sabato, Maggio 8

La pace possibile tra Congo e Rwanda Le ragioni e le visioni dell'odio etnico fra Hutu e Tutsi

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Kampala – Due settimane fa L’Indro ha proposto una inedita iniziativa giornalistica a due rappresentanti delle comunità congolese e ruandese in Italia con l’obiettivo di aprire un dialogo tra le due popolazioni e comprendere le origini della serie di conflitti etnici che, dal genocidio ruandese del 1994 ai giorni nostri, sta divorando l’est del Congo e compromettendo stabilità e sviluppo economico della regione dei Grandi Laghi.

Di seguito riportiamo l’intervista rilasciataci da Francoise Kankindi dove si offre la versione ruandese del dramma in corso all’est del Congo e all’interno del Rwanda, offrendo proposte per superare l’odio e rafforzare la pace regionale.

Purtroppo John Mpaliza, un congolese immigrato in Italia e attivista per la pace, ha ignorato sia l’intervista che la possibilità di confronto tra le due popolazioni offerta dalla redazione de L’Indro. Segnale non certamente incoraggiante per la risoluzione del ventennale conflitto che ha provocato quasi 3 milioni di morti in Congo e oltre 2.800 vittime ruandesi del gruppo terroristico FDLR, in maggioranza testimoni oculari del genocidio avvenuto nel 1994 trucidati durante le incursioni in territorio ruandese e nei diversi attentati terroristici attuati a Kigali e altre importanti città del Rwanda dal 1995 ai nostri giorni.

Per non far naufragare questa rara possibilità di far raccontare questo conflitto etnico dalle vittime che lo subiscono e offrire al pubblico italiano una chiara e lucida situazione, pubblicheremo in seguito una intervista rilasciata da piccoli e medi imprenditori congolesi di Goma durante il mio ultimo soggiorno nel Nord Kivu del giugno scorso.

 

Di cosa si occupa l’associazione Bene Rwanda e quale è il suo ruolo?

Bene Rwanda, che in lingua Kinyarwanda significa “figli del Rwanda”, è un’associazione “no profit” fondata e diretta da cittadini ruandesi, che risiedono e lavorano da anni in Italia. E’ dal 2006 che Bene Rwanda celebra a Roma la giornata della memoria per il genocidio del Rwanda avvalendosi dei patrocini del Comune di Roma, della Provincia di Roma, della Regione Lazio, dell’Unione Europea, delle Nazioni Unite e organizzando eventi in strutture quali la Casa della Memoria e il teatro Eliseo. Bene Rwanda ha sempre contato sulla partecipazione di personaggi di spicco del mondo dello spettacolo e della cultura italiana e internazionale come il premio Nobel Dario Fo, Jacopo Fo, Moni Ovadia, la menzione onorevole UNESCO per la pace, Yolande Mukagasana, lo scrittore senegalese Boubacar Boris Diop, il giudice del Tribunale Penale Internazionale, Flavia Lattanzi. L’associazione è, inoltre, presente con i suoi membri, e in particolare con i sopravvissuti del genocidio, nelle scuole superiori di Roma per portare la testimonianza diretta dell’orrore di ogni guerra. Tutte le iniziative dell’associazione hanno ottenuto ampio successo di pubblico e grande attenzione mediatica così come documentato sul sito web www.benerwanda.org. Africani, italiani, ma anche cittadini palestinesi, libici, curdi, armeni, e molte altre diaspore hanno spesso trovato nelle giornate della memoria organizzate da Bene Rwanda la possibilità di unirsi in un abbraccio solidale e interculturale.  Sono uno dei membri fondatori nonché presidente.

 Quali sono i motivi che hanno portato alla diffusione di odio etnico tra hutu, tutsi nella regione (in particolare all’est del Congo) subito dopo il genocidio ruandese?

