiamo inventando“.

Sono in tanti gli osservatori che vedono un forte legame tra la situazione egiziana e quella tunisina. Una partitura comune costruita pazientemente da Erdogan che dietro le quinte tesseva la tela di quello che avrebbe dovuto diventare un grande progetto politico.

La gauche laica maghrebina ha però scommesso sulla caduta del partito moderato a ispirazione islamica a Tunisi. E ha giocato le sue carte, spingendosi anche un po’ oltre. L’Occidente ha paura, i famtasmi del Gia algerino agitano i sonni di molte Cancellerie. E gli interessi stranieri non sono certo stati alla finestra a guardare e hanno manovrato per rendere il terreno del Governo di Tunisi impraticabile. Tra questi i piu attivi sono stati Francia, Quatar e Arabia Saudita. Quest’ultima terrorizzata che anche una sola delle ‘primavere’  potesse vedere la nascita di un Governo e di una societa islamica ‘democratica’. Un ‘orrore’ per gli oligarchi di Riad. Il Quatar molto attivo in Siria e soprattutto in Libia, dove aveva rodato una partnership con Parigi, puo aver fatto del suo meglio per compiacere e promuovere il nuovo sodalizio, anche in Tunisia. Doha è preoccupata per le mire iraniane nel Golfo. Cerca alleanze, arrivando a giocarsi un gioello di famiglia come ‘al Jazeera‘ che, soprattutto nel primo periodo della ‘rivoluzione’ libica, sfornava false notizie a ripetizione.

Intanto nel Paese si moltiplicavano gli episodi di violenza, quasi tutti ai danni delle forze di sicurezza tunisine che hanno pagato un prezzo di sangue non indifferente. Infatti vicino Kasserine, zona rurale e molto povera della Tunisia, il monte Chaambi -sul confine algerino- sputava periodicamente cadaveri di poveri militari. Ragazzi sacrificati sull’altare dei giochi di potere. Alcuni sgozzati in stile algerino anni Novanta.

A meta luglio il clima in Egitto era ancora in bilico e in Tunisia non era cosi scontato che Gannouchi, il grande vecchio di Ennadah, gettasse la spugna, dando luce verde al passo indietro del Governo. Poi, a fine luglio, il colpo di grazia arriva con l’omicidio di Mohamed Brahmi. Da quel momento la cronaca subisce un’accelerazione, anche se Ennadah punta ancora i piedi per un po’. Ma sta gia trattando. 
Ad agosto Gannouchi incontra Essebsi a Parigi. E’ li che si fanno i giochi, vanno in scena i ‘ricatti’. I due grandi vecchi della politica tunisina tracciano la road map per un Governo a interim che porti il Paese a nuove elezioni, e all’approvazione dell’agognata nuova carta costituzionale, senza scontri di piazza, sangue e vendette. Un patto che sembra, bene o male, aver funzionato.
I primi di ottobre grande manifestazione di Ennahda nella khasba di Tunisi: 60mila persone convergono per sentire Gannouchi. E’ il canto del cigno degli islamici. Ancora forti tra la gente comune, ma sconfitti dalla prova di Governo e da un establishment che non si fida di loro. C’e’ chi afferma che Ennahda sia stato totalmente ‘normalizzato’ piegato dalle logiche di potere. A dicembre ifratellitunisini gettano la spugna.

A Raoued, a due passi da Gammarth, l’area dei grandi alberghi e a Marsa, va in scena, i primi di febbraio, una caccia all’uomo contro un gruppo di terroristi. Tutti con giubbotti esplosivi addosso, diranno i reparti speciali della Guarde nationale. Non ne rimarrà uno vivo. Tra questi il presunto assassino di Choukri Belaid.

Il clima cambia nel Paese maghrebino. Le moschee nell’area di Soukra, dove ha le radici Ansar al Sharia sono super sorvegliate. Tutte le jamaa (grandi moschee) e masjid (piccole moschee) hanno orari di apertura ridottissimi. Apertura 20 minuti prima della chiamata, l’adhan, e chiusura immediata dopo la preghiera. A fine maggio l’ultimo episodio dai risvolti poco chiari. A Kasserine l’abitazione del Ministro degli Interni, magistrato indipendente, Lofti Ben Jeddou subisce un raid. Quattro poliziotti rimarrano uccisi. Il Ministro non era in casa. Nonostante l’episodio sia stato presentato come un attacco del terrorismo jihadista. Modalità e circostanze lo fanno sembrare più un avvertimento in stile ‘mafioso’.

Il Paese oggi vuole con tutte le forze voltar pagina, ma uno dei pilastri dell’accordo tra i due grandi vecchi della politica tunisina non sembra più così certo. Essebsi, in un certo senso, è il garante per alcuni ambienti della finanza internazionale della stabilità del Paese. In special modo per la Banca mondiale. Parliamo di più di decine di miliardi di dollari rimasti in frigorifero, dopo la vittoria elettorale di Ennahda. Sufficienti per rimettere in moto l’economia tunisina. E una delle accuse di Essebsi a Gannouchi era proprio quella di non aver saputo far ripartire la crescita. In un Paese dove su 3.5 milioni di individui come forza lavoro si registri 600.000 disoccupati, il tema è critico.

In autunno con la normalizzazione egiziana e le nuvole minacciose su Ankara, i giochi sembravano fatti. Ma poi dall’Iraq è arrivato un segnale che ha tirato giu’ dalla sedia gnomi, maghi e stranamore dei ‘grandi giochi’. Lo Stato islamico (come si fa chiamare ora l’Isis o Isil) ha rovesciato il tavolo degli equilibri regionali, costringendo il segretario di Stato John Kerry a fare il globe trotter in Medioriente. Nonostante tra Iraq e Tunisia ci siano migliaia di chilometri di distanza, lo scenario aperto nel Mashreq è quello tipico da far chiudere i cassetti degli investimenti stranieri: l’incognita ‘imponderabile’ non piace a chi scommette sul medio-lungo periodo. La posizione di Essebsi è chiara, come esplicitata i primi di dicembre, durante un’intervista al ‘Washington Post‘: «Ennahda vuole costruire una societa’ islamica. Noi siamo contro tale progetto». Gli accordi parigini -se reggeranno- prevedono Essebsi alla presidenza della Repubblica, per cui a novembre contro di lui dovrebbere esserci candidature deboli. Ma se l’economia non dovesse riprendere a marciare, se certe promesse non dovessero essere mantenute e se dovessero continuare  ricomparire (anche in tv) vecchie facce del passato regime, allora ricomincerebbero i guai per la Tunisia. Specie col rientro degli jihadisti ‘siriani’.

 

 

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