martedì, Luglio 27

La Palestina chiede al mondo di assumersi le proprie responsabilità A vent’anni dalla storica firma di Oslo, il popolo palestinese affonda in una vana speranza e in un sentimento di ingiustizia

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Finalmente la decisione è stata presa. La direzione palestinese andrà al Consiglio di Sicurezza a fine Novembre, costi quel che costi. L’annuncio, sulla scia dell’operazione israeliana denominata « Bordure protectrice », è stato riproposto dal presidente Abbas il 10 Novembre durante un discorso in occasione del decennale dalla morte di Yasser Arafat.

“Non tolleriamo pressioni “, ha detto il Presidente, con chiara allusione alle intimidazioni israelo-americane, l’oggetto della rinuncia a un simile tentativo. 

Obiettivopresentare alla comunità internazionale la domanda di risoluzione prima di definire, anzitutto, i criteri per il ritiro delle forze israeliane dai territori palestinesi, e per dichiarare fine all’occupazione. Il tutto,un calendario preciso e rispettando il termine ultimo di tre anni, data di un nuovo preludio per la costituzione di uno stato palestinese indipendente entro le frontiere occupate da Israele nel 1967. Sono gli obiettivi alla base delle risoluzioni delle Nazioni Unite, e punto cardine dell’ammissione della Palestina all’ONU con il ‘si’ di circa 140 Paesi.   

Frustrata dalla totale assenza di prospettive di pace e indipendenza che segnano l’avvento di uno Stato sovrano, la direzione palestinese ha fatto appello all’ONU, per lungo tempo tenuta in disparte, non essendo ancora disposta ad attendere un accordo con Israele.  Ecco spiegato perché, con buona pace dell’opposizione americana, si è deciso di fare appello al Consiglio di Sicurezza. 

Un incontro in territorio statunitense, all’inizio del mese di Novembre, tra responsabili palestinesi e americani, che non è riuscito, però, a smuovere i palestinesi dalla propria posizione, né a piegare la loro fermezza nel raggiungimento dell’obiettivo principale, ha fatto sapere  Saeb Erekat, capo negoziatore palestinese. Erekat ha inoltre precisato che l’amministrazione americana non ha avanzato soluzionialternative. «L’intermediazione americana spinge per riprendere in mano quelle trattative che tempo fa erano state congelate», ha spiegato. Poi, prosegue, « Non vogliamo rappresentare l’eccezione alle regole internazionali, anche se alcune parti della comunità internazionale continuano a occultare la propria responsabilitàdietro la richiesta di riconsiderazione delle trattative».

Questo significa che i palestinesi sono ormai stanchi di fare il gioco delle trattative ‘no limits’ sul modello delle precedenti che si son rivelate sterili e che chiedevano ai «padrini» del processo di pace – gli Stati Uniti in primis – di assumersi le loro responsabilità, dando così una sferzata a quell’atteggiamento di risalita in bolina verso lo stato ebraico. 

« Chi si oppone al nostro appello, ormai palese a livello internazionale, sottopone la decisione dell’autodeterminazione, nostro diritto, a Israele. Con questo atteggiamento, chi si oppone, mette in sordina il fatto che queste siano questioni che dovrebbero essere negoziate per mano israeliana. Non è altro che un diritto fondamentale di tutti i popoli, sancito dalla legge internazionale. E il nostro diritto di Stato indipendente non è negoziabile» ha insistito il capo negoziatore palestinese. 

Tuttavia, il dipartimento di Stato aveva confessato, prim’ancora degli incontri tra Kerry e Erakat, di non avere in mano alcun progetto da presentare su questa linea, ma ciò non ha impedito pressioni sull’AP.

A vent’anni dalla storica firma degli Accordi di Oslo che, da lì a cinque anni, avrebbero sancito la pace tra Israele e Palestina per mezzo di una trattativa pacifica, la promessa resta ampiamente disattesa. È una sconfitta chiara e netta, dopo vent’anni, a inseguire la pace con gli infiniti incontri bilaterali e le innumerevoli conferenze internazionali, dalla firma di Wye Plantation nel 1998,  a quella di Camp David e di Parigi nel 2000, e poi di Taba nel 2001, di Sharm El Sheikh nel 2005, fino ad Annapolis 2007. Neanche l’ombra di una firma, che fosse una, in pompa magna ha seguito gli storici eventi, e nessuna risoluzione è stata applicata, con il risultato che Israele ha trovato in ogni occasione il pretesto per rimettere tutto in discussione. Un cane che si morde la coda,un cerchio che non si chiude, e tutto a beneficio di una Tel Aviv che continua a respingere all’infinito l’indipendenza della Palestina. E dopo le missioni dei responsabili delprocesso di pace, come George Mitchell e Martin Indyk e altri, l’ultimo round per la trattativa israelo-palestineseintrapresa nel 2013 dal Segretario di Stato americano M. Kerry si è arenato anch’esso nell’ Aprile 2014 dopo nove mesi di ‘pendolarismo’ intensivo. A questo punto i palestinesi si rendono ben conto dell’inutilità degli innumerevoli verba volant, e si sentono vittime di un’illusione chiamata processo di pace. 