Due sono i motivi principali: il primo è storico, diffuso dalla colonizzazione belga che ha diviso in razze inesistenti un popolo che da secoli viveva in pace, parlava la stessa lingua, pregava un unico Dio (Imana) e dove i matrimoni misti erano la normalità. Quelli che erano clan socio-economici sono stati schedati e trasformati in razze. Le prime carte d’identità introdotte dal colonizzatore belga nel 1963 hanno riportato la menzione di razza Tutsi, Hutu e Twa, tribú pigmea esistente in Burundi, Rwanda, est del Congo, Centroafrica e Uganda. Durante il genocidio del ’94 chiunque avesse la carta d’Identità riportando la razza Tutsi veniva trucidato. Il  secondo motivo è politico in quanto i governo Hutu al potere ha pianificato il genocidio pensando di eliminare alla radice l’opposizione della minoranza Tutsi convinto tra l’altro di vincere la guerra in atto con il Fronte Patriottico Ruandese composto da profughi ruandesi in esilio dal ’59 nei paesi limitrofi Uganda, Burundi, ex-Zaire.  

 

Il Rwanda è stato accusato varie volte di essere il primo fattore di instabilità regionale e del Congo, essendo stato coinvolto in due guerre panafricane e due ribellioni Banyarwanda (CNDP e M23). Quale è il motivo che spinge il Rwanda ad adottare una politica estera aggressiva e militare?

Chi accusa il Rwanda di essere responsabile della instabilità del Congo è evidentemente in mala fede in quanto si è voluto proteggere i responsabili del genocidio dei Tutsi in Rwanda evacuandoli nei campi profughi di Goma, Nord Kivu, senza manco disarmarli. Tali criminali hanno tenuto in ostaggio più di un milione di Hutu ruandesi costretti a seguire il governo genocidario ruandese e il suo esercito, nella così detta “Zona Umanitaria Sicura” creata dai militari francesi dell’operazione Turquoise. Dopo aver fermato il genocidio e vinto la guerra, il Fronte Patriottico ha insediato un nuovo governo che ha chiesto all’ONU di spostare i campi profughi lontano dal confine con il Rwanda visto i reiterati attacchi verso il Rwanda ad opera degli genocidari. L’ONU non ha fatto nulla violando le sue stesse regole in materia finché il Rwanda, per proteggersi e liberare la popolazione in ostaggio decimata dal colera ha attaccato lo Zaire smantellando i campi profughi nel 1996. La popolazione hutu ha salutato tale atto  con sollievo visto che la maggior parte è rientrata in patria e ha ripreso una vita normale. Solo i genocidari non hanno accettato di rientrare e sono rimasti in Congo formando le FDLR,  un movimento terrorista che da ha continuato a seminare stupri e violenze tra la popolazione congolese del Kivu con origini ruandesi. Sapiamo tutti che la conferenza di Berlino ha tracciato sulla carta i confini tra i paesi africani, la regione del Kivu congolese è da sempre abitato da popolazioni Tutsi di lingua kinyarwanda i quali vedendosi minacciati dagli coloro che avevano sterminati i Tutsi in Rwanda si sono organizzati in movimenti per difendersi visto che il loro governo non li ha mai protetti. Al contrario Kinshasa si è alleata con le  FDLR e alla Francia la quale ha sempre visto il governo di Kigali come fumo begli occhi. Certo non posso negare che dal Rwanda possano aver trovato un alleato visto che combattono lo stesso nemico genocidario dell’Hutu Power, ma ribadisco che i movimenti di CNDP e M23 sono congolesi e non ruandesi. Se si vuole la pace nell’area del Kivu, si deve cominciare dal consegnare le forse genocidarie e terroriste FDLR al governo Ruandese e non chiedere a quest’ultima di negoziare con assassini di un milione di morte! Dopo la Shoah, a chi sarebbe saltato in mente di chiedere a Israele di trattare con i nazisti? Si sta chiedendo al Rwanda e a noi sopravvissuti ruandesi  tale obbrobrio.

 

Secondo lei il gruppo armato Forze Democratiche per la Liberazione del Rwanda (FDLR) è protetto da complicità internazionali?

