martedì, Settembre 21

La parola nella cultura ebraica field_506ffb1d3dbe2

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La mostra PASSAGGI. Le parole dell’umanità attraverso la cultura ebraica’ è stata inaugurata il 31 agosto alle ore 19:00 nel Museo Tattile Statale Omero di Ancona presso la Mole Vanvitelliana e rimarrà aperta fino al 14 dicembre prossimo. L’esposizione multisensorialesul tema della parola dell’arte nella spiritualità legata alla cultura ebraica e l’adozione per alcune opere della tecnologia NFC, che esalta questa caratteristica e favorisce, in accordo con il museo che la ospita, una politica di accessibilità possibile per tutti, è curata da Andrea Sòcrati. La mostra è inserita nel calendario del Festival Adriatico-Mediterraneo, con il sostegno dell’Ambasciata Israeliana di Roma e si avvale del sostegno dell’Associazione Per il Museo Tattile Statale Omero Onlus. Essa si svolge anche grazie il contributo del Servizio Civile Nazionale e del Servizio Volontario Europeo ed è organizzata insieme alla Comunità Ebraica di Ancona e con la collaborazione della Biennale di Arte Ebraica e Contemporanea di Gerusalemme.

Il direttore responsabile di questa Biennale, Ram Ozeri, è stato il tramite per poter coinvolgere quattro artisti di Gerusalemme:Chana Cromer, che con l’opera ‘The Distaff Side’ si ispira a ‘La donna di carattere’ del Libro dei Proverbi (in tema con la XV edizione della Giornata Europea della Cultura Ebraica del 14 settembre 2014 dedicata alla donna); Ruth Schreiber, che con ‘Love letters’, lettere in porcellana, si rifà all’uso di lasciare lettere nelle fenditure del Muro occidentale di Gerusalemme; Andi Arnovitz, che con ‘Construct/Destruct’ attraverso mattoni serigrafati con e sulle pietre della città vecchia ricorda il Tempio di Salomone; Neta Elkayan, artista tra musica e arti figurative, che propone l’audio dal titolo ‘Abuhatzeira’, dedicato al rabbino El Yaakov Abuhatzeira. Attraverso quanto espongono questi quattro artisti vengono proposti in mostra lavori che richiamano ed evocano la terra, i suoni e gli umori di questa città israeliana. Oltre a questi abbiamo opere anche di altri tre maestri che lavorano nelle Marche e che intervengono con incontri aperti al pubblico per raccontarsi e presentare le loro opere in mostra: Francesco Colonnelli, Giulietta Gheller e Bruno Mangiaterra.

La mostra si apre con un grande patchwork di stoffa, ideato e realizzato da Andrea Sòcrati stesso, che non rappresenta una barriera, ma accoglie e vuole essere attraversato, per accompagnare metaforicamente in quel viaggio interiore necessario per raggiungere una possibile differente dimensione, una quarta dimensione che metta il ‘mondo sottosopra’, dando spazio al sogno e all’immaginazione. Questa installazione è una metafora del Muro occidentale, Kotel in ebraico, conosciuto come il Muro del pianto, uno dei luoghi più sacri e importanti di Gerusalemme e di Israele. Gli ebrei si recano in questo luogo per pregare, per esprimere i loro desideri e i loro pensieri più intimi. È proprio lì che la parola diviene soglia, luogo di incontro tra mondo fisico e mondo spirituale, tra umano e divino: non più solo logos, ma pragma, fatto, gesto, corpo, percezione che passa attraverso tutta la nostra sensorialità. La forza spirituale e mistica del Muro occidentale viene espressa anche attraverso le sculture in terracotta e gesso di Sòcrati e una serie di termografie a rilievo; mentre una seconda serie di termografie e installazioni rievocano il fantastico e visionario mondo di Marc Chagall.

Tutta la mostra è una sorta di viaggio multisensoriale che accompagna il pubblico attraverso le millenarie e ricchissime suggestioni della cultura ebraica per ritrovarsi in quella che Marc Chagall definiva la quarta dimensione. Un ‘mondo sottosopra’ dove all’anima, affrancata dal contingente e dal quotidiano, si rivela l’incanto del mondo.

 

Abbiamo intervistato in merito Andrea Sòcrati, il curatore della mostra.

