sabato, Aprile 17

La nuova Siria di Helsinki Gli accordi a breve termine riguardano tutti la Siria e la questione del milione e mezzo di rifugiati

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Del colloquio tra Donald Trump e Vladimir Putin a Helsinki sappiamo pochissimo: non c’è nessun comunicato ufficiale che possa rivelarci cosa si sono detti i due leader a porte chiuse. Dettagli opachi sono emersi da interviste e dichiarazioni rese dai rappresentanti dei due paesi dopo il 16 luglio.

Da quello che sta accadendo in queste ore, però, almeno una cosa adesso è chiara: gli accordi a breve termine riguardano tutti la Siria e la questione del milione e mezzo di rifugiati. Qualcosa sta cominciando a prendere forma.

Alla fine della settimana scorsa camion carichi di ribelli sunniti hanno cominciato a lasciare in massa il sud del paese, al confine con il Golan israeliano, in direzione di Idlib, una delle ultime sacche della resistenza nel nord della Siria. L’esercito del presidente siriano Bashar Al Assad sta rapidamente avanzando: dopo aver conquistato il valico di confine con la Giordania, si è spostato a sud-ovest verso il Golan israeliano.

Ed è qui che sabato notte si è svolta una delle più controverse operazioni di questa lunga guerra: il salvataggio di 442 Elmetti Bianchi siriani attraverso le alture del Golan controllate dall’esercito israeliano. Meta finale: la Giordania. Per l’occidente si è trattato di un gesto umanitario, per il presidente siriano Bashar Al Assad, di un’operazione criminale. Con ogni probabilità, nessuno ha detto il vero e tutti i paesi coinvolti erano d’accordo.

Dire chi sono gli Elmetti Bianchi è già una questione scivolosa. Avrebbero dovuto essere una forza volontaria che operava in Siria per soccorrere la popolazione nelle zone di guerra. Ma sorgono subito due problemi: il primo è che questi volontari sono stati finanziati con trenta milioni di dollari da Stati Uniti, paesi del Golfo e varie organizzazioni internazionali. Il secondo è che hanno operato solo nelle zone ribelli. Di sicuro, questi uomini e donne, all’incirca 3.000 nel 2013, hanno rischiato la vita sotto i bombardamenti dell’aviazione siriana e russa per salvare quella di decine di migliaia di civili intrappolati sotto le macerie. Prima della guerra facevano i lavori più disparati: muratore, elettricista, infermiere. Nella mattanza ne sono morti 200, 500 sono rimasti feriti.

Quello che rende controversa l’operazione con cui hanno abbandonato la Siria sono le modalità con cui si è svolta. Pochi giorni prima che gli Elmetti Bianchi lasciassero la Siria a piedi, il confine era affollato da decine di migliaia di rifugiati in fuga dall’esercito di Assad. Cosa che avrebbe reso impossibile l’apertura del confine con Israele. Poi sabato, nel giro di 48 ore, tutto era cambiato: gli altri ribelli avevano lasciato il sud della Siria, presidiato dall’esercito di Assad, dirigendosi a Idlib e lasciandosi dietro solo gli Elmetti Bianchi e le loro famiglie. L’operazione poteva prendere avvio: i “volontari” siriani, una volta varcato il confine con Israele a piedi, sono saliti su pullman diretti in Giordania. Alle sei del mattino erano a destinazione.

Israele, da parte sua, ha fatto sapere che è intervenuto su richiesta di Stati Uniti, Canada e altri paesi europei, ma intanto ha accettato la presenza dell’esercito siriano al suo confine. Dalla Giordania hanno spiegato che la sosta di questi rifugiati siriani nel paese è solo temporanea: gli Elmetti Bianchi verranno trasferiti in Inghilterra, Germania e Canada dove riceveranno un permesso di soggiorno per motivi umanitari. Questa è una faccenda tutta occidentale, di cui Amman non vuole farsi carico.