Certo, lo sapiamo da sempre, dopo aver commesso il genocidio, hanno ricevuto l’aiuto dal loro alleato di sempre, la Francia, la protezione della missione Turquoise che era stato venduto come missione umanitaria per salvare gli ultimi Tutsi rimasti! Fior di libri (ad esempio Silence turquoise, de Laure de Vulpian), e di inchieste hanno dimostrato che così non fu (anzi i militari francesi hanno partecipato ai massacri a Bissero così come documentato nel libro di  Serge Farnel, Rwanda, “13 mai 1994, un massacre français?”).  Non si può non costatare che le Nazioni Unite non hanno fatto molto per arrestare  questo gruppo che ha definito terrorista anche se ultimamente ha preannunciato di mettere in atto il disarmo.

 

Dopo la teorica sconfitta del M23 le Nazioni Unite sono chiamate a debellare le FDLR. Dopo aver tentato agli inizi del 2014 delle azioni militari infruttuose contro questo gruppo armato ora la MONUSCO (missione di pace ONU in Congo) afferma che le FDLR si stanno disarmando. Oltre 200 miliziani e le loro famiglie si sono arresi nel Sud e Nord Kivu. Quindi la minaccia terroristica che grava sul Rwanda sta per finire?

Abbiamo tutti salutato con gioia e speranza l’annuncio del disarmo delle FDLR dalla MONUSCO e se ciò avverrà ci sono buone prospettive per l’inizio di una nuova era di pacificazione tra il Rwanda e la RDC.

 

Dopo il primo tentativo di invasione del Rwanda attuato nel settembre 2013 (Operazione Abacuncuzi) e il secondo tentativo attuato nel primo semestre del 2014 (Operazione Umudendezo), ora le FDLR richiedono il dialogo, di essere riconosciute a livello politico, l’integrazione dei suoi miliziani nell’esercito nazionale e rispolverano la richiesta del 1995 del Power Sharing (condivisione del potere). Questo significa che i dirigenti di questo gruppo armato hanno abbandonato il progetto di riprendere militarmente il potere in Rwanda e di terminare il “lavoro” interrotto nel 1994?

Il disarmo delle FDLR non può in alcun modo essere condizionato ad una qualsiasi richiesta di dialogo politico con il governo ruandese, su questo punto convergono tutti gli Inviati speciali riunitisi alla comunità di Sant’Egidio secondo il comunicato diramato per il giornale ruandese Igihe. I tentativi di tale movimento di accreditarsi come un interlocutore politico sono miserabilmente falliti, terroristi e genocidari sono e rimarranno tale!

 

Se le FDLR dovessero veramente disciogliersi e trasformarsi in un movimento politico, quali sarebbero i cambiamenti adottati dal governo ruandese nei confronti della sua politica estera in particolare verso il Congo?

Escluderei negoziati del nostro governo ruandese con i genocidari FDLR che hanno sterminati i nostri e per di più non hanno mai smesso di seminare terrore, stupri e violenze su civili inermi. Faccio mie le parole di un alto funzionario ONU il quale ha dichiarato che le prospettive di un dialogo politico hanno la stessa probabilità di un ex nazista di entrare nel Parlamento di Israele così come gli Stati Uniti hanno dichiarato essere contro l’ipotesi di negoziati con un gruppo che ha nel suo passato una storia di atrocità.  

 

La società francese sta iniziando a fare i conti con il proprio passato africano. I giovani del Partito Socialista Francese, attualmente al potere, hanno denunciato senza mezzi termini il coinvolgimento della Francia nel genocidio ruandese creando un vasto movimento anti genocidio tra le altre forze politiche e l’opinione pubblica generale. Secondo lei come mai proprio ora questo risveglio delle coscienze francesi? A cosa è dovuto?

Dal ritiro della delegazione francese dalle commemorazioni ventennale del genocidio dei Tutsi in Rwanda che ha fatto prendere coscienza a molti francesi della responsabilità diretta del loro paese nell’appoggio militare, finanziario e strategico al governo genocidario. I media francesi hanno intervistati molti giornalisti, scrittori, militari che avevano documentato tale implicazione e ribadito la semplice costatazione del nostro  presidente Kagame, “les faits sont têtus” cioè i fatti sono cocciuti e per fortuna i crimini di genocidio sono imprescrittibili.  