 

Come mai la scelta di raccontare la cultura ebraica in questa forma?

La scelta di raccontare la cultura ebraica nasce sostanzialmente da una ricerca sul ruolo della parola nell’estetica e nella spiritualità, che poi sono due campi estremamente affini. Da lì il collegamento con la cultura ebraica è stato abbastanza facile. Il popolo ebraico è legato al libro e sulla parola fonda gran parte della sua cultura, ma anche della sua vita quotidiana. La possibilità di raccontare la cultura ebraica attraverso la parola mi è sembrato davvero un modo molto interessante e adatto per raggiungere l’obiettivo che mi ero prefisso, ossia la parola nell’estetica e nella spiritualità. La metafora passa attraverso quello che è il Muro occidentale, meglio conosciuto come il Muro del Pianto, Kotel in ebraico, uno dei luoghi più sacri e più importanti di Israele. È qui che gli ebrei usano le parole dell’umanità, se così le possiamo definire (che è anche il sottotitolo della mostra) per esprimere le loro preghiere, i loro desideri e i loro pensieri più intimi. In questo luogo la parola, citando Florenskij, assume tutta la sua potenza magica e apre spazi al mondo estetico e spirituale che rende l’individuo più realmente umano: tutto ciò per contrastare il mondo della quotidianità, indagato da vari personaggi, come attualmente per esempio Umberto Galimberti, ma anche prima, dal filosofo Heidegger, il quale affermava che siamo caratterizzati da una forma di pensiero, con l’utilizzo di parole, di tipo calcolante, governato dal mondo della tecnica, dal mondo del lavoro e, se vogliamo, anche dallo stress. Per passare così dalle parole della quotidianità alle parole dell’umanità ecco che ci si serve della metafora del Muro del Pianto e quindi della cultura ebraica.

 

Perché definite la mostra multisensoriale?

La mostra è multisensoriale perché effettivamente coinvolge un po’ tutta la sensorialità. La parola di per sé è multisensoriale. Facendo una ricerca sulla Bibbia, possiamo vedere che le parole assumono e rivestono degli aspetti multisensoriali: ad esempio i Salmi ci ricordano che la parola non solo può essere ascoltata, ma può essere toccata, come nella frase «Tendo le mani verso le tue parole che amo»; può essere anche gustata quando cita «Gustose sono le tue parole perché più dolci del miele», può essere odorata «La mia preghiera sia incenso che sale fino a te», può essere vista «Lampade sui miei passi, la tua parola luce sul mio cammino». La multisensorialità nasce da questa caratteristica della parola e nello stesso tempo viene implementata all’interno della mostra con la possibilità di ascoltare dei suoni (per esempio attraverso l’utilizzo di una nuova tecnologia che si chiama NFC), di odorare (per esempio le spezie che vengono odorate e benedette dagli ebrei alla fine dello Shabbat). Tale benedizione sulle spezie si chiama in ebraico Besamim. C’è la possibilità concreta di sperimentare la propria tattilità al buio, in quanto una grande istallazione, che è il Muro del Pianto realizzato in patchwork di stoffa, permette di entrare e fare un percorso al buio, dove ci sono degli oggetti che possono essere ‘visti’ solo attraverso l’uso del tatto. Si è voluta esaltare anche così la possibilità di un coinvolgimento corporeo totale, quindi non solo visivo.

 

Cosa rappresenta il patchwork di stoffa, l’istallazione che troviamo all’inizio del percorso?

Il patchwork, come dicevo, è una metafora del Muro del Pianto. Quest’ultimo rappresenta l’ultima vestigia di quello che era il complesso più sacro di Gerusalemme, il Tempio di Salomone che è stato più volte distrutto e ricostruito. Io l’ho voluto riproporre, appunto, con della stoffa, perché questa nella cultura ebraica ha una sua valenza e significato particolare. Tra l’altro questo grande patchwork, realizzato con stoffe diverse (damasco e altri tessuti colorati), riproduce i grandi blocchi di pietra squadrati che si trovano e costituiscono poi il muro di Gerusalemme. Si può essere accolti dal muro, che non vuole essere una barriera ma è qualcosa a cui rivolgersi e che possiede un’anima, per percorrere un percorso al buio e ritrovarsi in un altro spazio, che è quello dell’umanità, dell’immaginario, della quarta dimensione, come la definiva Chagall. Tra l’altro ripensando ai sentimenti del Muro, se così possiamo definirli, una canzone popolare israeliana nel suo ritornello dice proprio: ci sono pietre con il cuore della gente, riferito a Kotel, il Muro del Pianto, e sembra anche che il detto «il muro ha orecchie» sia un’antica espressione ebraica riferita proprio al Muro occidentale.