A vent’anni da quella storica firma di Oslo, il popolo palestinese affonda in una vana speranza e in un sentimento di ingiustizia. Non si vede la luce alla fine del tunnel.  

È vero che hanno avuto la gioia di entrare a far parte delle Nazioni Unite, ma solo come Stato osservatore, non membro. È vero che qualcosa si è mosso finalmente, ma senza ancora diventare Stato sovrano e membro ONU in tutto e per tutto, quanto basterebbe a consacrare il forte desiderio della nazione. Eppure, il diritto di questo stato sembra oggi ancor di più difficile applicazione, considerata la realtà del territorio. Lungi dalle promesse fatte e non mantenute, quei territori sono continuamente sotto occupazione, vittime della colonizzazione israeliana che non sembra vedere la fine, e che si consolida sempre più, divorando interi villaggi e città. Il numero dei coloni si è triplicato dall’avvio del percorso del processo di pace, mentre Gerusalemme EST, ormai assediata, viene strappata sempre più alla Cisgiordania. Una Cisgiordania ricca di risorse – l’acqua tra tutte – annesse de facto al territorio per il percorso del muro di separazione. Ma non finisce qui. A una simile situazione catastrofica si aggiunge il controllo del territorio palestinese e dei movimenti della popolazione che stringe in una morsa villaggi e città, che stronca le attività economiche, ostacolando la vita sociale del Paese. Per non far riferimento alla recente richiesta d’Israele di vedersi riconosciuto il «carattere giudaico». E poi la Striscia di Gaza, che sopravvive accerchiata con un blocco ermetico, conflitto dopo conflitto, bombardamento dopo bombardamento, con una lista di morti, feriti e senzatetto sempre più forbita.  

In tutto questo, Israele continua a insistere e a firmare. Dall’alto della tribuna ONU e del Congresso americano, i capi dichiarano a gran voce di essere contro uno stato palestinese indipendente entro le frontiere occupate da Israele nel 1967, di volere le colonie e i territori palestinesi annessi, di rifiutare una condivisione territoriale e politica con Gerusalemme, salvo essere proclamata capitale dei due Stati. E ancora, dichiarano di non essere disposti a riconoscere l’espulsione dei palestinesi dalle loro terre oggi divenute israeliane, e di non ammettere nessun diritto al risarcimento, come reciterebbe la risoluzione 194 delle Nazioni Unite. Fatti, questi, che sbiadiscono pesantemente la linea dell’orizzonte politico e che rimettono in gioco il processo di pace nella sua interezza. 

 La direzione palestinese si prefigge un piano in tre fasi:

Sottoporre il progetto di risoluzione al Consiglio di Sicurezza ONU;                             

Ratificare convenzioni internazionali, firmando lo statuto della Corte Penale Internazionale, facendosi carico di perseguire i crimini di guerra israeliani;

Dichiarare nulli gli accordi con Israele, con particolare riferimento al coordinamento della sicurezza.

A oggi, i voti a favore della Palestina sono giunti da 135 Paesi.Mancano nove voti del Consiglio per mettere a punto questa battaglia, e sembra che sette siano già per il ‘si’. Dei cinque membri permanenti, Cina e Russia daranno carta bianca, Gran Bretagna e Francia sono ancora in un limbo, nonostante il voto simbolico della camera dei rappresentanti britannica, e le pressioni della sinistra sul governo Hollande. I deputati francesi discuteranno della questione il 28 Novembre prossimo, ma si tratterà di un voto simbolico, non vincolante. Se il riconoscimento di uno Stato palestinese sovrano è stato rilanciato in Europa dopo che la Svezia ha fatto il grande passo, e il capo della diplomazia europea, Federica Mogherini, ha continuato a sostenere lo Stato con i suoi appelli, gli americani, invece, hanno preferito reagire in tutta semplicità, evitando  di ricorrere al Consiglio di Sicurezza. E anche se non pare abbiano in mano una soluzione concreta, né si stiano imponendosi sula scena in quanto ‘padrini’ del processo di pace, tutto fa pensare a un pollice verso. La domanda palestinese non avrebbe così nessuna chance di successo. 

Riconoscendo lo Stato di Palestina, la comunità internazionale invierà un messaggio forte a favore del diritto internazionale portato in palmo di mano, e di un atteggiamento diplomatico contro la violenza come l’unico mezzo per raggiungere un accordo. Rifiutare una simile emergenza equivale ad avallare il tormento, le ingiustizie e lo spargimento di sangue di cui questo Stato continua a essere protagonista.

Era il 29 Novembre 1947 quando la neo-nata ONU dichiarava ufficialmente la terra palestinese suddivisa in due stati: Israele e Palestina. La differenza è stata solo una. Il primo Stato è stato sin da subito istituito. Il secondo attende ancora oggi di vedere la luce.

E anche se sempre in attesa, e lontano da una vittoria tutt’altro che certa, il popolo palestinese continua a credere di avere tutto da guadagnare, ponendosi così al centro dell’agenda diplomatica. Questa tanto ambita domanda di adesione chiamerà gli Stati membri ad assumersi le proprie responsabilità:  saranno in grado di avanzare una mossa politica facendo valere il loro diritto? Si o No? 

 

Traduzione di Silvia Velardi

 

 

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