 

Il 23 maggio 2014 a seguito dell’incontro in Gabon tra il presidente Paul Kagame e il Ministro degli Esteri francese Laurent Fabius finalmente si parlava di disgelo tra i due paesi. L’iniziativa di pace promossa da Parigi con l’intento di reintegrare nella vita politica militare ed economica le FDLR sembra andare nella direzione opposta. Secondo lei quale è la reale politica della Francia nei confronti del Rwanda e della Regione dei Grandi Laghi?

Da anni la Francia sta usando la politica della Françe-Afrique per garantirsi lo sfruttamento delle materie prime dei paesi sotto la sua influenza. Come diceva l’ex presidente Jacques Chirac, la Francia senza le sue ex colonie in Afrique conterebbe ben poco a livello internazionale. Quindi non rinuncerà facilmente alla zona dei Grandi Laghi visto le immense ricchezze della regione. Il governo ruandese costituisce un vero problema per gli strateghi dell’Eliseo. Per paura di perdere l’influenza nella Repubblica Democratica del Congo, stanno facendo di tutto per far ritornare al potere i vecchi alleati Interahamwe oggi riunitisi nel movimento FDLR. La strada dell’autodeterminazione intrapreso dal Rwanda il quale si è liberato dall’influenza francese è un esempio che potrebbe essere seguito da molti paesi dell’Africa. La Francia sta usando qualsiasi mezzo per evitare lo sgretolamento del suo impero. Le nefandezze che la Francia ha fatto in Costa d’Avorio, Mali e nella Repubblica Centrafricana sono sotto gli occhi di tutti e  molti giovani africani vedono in Kagame un modello di leadership da seguire per uscire dalle guerre e povertà. 

 

Il governo tanzaniano dal 2013 si è nettamente schierato a favore della riabilitazione e amnistia delle FDLR. Il Presidente Kikwete è stato il primo a proporre  ufficialmente questa strategia nel aprile 2013, creando una gelo diplomatico tra i due paesi e una tra le piú gravi espulsioni forzate nella storia dell’Africa Orientale di cittadini tanzaniani di origine ruandese. Come spiega l’orientamento politico di questo stato membro della East African Community? Quali conseguenze sul processo di unione economica e politica dell’Africa Orientale?

L’approccio di Kikwete dimostra la superficialità con la quale molti leader africani hanno approcciato il genocidio dei Tutsi nel 1994.  Temo che il presidente Kikwere non abbia manco capito fino in fondo la posta in gioco promuovendo un approccio così insultante alla memoria delle vittime. Se mi ricordo che durante il genocidio del ’94 nessuno dei paesi confinanti ha alzato un dito per fermare i massacri mi viene da piangere.  Oggi invece di ricevere aiuti per ricostruire la pace ci ritroviamo di fronte a delle logiche che non aiutano a rafforzare i risultati raggiunti ma rimettono di nuovo tutto a rischio.

 

Il governo ruandese tende a parlare di genocidio dei tutsi, quando storicamente è approvato che diverse migliaia di hutu moderati e del sud sono stati massacrati causa il loro rifiuto di partecipare al genocidio. Alcuni arrivano a parlare di 200.000 vittime hutu fatte dal governo provvisorio dopo la morte del presidente Juvenal Habyrimana. Perché non ricordare questo sacrificio compiuto dagli hutu che hanno pagato con la vita il loro rifiuto di aderire alla causa Hutu Power?