 

E le sculture in terracotta e gesso e una serie di termografie a rilievo cosa rappresentano?

Le termografie a rilievo e le sculture sono sempre riferite al tema del Muro del Pianto. Le prime sono fatte utilizzando una particolare tecnica che viene usata per rendere a rilievo dei disegni per le persone non vedenti e rappresentano degli ebrei ortodossi in preghiera al Muro occidentale di Gerusalemme, così come le sculture in gesso e terracotta rappresentano sempre degli ebrei ortodossi davanti al profilo del Muro, quest’ultimo raffigurato in gesso con simboli dei cinque sensi perché, come dicevo, il Muro ha sentimenti umani, anima e corpo, ma anche la capacità di accogliere in maniera multisensoriale le parole, quindi la presenza dei sensi sul muro sta a significare proprio questo.

 

Vi sono anche quattro artisti di Gerusalemme che con le loro opere rievocano la terra, i suoni, gli umori di quel luogo. In che modo ognuno di loro ci propone la visione di questo territorio?

Mi piace ricordare che l’evento è organizzato insieme alla Comunità Ebraica di Ancona e con la collaborazione della Biennale di Arte Ebraica e Contemporanea di Gerusalemme, il cui direttore responsabile è Ram Ozeri, ospite ad Ancona in occasione dell’inaugurazione della mostra. Grazie a lui abbiamo avuto la possibilità di coinvolgere quattro artisti di Gerusalemme: Chana Cromer, Ruth Schreiber, Neta Elkayan e Andi Arnovitz. Ognuno di loro presenta un lavoro sul tema della mostra: Andi Arnovitz espone dei blocchetti che ripropongono proprio quelli del Muro occidentale di Gerusalemme, fatti con la serigrafia sul muro stesso della città ed è un po’ come avere un pezzetto di Gerusalemme in mostra; Neta Elkayan ha proposto un audio dove riproduce i suoni delle preghiere e della quotidianità della città israeliana; Ruth Schreiber presenta in mostra delle lettere ebraiche in ceramica che possono essere composte per dar vita alle parole dell’umanità e infine Chana Cromer ha realizzato un lavoro dedicato alla donna, in quanto il 14 settembre è la Giornata Europea della Cultura Ebraica dedicata alla figura femminile nell’Ebraismo. Ella, rifacendosi a versetti della Bibbia, in particolare del Libro dei Proverbi sulla donna di carattere, ha composto questa sua tela serigrafata in seta che rievoca, anche con materiali tattili, un fuso per filare la lana, proprio come omaggio alla donna.

 

Ci saranno in mostra anche artisti che lavorano nelle Marche che interveranno con incontri aperti al pubblico per raccontare e presentare le loro opere. Ci parla di questi maestri e di come sono legati alla cultura ebraica?

L’idea del coinvolgimento di due artisti che operano nel territorio marchigiano è nata proprio per fare in modo che la mostra non fosse ‘esaurita’ con la composizione iniziale e gli artisti di Gerusalemme, ma possa avere la possibilità ancora di raccontare qualcos’altro e di avere dei punti di vista diversi. Per questa ragione abbiamo coinvolto due artisti, Francesco Colonnelli e Giulietta Gheller, per avere i loro contributi sul tema che la mostra proponeva: la parola dell’arte nella spiritualità legata alla cultura ebraica. Il primo dei due maestri opera da tantissimo tempo ed è docente in un liceo artistico, quindi ha una storia importante alle spalle, mentre la seconda è giovane, ma si è già fatta notare per diversi lavori molto interessanti. Questi due artisti stanno lavorando per realizzare la loro personale interpretazione di questo tema; le loro opere e la loro poetica verranno presentate in appositi incontri durante il periodo di durata della mostra che sarà aperta fino al 14 dicembre per far vivere ulteriormente l’esposizione ed accogliere altri apporti culturali importanti.

