sabato, Ottobre 23

La Palestina ed i suoi abusi HRW: nella disputa tra ANP e Hamas si prendono sistematicamente di mira i sostenitori avversari

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Human Rights Watch (HRW), un’organizzazione non-governativa e no-profit che vigila e difende i diritti umani delle persone in tutto il mondo, ha stilato un lungo report sugli abusi perpetuati in Palestina dall’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), guidata da al-Fatah, e da Hamas che, in disputa tra loro per il controllo dei territori palestinesi, si rifanno sistematicamente sui sostenitori avversari attraverso pratiche volte alla repressione del dissenso. «Il fatto che Israele violi sistematicamente i più elementari diritti palestinesi non è un motivo per rimanere in silenzio di fronte alla sistematica repressione del dissenso e alla tortura che le forze di sicurezza palestinesi stanno perpetrando», ha dichiarato Shawan Jabarin, membro del Comitato consultivo di Human Rights Watch in Medio Oriente e Nord Africa.

Lo scorso 27 settembre, anche l’istituzione palestinese ICHR (Independent Commission for Human Rights) si era pronunciata sugli abusi, mostrando preoccupazione per «il crescente numero di chiamate e detenzioni da parte dei servizi di sicurezza in Cisgiordania e Striscia di Gaza, che sono continuati per diversi giorni, colpendo molti attivisti e politici affiliati ad al-Fatah e Hamas». Secondo l’ICHR, a Gaza, le forze di sicurezza di Hamas avevano arrestato 50 cittadini affiliati con il movimento al-Fatah, mentre le forze dell’ANP avevano detenuto, in Cisgiordania, 60 persone associate ad Hamas. Secondo la Commissione, un ritorno al linguaggio intimidatorio minaccia la pace civile, accresce lo stato di tensione e allarga il divario nel completamento della riconciliazione nazionale già tesa, oltre che limitare le libertà pubbliche garantite dalla legge palestinese e dalle norme internazionali sui diritti umani.

La situazione critica all’interno dei confini palestinesi, dunque, è dovuta allo scontro tra l’ANP, guidato da partito al-Fatah, e Hamas. Ma come si è venuta a creare tale tensione?

Al-Fatah è la più grande fazione politica palestinese, fondata alla fine degli anni ’50 da Yasser Arafat per promuovere la lotta armata per liberare tutta la Palestina dal controllo israeliano, facente parte dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), di cui detiene la maggioranza.

Nel ’93, l’OLP – che dopo la dichiarazione d’indipendenza del 1988 perse il suo carattere bellicoso a favore di uno più diplomatico- guidata da Arafat, strinse gli accordi di Oslo con Israele, il quale accettò di ritirarsi da alcuni territori palestinesi. Questi accordi portarono, dunque, alla creazione dell’Autorità Nazionale Palestinese nel 1994, come organo di autogoverno nei territori di Cisgiordania e Gaza, che furono ridefiniti meglio nei cosiddetti accordi di Oslo II del ’95, con la definizione di zone A (pieno controllo dell’Autorità palestinese), B (controllo civile palestinese e controllo israeliano per la sicurezza)  e C (pieno controllo israeliano).

Hamas – l’acronimo di Harakat al-Muqawama al-Islamiya (Movimento di resistenza islamica) e significa ‘zelo’ in arabo – è un movimento politico, ramo palestinese dei Fratelli Musulmani. Fondato nel 1987, ha come obiettivi il benessere sociale e la resistenza armata. Proprio per il suo accentuato carattere militarista e la sua forte opposizione ad Israele, contro i cui cittadini ha guidato numerosi attentati, è stato designato dagli Stati Uniti, dall’Unione Europa e dallo stesso Stato israeliano, come organizzazione terroristica.

Le elezioni per il rinnovo del Consiglio Legislativo Palestinese (PLC), tenutesi il 25 gennaio 2006, hanno decretato Hamas come primo partito con il 44,45% dei voti, mentre al-Fatah ha riscosso solamente il 41,43% dei consensi, risultando secondo nella corsa elettorale.