Occorre assolutamente metterci d’accordo sui termini da usare, quando si parla di genocidio è d’obbligo precisare qual è il gruppo “etnico” doveva essere sterminato diversamente tale termine non è applicabile. Nel ’94 in Rwanda, il governo ruandese ha annunciato a tutta la popolazione l’intenzione di sterminare i Tutsi, gli scarafaggi, gli inyenzi. Il mezzo per appurare chi doveva essere tagliato con le machete, violentato e buttato nelle fosse comune era la carta d’identità dove era menzionato l’etnia Tutsi. Quindi il genocidio mirava allo sterminio dei Tutsi e ciò non può essere oggetto di strumentalizzazione. E’ anche assodato che gli Hutu che si sono opposti all’ideologia genocidaria sono stati trucidati e sono stati davvero migliaia come lo ricordi, questi sono i giusti che si sono opposti al male, non possono confondersi con chi è stato trucidato per essere nato Tutsi.

 

I governi ruandesi che si sono succeduti in questi ultimi vent’anni hanno riorganizzato la società, ricostruito il paese rendendo possibile la rinascita economica. La Banca Mondiale prevede che il Rwanda (assieme all’Uganda) saranno i primi paesi dell’Africa Orientale ad entrare nella lista dei paesi industrializzati entro il 2025. Gli odi etnici sono duramente combattuti e la Costituzione considera reato la distinzione tra hutu e tutsi. Eppure varie sono le accuse rivolte al governo di tenere la maggioranza hutu in una situazione di vassallaggio. Le opportunità di impiego presso l’amministrazione pubblica e il privato sarebbero maggiori per i tutsi. È questa la realtà del Nuovo Rwanda?

Non mi risulta proprio, coloro i quali vogliono negare l’evidenza asseriscono ciò. Il Rwanda ha bandito il divisionismo etnico a qualsiasi livello ed è un ricordo lontanissimo il sistema delle quote regionali applicato per tanto tempo nel Rwanda di Habyrimana che nessuno ha mai denunciato. C’è qualcuno a cui non fa piacere la strada della Bonne Governence che ha imboccato il mio paese ma nulla ci fermerà nel cercare di far bene anche perché sappiamo il fondo che avevamo toccato.

 

Dal gennaio 2014 il governo ruandese ha attuato una politica di esecuzioni extra-giudiziarie di oppositori politici all’estero, sopratutto in Sud Africa. Questa politica sembra tesa ad eliminare fisicamente figure militari che potrebbero avere un ruolo di primo piano in una eventuale invasione del paese. Perché questa politica è stata decisa ed attuata al posto di limitarsi alla difesa del territorio nazionale? 

Di questa politica non saprei proprio disquisire, l’unica cosa che so è che gli oppositori che si rifugiano all’estero e cercano di creare disordini nel paesi sono tanti. Se, nelle loro scelta di vita da spregiudicati, incappano in brutte avventure mi verrebbe in mente il famoso proverbio italiano che dice “chi la fa l’aspetti”. Sono stata in Rwanda ad agosto dell’anno scorso, dovunque ho respirato sicurezza e con ciò posso tranquillamente affermare che il Rwanda investe molto nella difesa del territorio nazionale.

 

Come spiega le evidenti contraddizioni interne alla società congolese sui rapporti con il Rwanda? Da una parte abbiamo governo centrale, le popolazioni dell’ovest e parte della diaspora congolese in Europa e America che spingono sull’odio razziale. Dall’altra abbiamo le popolazioni congolesi dell’est stufe delle continue guerre ed in cerca di una convivenza pacifica. Aspirazioni riprese dal Istituto Pole di Goma e dalla Ong fondata dalle Nazioni Unite Interpeace nel loro progetto triennale di riconciliazione della Regione dei Grandi Laghi.

Le contraddizioni interne alla società congolese rispecchiano molto la politica estera francese incentrata sul recupero dell’influenza in Rwanda riportandovi al potere i loro vecchi alleati genocidari FDLR. Oggi l’asse Kabila-Hollande ne è la prova. La popolazione congolese all’est sta subendo le stesse violenze che hanno subito i Tutsi in Rwanda. Per questo comprende bene che i suoi nemici sono altri. Purtroppo la diaspora congolese, piuttosto che informarsi in modo approfondito e contribuire alla ricostruzione alla pacificazione del proprio paese si riempe la bocca dei rapporti sfornati dagli esperti francesi con incarichi all’ONU senza cercare di capire la vera posta in gioco. 