 

L’iniziativa ‘PASSAGGI. Le parole dell’umanità attraverso la cultura ebraicaè inserita nel calendario del Festival Adriatico-Mediterraneo, con il sostegno dell’Ambasciata Israeliana di Roma e in collaborazione con la Biennale di Arte Ebraica Contemporanea di Gerusalemme e l’Associazione ‘Per il Museo Tattile Statale Omero’ Onlus e si svolge con il contributo del Servizio Civile Nazionale e del Servizio Volontario Europeo. Questa è un’opportunità per Ancona per far conoscere una realtà nuova, come la cultura ebraica, ma molto presente in città?

Direi proprio di sì: Ancona vanta la presenza di una comunità ebraica che, pur non essendo molto numerosa, ha invece antiche e ricche tradizioni culturali. La città ha numerosi luoghi legati alla cultura ebraica e questo può e vuole essere un piccolo contributo, per quanto è possibile, a far riscoprire e anche rivalutare una cultura millenaria che è alla base della cultura occidentale e non solo. La cultura ebraica offre anche la possibilità di ritrovare quelle che sono le sue potenzialità e le sue diversità, che si arricchisce di apporti di culture diverse, pur mantenendo sempre fermo il suo ‘zoccolo duro culturale’, proprio perché è una cultura errabonda ed errante, pensiamo soprattutto nell’Europa dell’Est alla musica klezmer che è un miscuglio di suoni. La mostra diventa così un piccolo contributo per riflettere su questa cultura, farla conoscere e rivalutarla indipendentemente da quelli che sono i fatti contingenti della quotidianità.

 

Voi parlate di tecnologia NFC legata alcune opere esposte. Ce ne parla meglio e ci spiega quali sono i vantaggi nell’utilizzo di tale tecnologia?

La tecnologia NFC è relativamente nuova e consiste nella possibilità di utilizzare i cellulari smartphone che si possiedono per accedere a dei contenuti on-line. Su alcune opere sono applicati dei tag, ossia dei piccoli chip e appoggiando semplicemente il telefono provvisto di questa tecnologia su questi tag si ha la possibilità di ascoltare o vedere dei contenuti multimediali, come audio, video, ecc. C’è quindi la possibilità di arricchire in maniera multifunzionale l’opera e allo stesso tempo di aggiungere dei contenuti. Per fare un esempio concreto, su due opere di due artisti di Gerusalemme, Ruth Schreiber e Chana Cromer, ci sono due chip che consentono, appoggiando il telefono, di vedere dei video delle due artiste che presentano le loro creazioni e si raccontano brevemente; invece in altri casi, come ad esempio l’opera che racconta lo shofar, il corno utilizzato appunto per richiamare il popolo nei momenti solenni e per le preghiere, c’è la possibilità, attraverso l’accostamento del cellulare al chip, di ascoltare il suono di questo strumento. Siccome la mostra vuole essere inclusiva, cioè fruibile ed accessibile a tutti, in particolare alle persone non vedenti, i tag possono anche veicolare la descrizione di alcune opere o le descrizioni audio a beneficio di queste persone. Ci sembra una tecnologia assai economica, molto efficace ed efficiente, per aumentare la fruizione estetica dell’opera e allo stesso tempo la sua accessibilità.

 

Il Museo Tattile Statale Omero è stato riconosciuto dal Parlamento nel 1999. Qual è la particolarità di questo museo e quali attività di solito svolge?

Il Museo Tattile è l’unico statale di questo genere in Italia. Esso ha la caratteristica di ospitare una collezione di scultura che va dal periodo arcaico e classico fino all’Ottocento, formata da calchi dei più grandi capolavori di questo genere della storia dell’arte e da plastici di modelli architettonici, come ad esempio il Pantheon, la Basilica di San Pietro a Roma, quella di Chartres e il Partenone, che sono a beneficio delle persone non vedenti che possono toccandole conoscere queste opere altrimenti loro precluse. Il museo ha anche una collezione di scultura contemporanea, questa volta composta da pezzi originali e molto importanti, che spaziano da De Chirico, a Messina, a Marino Marini, ad Arturo Martini, Pietro Consagra e altri ancora. Anche in questa sezione tutto è a portata di mano. La particolarità è di essere un museo per tutti, non soltanto per non vedenti, dove ognuno può accedere ai contenuti dell’arte in maniera non solo visiva, ma anche attraverso la tattilità. Il museo rappresenta una nuova ricerca di pedagogia multisensoriale applicata all’arte.