Passano solo poche ore dalla discutibile operazione ed ecco che nella mattina di lunedì la tensione al confine con Israele si alza di nuovo. Dalla Siria partono due missili terra terra SS-21, sembra che siano diretti oltre il Golan: entra in funzione il sistema di difesa missilistico israeliano. Poco dopo i due missili siriani cadono prima di varcare il confine, quelli israeliani si autodistruggono. Oggi pomeriggio, un altro episodio che potrebbe avere gravi ripercussioni: due missili Patriot israeliani hanno abbattuto un Sukhoi, un jet siriano di fabbricazione russa che era penetrato per due chilometri oltre il confine sul Golan. Secondo il quotidiano siriano online “Al Masdar News”, filo-Assad, il pilota sarebbe morto.

È chiaro che questa è una faccenda diversa: Israele ha libertà di movimento in Siria e non soltanto quando si tratta di difesa. Nell’intesa tra Trump e Putin lo scontro tra Gerusalemme, Damasco e Teheran resta una variabile a parte. Ieri il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, era in Israele per incontrare il primo ministro Benjamin Netanyahu e cercare di raggiungere un punto fermo: Mosca ha offerto una “buffer zone” siriana di 100 chilometri dal confine nella quale le forze di Teheran non potranno operare. Netanyahu ha rilanciato: niente missili a lungo raggio anche al di là della linea di demarcazione offerta.

Per tutti gli altri paesi intorno alla Siria, gli accordi tra Trump e Putin hanno efficacia immediata. Il primo ministro libanese Saad Hariri ha cambiato le sue posizioni nel giro di poche ore. Lui, che fino a ieri si era opposto al ritorno dei rifugiati in Siria per non offrire un riconoscimento formale al governo di Assad, lunedì ha permesso a centinaia di siriani di fare rientro nel loro paese passando dal valico di Zamrani nella regione dei monti Qalamoun.

La Francia di Emmanuel Macron non resta indietro. Il presidente francese aveva incontrato Putin a Mosca alla metà di luglio, un giorno prima dei colloqui di Helsinki, in occasione della finale dei Mondiali di calcio. E l’incontro ha portato i suoi frutti. All’alba di sabato mattina, poche ore prima che si mettesse in moto l’operazione di salvataggio degli Elmetti Bianchi, un aereo cargo russo Antonov 124 decollava dalla città francese di Chateauroux in direzione della base russa di Hmeimim, in Siria. Il suo carico di 50 tonnellate di aiuti umanitari francesi era destinato alla popolazione di Ghouta Est, riconquistata da Assad in aprile. Sì, proprio Ghouta Est, la città colpita da un sospetto attacco chimico lo scorso aprile, nell’imminenza della vittoria dell’esercito siriano. Un attacco che all’epoca Europa e Stati Uniti avevano attribuito ad Assad. La Francia, insieme agli altri paesi occidentali, aveva reagito con una serie di pesanti raid aerei contro le forze di Damasco. Ora tutto ha preso un’altra piega, che definire opposta sarebbe un eufemismo.

Troppi i compromessi e i voltafaccia di queste ore, troppi per tutti: gli accordi forse restano segreti proprio per non farli saltare prima ancora che prendano forma. Almeno due le questioni ancora aperte: le basi statunitensi nell’nord-est della Siria, controllata dai curdi, e la presenza dell’esercito turco nel nord-ovest, dove si sono arroccati i ribelli sunniti. L’impressione, che non è certo dell’ultima ora, è che per il paese si prepari un futuro di divisioni etnico-confessionali, dove ogni regione potrà contare su uno sponsor estero. Nel centro e nell’ovest della Siria, gli sciiti fedeli ad Assad, e ancora di più a Teheran, governeranno il paese. Molti di loro non saranno nemmeno siriani, ma afghani e pakistani: sono i miliziani sciiti arrivati a Damasco con le loro famiglie per combattere al soldo degli iraniani.

In fondo a Helsinki si è deciso davvero poco: la nuova Siria era già stata disegnata qualche anno fa. Non da Washington, ma da Mosca e Teheran.

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