 

Cosa ne pensa di quella parte della diaspora ruandese in Europa che ancora si definisce hutu ed appoggia le ideologie passate?

Purtroppo sono quei giovani che per anni hanno vissuto sotto il regime genocidario del Hutu Power che  non ha fatto che creare odi e divisioni tra la gente. Contrariamente ai giovani cresciuti in Rwanda di oggi, questi continuano a identificarsi nei loro padri genocidari piuttosto che investirsi nella ricostruzione di un futuro comune. È un grande peccato.

 

L’Istituto Pole di Goma da anni propone come soluzione a tutti i conflitti l’integrazione socio economica della regione. Cosa ne pensa? È possibile?

Penso sia una buona iniziativa in quanto singolarmente si è più deboli, il futuro socio economico non solo della nostra regione ma dell’Africa intera non potrà fare a meno di unioni e integrazioni, dobbiamo prendere l’esempio dell’Unione Europea.

 

La ribellione Banyarwanda Movimento 23 Marzo dopo la ritirata strategica del novembre 2013 in Uganda e forte di 57 milioni di dollari derivati dal saccheggio delle risorse naturali congolesi tra cui 4 tonnellate di oro, ora sta entrando nella fase di riattivazione della lotta armata con il piano di trasformare la rivolta delle popolazioni tutsi congolesi in una rivolta nazionale contro il regime del Presidente Joseph Kabila. Fin dalla prima guerra pan africana (1996) il governo ruandese ha sempre utilizzato le popolazioni congolesi di origine tutsi che vivono all’est come forze di contrapposizione alle FDLR. La futura ripresa del conflitto all’est del Congo, organizzata dai dirigenti del M23 e dal governo Ugandese vede in qualche modo coinvolto il Rwanda?

Se il disarmo preannunciato dalla MONUSCO degli FDLR verrà messo in atto senza alcun indugio il Rwanda non avrà alcun motivo di mischiarsi nelle guerre altrui.  Voglio fare un appello in tal senso in quanto la pace della regione ne dipende. Personalmente intendo promuovere un secondo incontro a Sant’Egidio questa volta con la partecipazione del governo ruandese con gli attori della comunità internazionale senza però il coinvolgimento dei genocidari di FDLR per ribadire l’intento del disarmo di tale movimento.

 

Se si evoca la dissoluzione incondizionata delle FDLR e il trionfo della giustizia internazionale contro i suoi dirigenti accusati di genocidio, perché non rivendicare lo stesso trattamento per il M23. In Rwanda vi sono attualmente 600 miliziani del M23 tra cui alcuni dirigenti appartenenti alla fazione di Bosco Ntaganda. Perché non vengono consegnati alla giustizia congolese?

Occorre lavorare su entrambi i fronti, sono convinta che a dissoluzione delle FDLR saranno un incentivo per la definitiva dissoluzione di M23.

 

Congo e Rwanda sono ingabbiati da vent’anni in un conflitto senza fine. Come vede il prossimo futuro della Regione dei Grandi Laghi?

Tra il Congo e il Rwanda ci stanno di mezzo i genocidari FDLR i quali attaccano continuamente il confine ruandese e vogliono ritornare al potere senza rispondere alla giustizia. Il prossimo futuro della Regione dei Grandi Laghi potrebbe essere roseo se l’impegno del disarmo sarà mantenuto dall’ONU.

 

Cosa consiglia alle migliaia di cittadini italiani ed europei che si stanno recentemente interessando del problema etnico nella regione?

Di sostenere la battaglia di tutti noi per la dissoluzione dei terroristi e genocidari delle FDLR, di richiedere ai loro governi l’embargo delle armi nelle terre così martoriate dalle guerre e promuovere scambi equo solidali per l’acquisto delle nostre materie prime ad un prezzo giusto che possa fare uscire le nostre popolazioni dalla povertà. 

 

 

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