 

Il Museo è sostenuto dall’imprenditore Diego della Valle dal 2003. Cosa ha cambiato questa intesa nella politica economica e artistica del Museo stesso?

Dal punto di vista dell’immagine è molto importante per noi avere come testimonial Diego della Valle, ma a parte il discorso di immagine e prestigio, egli ha voluto dare un segno concreto della vicinanza al Museo Tattile Statale Omero e per questo ha donato una raccolta di opere e manufatti relativi al design italiano dagli anni Trenta e Quaranta fino ad oggi. Il museo si arricchirà a breve, grazie alla donazione da parte di questo imprenditore, di una nuova sezione su questo settore in Italia, che penso sia un unicum nel nostro Paese.

 

Abbiamo intervistato anche Francesco Colonnelli, artista, performer e videomaker marchigiano che ha partecipato alla mostra.

Qual è la sua idea di cultura ebraica e come l’ha proposta nelle opere esposte in mostra?

Il tema della mostra è il ruolo della parola, la parola che nomina e la parola che evoca, nella tradizione giudaica le scritture vengono continuamente lette e interpretate. Ho pensato così di realizzare l’idea di un mare pittorico e materico. Il mare come origine del tutto, della vita e metaforicamente anche della parola stessa, dal quale affiorano delle orecchie scultoree, che rappresentano l’allegoria dell’ascolto. Siccome io faccio dei lavori utilizzando anche una pittura che è tridimensionale e molto materica, quello che ho pensato è di illustrare un mare, come origine del tutto, della vita e metaforicamente anche della parola stessa, dal quale affiorano orecchie che rappresentano un’allegoria dell’ascolto, che viene prima della parola.

 

Perché è stato presentato proprio questo lavoro?

Omnia pontus erat’ è il titolo del mio lavoro: tutto era mare, e dal mare deriva l’origine del tutto. Ecco allora la parola, il nominare le cose, e per nominarle debbono essere osservate, ‘ascoltate’.

L’incontro con l’Altro…Un ascolto metaforico è quello che intendo sollecitare con il mio mare e dal quale, come reperti archeologici, affiorano scultoree orecchie…

 

In che cosa differiscono, se lo fanno, o se no in cosa sono uguali questi lavori da quelli della sua produzione precedente?

Anche in questo lavoro è presente la metafora dell’ascolto, un tema che ho inteso sviluppare da qualche tempo, ‘indagando l’umano, attraverso una personale rappresentazione, resa con materiali come la carta, il cartone da imballaggio, la tela, gli acrilici… Parallelamente ‘Per mare’ è il titolo dell’attuale installazione proposta all’interno della mostra ‘Itinerari connettivi’ presso la Mole Vanvitelliana di Ancona (dal 30 agosto fino al 30 settembre) e prende il nome dal video che ‘dialoga’, con il lavoro pittorico su tavola ‘Cristoforo’, ispirato al dipinto di Lorenzo Lotto, raffigurante San Cristoforo. Il video mostra il mare visto da una visione soggettiva rendendo ‘fisicamente l’idea di essere tra le onde… Il viaggio per mare richiede coraggio, è ‘percorso iniziatico’, evoca il cambiamento, la trasformazione. Il mare come ‘connettore’, ovvero il mare che unisce, il mare metafora di Conoscenza.

 

La cultura ebraica che lei esprime e che è protagonista di questo evento culturale, ossia ‘PASSAGGI’ come si pone di fronte a quanto sta accadendo in Israele?

Di sicuro davanti a quello che sta accadendo in Israele il lavoro che propongo è particolarmente pertinente, questo mare, origine della vita, da cui affiorano orecchi mi auguro possa anche essere monito ed esortazione all’‘ascolto

 

Questa cultura ebraica ritiene che sia la cultura che esprime lo stato d’Israele ? Sia che sia un sì sia che sia un no, in cosa differisce o in cosa è uguale?