Subito dopo il voto, si sono alzate le proteste di attori internazionali come UE e USA che,  classificando Hamas come organizzazione terroristica, hanno posto un veto ad un Governo guidato da quest’ultima, imponendo sanzioni e sospendo gli aiuti internazionali.

Il Presidente palestinese Abu Mazen, esponente di al-Fatah, decise di convocare elezioni anticipate, ma ciò fu percepito come un golpe da parte di Hamas, che intanto aveva occupato Gaza. Da allora scaturì un conflitto tra le due forze politiche palestinesi che si protrae ancora oggi, ma che nei primi mesi di guerriglia è costato la vita ad oltre 600 civili palestinesi

Vari tentativi di riconciliazione sono stati fatti, l’ultimo nel 2017, ma sono sempre naufragati. Lo sforzo più concreto si è avuto il 2 giugno 2014 quando al-Fatah e Hamas avevano formato un governo di unità nazionale, ma che è stato sciolto dopo un anno. Così, il 15 giugno 2017 si è ritornati al punto di partenza ed i dissidi interni sono riesplosi.

Attualmente, Hamas controlla la Striscia di Gaza, sostenuta da Iran, Qatar e Turchia, mentre al-Fatah governa in Cisgiordania, grazie anche agli aiuti finanziari di USA e UE.

Data la situazione, dunque, si può capire come tra al-Fatah e Hamas ci siano delle evidenti frizioni e come queste si ripercuotano sui civili e su quegli esponenti pacifici in disaccordo con l’uno o con l’altro movimento.

Per stilare il rapporto, HRW ha intervistato 147 testimoni, inclusi ex detenuti e parenti, avvocati e rappresentanti di gruppi non governativi, e ha esaminato prove fotografiche, rapporti medici e documenti giudiziari. In Cisgiordania, Human Rights Watch ha parlato con 47 ex detenuti, 10 familiari, 6 avvocati e 17 rappresentanti di ONG. A Gaza, invece, l’organizzazione non-governativa ha intervistato 48 ex detenuti, 10 familiari, 4 avvocati, 4 rappresentanti di ONG e un medico.

Cisgiordania. Come si evince dal report, dalla sua fondazione nel settembre 1993, l’Autorità Nazionale Palestinese guidata da al-Fatah, ha arrestato arbitrariamente decine di critici e maltrattato i detenuti in custodia. La Palestinian Preventive Security (PPS), l’apparato ufficiale di sicurezza dell’ANP, «ha dichiarato in una lettera a Human Rights Watch che nel 2016 e nel 2017 aveva detenuto un totale di 220 persone a causa dei loro post sui social media, 65 studenti universitari e due giornalisti», si legge nel report, giustificando gli arresti su base di ‘attività illegali’, tra le quali l’espressione che «esula dai limiti della critica».

Tra le accuse mosse alle forze di sicurezza dell’ANP –così come quelle di Hamas- c’è quella di praticare la tortura shabeh, la stessa usata per anni da Israele contro i palestinesi. Come riporta l’ONG israeliana B’Tselem, lo shabeh è una combinazione di metodi, usati per periodi prolungati, che comportano isolamento sensoriale, privazione del sonno e inflizione di dolore. Lo shabeh regolare comporta l’incatenamento delle mani e delle gambe del detenuto ad una piccola sedia, inclinata in modo tale che il detenuto non possa sedersi in una posizione stabile. I detenuti nello shabeh – la cui testa viene ricoperta con un sacco – non sono autorizzati a dormire.

Le forze palestinesi, inoltre, sia in Cisgiordania che a Gaza, usano regolarmente minacce di violenza, insulti, isolamento e percosse, compresa la flagellazione, e frustano i piedi dei detenuti, per suscitare confessioni, punire e intimidire gli attivisti.

«In Cisgiordania, i servizi di Intelligence, PPS e Comitato Congiunto di Sicurezza spesso praticano lo shabeh nei loro centri di detenzione a Gerico, dove inviano regolarmente detenuti politici», riporta l’organizzazione per i diritti umani.

