venerdì, dicembre 14

La nuova Turchia e il Sultano di sempre

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La conferma ufficiale è arrivata qualche giorno fa. Con la vittoria del referendum, Recep Tayyip Erdogan lancia il più chiaro dei segnali ai vicini europei: il futuro, per Ankara, è a est, non a ovest. Dopo 6 anni di tentativi e diversi fallimenti di modifica costituzionale, questo plebiscito permetterà finalmente la trasformazione della Turchia in una repubblica presidenziale, con a capo proprio il ‘Presidente-Sultano’ Erdogan, sostanzialmente privo del sistema di ‘check&balances‘ proprio di praticamente ogni liberal-democrazia occidentale.

In Occidente le reazioni sono state, come prevedibile, particolarmente preoccupate. Il risultato della votazione (che ha visto un’affluenza alle urne dell’85% dell’elettorato), voluto dal 51.4% dei cittadini, non ha convinto gli osservatori dell’OCSE e dell’Unione Europea – Francia e Germania in primis. Il referendum è stato definito «non all’altezza degli standard internazionali». Si accodano alle proteste anche i partiti di opposizione turchi, che minacciano di appellarsi alla Corte europea dei Diritti Umani per chiedere una denuncia delle irregolarità e dei supposti brogli che avrebbero portato ai risultati espressi dal voto. I supporter del fronte del ‘no’ protestano nelle città di Besiktas e Kadikoy, con migliaia di persone che scendono per le strade invocando l’annullamento del voto. Il Ministro degli esteri austriaco Sebastian Kurz ha ribadito la necessità di interrompere completamente il processo per l’ingresso di Ankara nell’Unione Europea.

Minaccia vuota, viste le intenzioni del Governo di proporre due nuovi referendum, uno proprio sulla membership turca nell’UE – più volte, in questi mesi, denigrata da Erdogan, definita «crociata e ostile» e «nazista» – un altro sull’introduzione della pena di morte nel Paese, la cui assenza rappresenta uno dei prerequisiti base per accedere all’Unione. Era praticamente da un secolo che i rapporti con il Continente non si facevano così disastrosi. A preoccupare Bruxelles, inoltre, è la posizione di forza che Ankara ha ottenuto un anno fa con la stipulazione degli accordi per gestire il flusso dei migranti in marcia verso l’Europa e bloccati proprio dalla Turchia, finanziata dagli europei. Le autorità turche hanno più volte minacciato di ripudiare i trattati per inondare il continente con una nuova ondata migratoria che la leadership di Bruxelles non può, politicamente né economicamente, permettersi.

Anche le relazioni con gli Stati Uniti, già piuttosto critiche a causa dell’ampio utilizzo di combattenti curdi – considerati pericolosi terroristi, e nemici alla pari dello Stato Islamico da Ankara – nella guerra civile siriana, potrebbero essere definitivamente compresse da un voto che conferma la leadership di un Presidente ‘scomodo’ – se non totalmente ambiguo – per lo schieramento della Nato a cui tuttavia appartiene.

Ad essere onesti, in ogni caso, la ‘svolta autoritaria’ aveva già avuto inizio persino prima che il fatidico colpo di stato di Luglio permettesse al governo di ‘purgare’ l’apparato politico, burocratico e militare del Paese. Con lo stato di emergenza dichiarato, l’altissimo numero di ‘dissidenti’ e giornalisti incarcerati (113.260 persone sono finite dietro le sbarre dalla scorsa estate), e il clima di tensione scatenato dagli ultimi attentati dei curdi del Paese, Erdogan era probabilmente alla ricerca di un plebiscito che confermasse o, almeno, legittimasse una situazione de facto già esistente. Mercoledì, in ogni caso, lo stato di emergenza verrà esteso per la terza volta di altri tre mesi. Un’analisi su ‘Foreign Policy‘ indica come Erdogan, in fin dei conti, stia semplicemente sostituendo un regime autoritario a un altro regime autoritario.

Il nuovo sultano, come quello di un tempo, vorrebbe rappresentare una guida per quella parte di mondo musulmano disposta a seguirlo. Già nel celebre ‘Scontro di Civiltà’, il politologo Samuel Huntington prevedeva che la Turchia, nei prossimi decenni potesse decidere di abbandonare il ruolo di potenza “occidentalizzata” minore, per vestire quello, storicamente già sperimentato, di guida del Medioriente musulmano. Necmettin Erbakan, ‘mentore’ di Erdogan, già vedeva come “innaturale” la membership turca nella NATO. L’ATK nato proprio da una separazione politica dalle idee di Erbakan sembrò cambiare rotta e puntare verso la modernità rappresentata dalla Repubblica e dall’Unione Europea, con l’ala più ‘conservatrice’ che restava comunque fedele ai valori della Repubblica laica di Ataturk.

Nel 2002, il ‘Time‘ definiva Erdogan «l’uomo misericordioso» della Turchia. Nel 2008, col benestare delle organizzazioni per i diritti umani, il Presidente elimina il divieto di indossare il velo islamico nelle scuole e negli uffici pubblici. Diventa poi sempre più chiara, negli anni, la freddezza con cui il Governo di Ankara gestisce i rapporti con i supposti alleati della NATO, mantenendo un occhio sempre rivolto a Mosca. Come già prima del referendum qualcuno scriveva, «la Turchia è una nave diretta a est, il cui equipaggio crede di navigare verso ovest».

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