Io non mi ritengo sinceramente un conoscitore della cultura ebraica e non posso esprimermi in maniera appropriata al riguardo. Ritengo, comunque, che la cultura ebraica sia molto profonda e degna di estrema attenzione ed ascolto, come altre culture. La qualità e la profondità di una cultura, ritengo, che sia ebraica, musulmana, cristiana o buddista, e quello che la rende grande, sia anche la sua capacità di ascoltare l’altro.

 

La cultura ebraica come è cambiata nel corso dell’ultimo secolo?

La cultura ebraica è una grande tradizione si esplica, , attraverso i suoi scrittori e i suoi intellettuali, persone che esprimono una disponibilità molto più ampia al confronto con l’altro, la politica invece si misura con un’altra realtà e con altre prospettive. La parte intellettuale è quella più vera della cultura ebraica, quella politica e militare credo non la rappresenti al meglio.

 

Abbiamo anche intervistato Giulietta Gheller, giovane artista che ha partecipato ed esposto in questa mostra.

Qual è la sua idea di cultura ebraica e come l’ha proposta nelle opere esposte in mostra?

Io ho studiato per altri percorsi personali abbastanza a fondo la cultura ebraica del Rinascimento, quindi dal punto di vista storico è una tematica che conosco, ma il concept della mostra prevedeva una riflessione sul ruolo della Parola nella cultura ebraica, e la parola nell’ebraismo non può che rimandare immediatamente al Verbo divino. Se si legge la Bibbia, soprattutto la Genesi, c’è un continuo richiamo al fatto Dio Crea ogni cosa attraverso la parola, il frase ‘E di odisse’ torna come un’anafora, e ciò che dio dice, si realizza: il cielo di separa dalla terra, la luce dal buio: questo è quello che mi è sembrato interessante: l’aspetto poietico della Parola di Dio. E’ una parola che non descrive (non c’è l’idea iconica che invece prevarrà nel Cristianesimo), ma fonda, realizza, rende possibile.

 

Quali lavori ha scelto di realizzare per la mostra ‘PASSAGGI. Le parole dell’umanità attraverso la cultura ebraica’ e perché sono stati presentati proprio questi?

Sulla falsa riga di quanto dicevo sopra, la mia idea era di rappresentare il concetto di una parola ‘trasformativa’ che può cioè trasformare, plasmare, creare. Il problema era trasporre l’idea del Verbo, parola astratta il cui tramite è l’oralità, quindi il sonoro, o la scrittura, quindi un linguaggio bidimensionale con leggi proprie, in una forma plastica. La scultura che ho realizzato si fissa quindi su un momento trasformativo: ho utilizzato il tronco di un albero, di un ciliegio, ho fatto in modo che nella parte alta dello stesso, dove il tronco è stato segato, si inserisse in modo continuativo, come in una metamorfosi in atto, un volto umano. Da un albero fuoriesce una figura umana, molto realistica, con l’espressione di chi sta nascendo: il volto non è di bambino, ma di un adolescente, né maschio né femmina, ossia qualcuno nel massimo del suo divenire, nel massimo dell’indeterminato, un’identità ancora mobile: tra lo stato vegetale, spontaneo, inconsapevole, non individuato,e quello umano, più elevato, più raffinato, più intelligente e perciò più vicino a Dio. L’opera si sviluppa in altezza: l’albero è assolutamente diritto, posto sul terreno verticalmente e si innalza per oltre 2 metri e altri rami aggiunti successivamente tendono ulteriormente a verticalizzare, a tendersi come in un’ascensione. La scultura sarà posizionata al centro di un cerchio di sabbia fluviale, con l’invito, per chi lo voglia e in forma del tutto volontaria, di avvicinarsi alla scultura togliendosi le scarpe per camminare a piedi nudi su questa sabbia. La sabbia è la sostanza attraverso la quale Dio ha creato l’uomo, soffiando su di lui l’essenza della vita.

 

Lei realizza varie forme di arte (pitture, disegni, sculture) e con diverse tecniche. Come mai ha privilegiato la scultura in questa mostra?

