giovedì, Ottobre 21

La Palmira liberata che indebolisce Daesh

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Con la conquista della ‘Porta d’Oriente’, le truppe russo-sciite hanno la facoltà di stringere Raqqa con una manovra a tenaglia da Palmira e da Homs, giungendo nel cuore dello Stato Islamico seguendo due direttrici di attacco diverse. Questa manovra costringerebbe le rimanenti milizie di Daesh a dividersi su due fronti e il rapporto di forze sarebbe ancor più favorevole per la coalizione filo-siriana.

I miliziani dell’IS, dal canto loro, non intendono permettere alla morsa russa e del regime di al-Assad di chiudersi su Raqqa: dopo aver minato l’intera città di Palmira, le forze di Daesh si stanno ritirando disseminando artifizi esplosivi e attestandosi con diversi piccoli manipoli sui principali rilievi della zona, al fine di guadagnare tempo con azioni di guerriglia e impedendo ai corazzati di transitare celermente sulle principali vie di comunicazione. Con questa mossa, il Califfato spera di poter guadagnare giorni preziosi per fortificare Raqqa e procedere con il reclutamento di nuovi jihadisti.

Daesh non spera, e non può sperare, di vincere la guerra contro le forze corazzate russo-siriane; vuole temporeggiare per riorganizzarsi, trovare altri centri di comando, trasferire lì le sue poche, restanti risorse e da lì continuare a combattere puntando alle risorse e al denaro che le cellule dello Stato Islamico si procurano in altre zone, come l’Africa.
Era già capitato in passato che i combattenti del Jihad fossero sull’orlo della distruzione (come ad al-Quaeda): la tattica che aveva permesso ai jihadisti di riorganizzarsi e di sopravvivere era stata proprio quella del guadagnare tempo per accentrare le risorse scampate ai bombardamenti. Per tali motivi i comandanti di Daesh (molti dei quali sono vecchi ufficiali del regime iracheno di Saddam Hussein) si affannano a rendere più ardua possibile l’avanzata siriana, mentre, comprendendo l’importanza della posta in gioco, i combattenti filo-siriani mostrano dal canto loro una certa e frustrante fretta nel voler incalzare lo Stato Islamico fino all’Eufrate, e di lì fino all’Iraq.

La riconquista di Palmira espone, dunque, Raqqa ad un eventuale accerchiamento da parte delle truppe anti-jihadiste ed indebolisce indirettamente le forze di Daesh in Iraq, che vedevano nella frontiera sirio-irachena l’unico confine sicuro per il Califfato.

Dai vincitori della battaglia dello scorso marzo particolare attenzione viene riservata ai media: i giornalisti e gli studiosi passeggiano filmando e fotografando i pochi luoghi già bonificati dagli ordigni. Assad si pone così come il liberatore di Palmira, il sito archeologico distrutto dalla barbara ferocia jihadista e la ‘porta’ strategica verso il cuore dell’Oriente, mentre Putin viene acclamato come il paladino e il difensore dei popoli contro lo Stato Islamico, rappresentato come l’unico Capo di Stato in grado di sconfiggere con efficacia le milizie di al-Baghdadi: la vittoria mediatica è assicurata per i due alleati.

Tace, invece, la voce mediatica del Califfato: non si può negare che Palmira sia stata perduta (probabilmente per sempre) e non si possono mascherare i successi russo-siriani sotto lo slogan di ‘falsa propaganda’ da parte degli infedeli. L’appello alle cellule degli Stati occidentali, l’accorato richiamo alla Guerra Santa mostrano lo Stato Islamico come un animale ferito gravemente. La manifesta debolezza di Daesh di questi giorni non deve trarre in inganno, facendo pensare ad una prossima, definitiva e facile vittoria contro il Califfato: l’animale ferito è sempre quello più pericoloso.

 

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