Interpellati sull’applicazione delle torture, le autorità ed altre agenzie di sicurezza dell’ANP hanno negato categoricamente l’utilizzo di tali metodi, ma sono numerosi gli studenti, i giornalisti, gli attivisti, o semplici dissidenti che esprimono il loro parere sui social media, che hanno testimoniato l’utilizzo della pratica dello shabeh durante la detenzione. Tra questi, Alaa Zaqeq, detenuto nell’aprile 2017 a causa del suo attivismo universitario, ha detto che gli agenti dei servizi segreti lo hanno costretto a stare in piedi con le gambe divaricate, e successivamente, in punta di piedi, con una corda gli tiravano le mani indietro, mentre un altro agente che lo interrogava gli diceva che avrebbe «lasciato questo posto su una sedia a rotelle», pagando così per il colpo di stato a Gaza.

Sempre nell’aprile del 2017, un ragazzo di 17 anni ha detto che le forze di sicurezza lo hanno arrestato per una settimana e lo hanno ripetutamente torturato. La Polizia gli ha incatenato le mani dietro la sua schiena e lentamente le ha sollevate e ha colpito ripetutamente i piedi e le gambe con un bastone per farlo confessare.

Come riporta ancora il report di HRW «le organizzazioni della società civile accusano anche l’ANP di intercettare i telefoni di avvocati, giornalisti e membri di PLC e di filtrarne selettivamente i contenuti».

Striscia di Gaza. Secondo HRW, da quando ha preso il controllo di Gaza, nel giugno 2007, le autorità del movimento di Hamas hanno molestato i critici e abusato di coloro che erano sotto la sua custodia. «Da gennaio 2016, il Ministero della Giustizia guidato da Hamas ha osservato, in una lettera a Human Rights Watch, che le forze hanno detenuto un totale di 45 persone per i loro post sui social media», con l’accusa di, continua il report, «pubblicare bugie, accreditare rumors, incitamento all’odio e alla mancanza di rispetto».

Secondo HRW, a Gaza, «gli agenti della Sicurezza Interna spesso mettono i detenuti in una stanza chiamata bus, dove costringono i detenuti a stare in piedi o seduti per ore, o addirittura giorni, su una sedia per bambini, con rare pause».

«Morirai qui se non parli», così la Polizia di Gaza intimava Emad al-Shaer, un contadino detenuto con l’accusa di possesso di droga, mentre aveva le mani attaccate con una corda al soffitto ed i piedi alla finestra e veniva ripetutamente frustrato sugli arti.

Il Ministero dell’Interno ha respinto l’accusa di aver sistematicamente maltrattato i detenuti. Nella sua lettera a HRW ha affermato che lo shabeh è proibito e sono previste sanzioni a chiunque sia trovato a praticarlo. Ha riconosciuto, però, allo stesso tempo, che la Sicurezza Interna pratica l’isolamento dei detenuti, ma nega di metterli nelle bus, dove avviene la tortura. Ha rivelato, inoltre, che ha installato telecamere per monitorare gli interrogatori e che invalida le confessioni quando sono contaminate dalla tortura. Sottolinea che i singoli ufficiali possono violare queste regole, ma che queste non riflettono pratiche sistematiche.

Anche in questo caso, però, le dichiarazioni delle autorità sono smentite dalle numerose testimonianze messe nero su bianco dall’organizzazione nel report.

Tra le tante, quella del giornalista Amer Balousha che, il 29 aprile del 2017, mentre andava a lavorare è stato afferrato e caricato su una jeep da nove uomini armati di kalashnikov. «Il mattino seguente, gli ufficiali lo bendarono, gli ammanettarono mani e piedi e cominciarono a chiedergli del suo ruolo nell’organizzazione di manifestazioni, accusandolo di prendere soldi e collaborare con Ramallah, mentre schiaffeggiavano la sua faccia e prendevano a calci la gamba. Gli hanno detto: ‘È proibito scrivere contro Hamas, ti spareremo’».

Conclude così HRW: «sia l’Autorità Nazionale Palestinese che Hamas parlano regolarmente dell’indipendenza e dell’unità palestinese, ma la detenzione e la tortura di rivali e critici mettono a repentaglio il loro argomento migliore: la promessa di una maggiore libertà».

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