Il Museo che ospita la mostra è connotato come ‘museo tattile’: è richiesto in questa sede, anche se non in maniera discriminante, l’utilizzo della multisensorialità e mi sembrava un po’ fuori luogo lavorare esclusivamente sulle due dimensioni e solamente sul visivo. Io ho scelto la scultura, perché è il mio linguaggio e avrei mentito cercando furbi ripari in trovate sonore che, fatte da me, sarebbero state davvero delle improvvisazioni. Ciò che ho realizzato è un lavoro che passa attraverso vari materiali, dal plastoforma, un materiale simile al gesso, al vero legno dei rami. Resterà un elemento simile al gesso e al vero legno dei rami d’edera, questo anche per mantenere quell’ambiguità che costituisce la trasformazione: il passaggio dal potenziale al reale, la polarità tra i due materiali, quello dal quale si parte e quello a cui si arriva, quando però i due ancora sussistono. Questa metamorfosi può così essere apprezzata globalmente inseguita con lo sguardo, ma anche attraverso le mani. Il percorso sulla sabbia per arrivare alla sculura, inoltre, serve ad accrescere l’attenzione sull’impronta che la nostra presenza lascia fisicamente, la concretezza del nostro esistere, e del nostro passare, un passaggio imposto dalla Volontà di Dio, Volontà espressa tramite la sua Parola.

 

La cultura ebraica che lei esprime e che è protagonista di questo evento culturale, come si pone di fronte a quanto sta accadendo in Israele?

In modo abbastanza critico: trovo molto più interessante la filosofia dell’ebraismo, che non questa declinazione attuale, tutta politica di Israele. Gli ebrei, hanno saputo rapportarsi a situazioni veramente difficili, ogni volta riuscendo tanto a reinventandosi quanto a mantenere un’integrità culturale che semmai ha modificato chi li circondava, in termini di influenza e contaminazione. Gli ebrei sono riusciti a non farsi contaminare, ma a contaminare l’esterno in maniera positiva. La situazione attuale mostra al contrario un atteggiamento di chiusura, che nulla condivide con la capacità relazionale tante volte evidenziata nella storia degli ebrei.

 

Questa cultura ebraica che lei ha rappresentato con l’opera ritiene che sia la cultura che esprime lo stato d’Israele ? Sia che sia un sì sia che sia un no in cosa differisce o in cosa è uguale?

Io mi sono soffermata su un aspetto teologico-filosofico, certamente filtrato da motivazioni molto personali che non pretendo affatto siano condivise: mi interessa l’idea del potenziale di Dio. Quello che trovo interessante nella cultura ebraica, è l’aspetto ecumenico perché si può rivolgere effettivamente a tutti. Io sono agnostica, quindi non mi soffermo mai sulla questione dell’esistenza di Dio e di quale Dio esista: questo è un argomento che si rivolge esclusivamente agli adepti di una religione. A me interessa non la religione ma la religiosità: ovvero la spiritualità che riguarda tutti, che è ecumenica. E in questo senso l’impronta spirituale ebraica è più pura di quella cristiana che pure ci pervade, perché non è idolatrica, perché resta all’essenza e alla coscienza. Se mi interessa la parola creatrice di Dio, è perché l’idea del creare è qualcosa che riguarda gli uomini intrinsecamente, la concezione delle idee, il fondare qualcosa di nuovo. E’ nella nostra capacità di intervento che esistiamo.

Israele conduce un discorso violento il cui carattere è di natura economico ed etnico, fatto di politiche di esclusione, ben lontane da un’idea ecumenica di umanità e in nessun modo riguardanti la spiritualità delle altre persone.

 

La cultura ebraica come è cambiata nel corso dell’ultimo secolo?

In tutti i posti in cui gli ebrei si sono trovati, nella loro storia, hanno avuto sempre difficoltà più o meno marcate, con politiche di esclusione più o meno rigide ma l’Olocausto è un punto di non ritorno. La situazione è cambiata quando gli ebrei hanno avuto un loro Stato e hanno iniziato a difenderlo in modo indiscriminato. Nessuno ha avuto più il coraggio di prendere una distanza critica, anche perché si doveva a quel popolo un risarcimento morale ovviamente irrealizzabile. Io sono nata in una comunità in cui gli ebrei non ci sono, perché non ci sono più. Coloro che, come me, non hanno mai potuto rapportarsi con la cultura ebraica in modo attivo, ma solo per il tramite dei libri di storia e dei documentari, non possono non avvertire una grandissima distanza fra l’Israele di oggi e l’ebraismo che studiamo.

 

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