martedì, Agosto 3

La nuova Marina Militare, tra dottrina e bilancio field_506ffb1d3dbe2

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E’ di qualche settimana fa la notizia che il Governo italiano ha stanziato 10 miliardi di euro in 10 anni per il rinnovamento dell’intera flotta della Marina Militare. Una destinazione di fondi che (secondo quanto riportato da diverse agenzie) investirà, tra gli altri, il territorio della Campania. Nello specifico saranno i bacini di Castellammare di Stabia e limitrofi a beneficiare di una parte davvero consistente (si parla addirittura di 5 miliardi nell’arco di una decade) di questa enorme tranche di investimenti pubblici.

Una buona notizia per la Marina italiana, che, però, arriva in un momento politico molto controverso, segnato (tra le altre cose) dall’infinita polemica sull’acquisto degli F35, argomento che (da anni, ormai) campeggia a singhiozzo su tutte le prime pagine dei quotidiani. Una questione, quella del supercaccia statunitense, sollevata non solo per l’attuale presunta poca affidabilità del mezzo (risale solo a venerdì scorso la notizia dello stop da Pentagono, Aereonautica e Marina Usa che mette in stand by l’intera flotta dei 97 F-35 americani a causa dell’incendio avvenuto il 23 giugno scorso in una base in Florida), ma anche per il considerevole impegno economico per l’Italia nell’acquisto di questi avveniristici velivoli (stimato in circa 13 miliardi di euro complessivi entro il 2047). Una polemica che ha condotto all’approvazione in Commissione Difesa lo scorso maggio di una moratoria (proposta e votata dal Partito Democratico) sull’acquisto degli apparecchi made in Usa fino a quando non sarà riformulato il contratto di acquisto con un dimezzamento delle spese previste. Ma andiamo con ordine.

Il finanziamento ottenuto dalla Marina Militare è il risultato di numerose richieste fatte al Parlamento italiano da tutto l’establishment della Marina Militare, in particolare quelle pervenute dal Capo di Stato Maggiore della Marina, Ammiraglio Giuseppe De Giorgi, di investire nel rinnovamento dei natanti in dotazione all’Arma.

Lo stesso De Giorgi alcuni mesi fa (nel corso di una cerimonia che si è svolta proprio a Castellammare di Stabia) dichiarava di come «la nostra Marina sta morendo», riferendosi alla prospettiva che circa il 90 per cento delle nostre imbarcazioni militari saranno messe in disarmo nell’arco dei prossimi 10 anni, con un drastico ridimensionamento anche delle risorse umane messe in campo, che passeranno da 36 mila a 24 mila unità.

In quell’occasione il numero uno della Marina Militare spiegava al Sottosegretario alla Difesa del Governo Renzi, Gioacchino Alfano (anche lui presente all’evento) come un intervento dell’Esecutivo di 10 miliardi di euro in 10 anni avrebbe attivato un indotto di «25mila posti di lavoro, con 5 miliardi di ritorno fiscale tra tasse e contributi ed il mancato ricorso alla cassa integrazione per 10mila unità, il che comporterebbe un risparmio di 4,2 miliardi in 10 anni».

Detto, fatto.

 

Un nuovo Libro bianco

Una situazione che, per quanto possa sembrare sorprendente a una prima occhiata, va osservata più da vicino, mettendo sotto la lente una serie di fattori. Prima di tutto, è noto come la spending review in discussione da diversi mesi (e da diversi Governi) certamente non ha risparmiato il settore Difesa. Quest’ultimo, anzi, risulta uno dei più colpiti dalla revisione (si parla di una riduzione addirittura del 27 per cento rispetto alle risorse disponibili nel 2008, con una diminuzione di personale addetto stimata intorno alle 50mila unità).

Uno scenario nel quale il Consiglio Supremo di Difesa ha reagito invitando il Governo e il Parlamento a stendere un nuovo Libro bianco sulla Difesa (la cui ultima edizione risale al 2002), documento che ha lo scopo di delineare la strategia e gli obiettivi di evoluzione delle diverse Armi dello Stato, in un orizzonte temporale di 15 anni.

Una delle maggiori innovazioni che sono parte di questo documento è rappresentata dal tentativo di stabilire gli obiettivi strategici delle Forze Armate italiane, però tenendo conto della disponibilità di mezzi e risorse umane, finanziarie e tecnologiche a disposizione dell’intero comparto Difesa.

Nel nuovo Libro bianco, infatti, saranno lanciati anche due programmi cosiddetti secondari’ di riforma della macchina bellica italiana: il programma di rinnovamento della Marina Militare, della durata di 19 anni (2014-2032), e il programma F-35.

Mentre quest’ultimo ha subito qualche battuta di arresto, come abbiamo già visto, il percorso intrapreso dalla Marina Militare italiana sembra, almeno ad una prima occhiata, aver giovato di una considerevole accelerazione. Come mai?

 

Il rinnovamento tanto atteso

Un secondo fattore di cui tenere conto, infatti, sono le condizioni in cui versano i mezzi e, in particolare, i natanti in dotazione alla Marina Militare. Per la maggior parte le navi in servizio attivo risalgono tutte come periodo di costruzione agli anni ’70 e ’80 quando, grazie alla Legge Navale del 1975, fu stanziata la cifra di 1000 miliardi di lire in dieci anni, con lo scopo di rinnovare una flotta ancora composta (a distanza di 30 anni) in buona parte da navi risalenti alla Seconda Guerra Mondiale o all’immediato dopoguerra.

Una situazione in cui la Marina (fatte le debite proporzioni) sembra essere piombata di nuovo. Saranno 50 unità delle 60 attualmente in servizio, infatti, ad essere destinate al disarmo nei prossimi dieci anni, come abbiamo già accennato. Queste, saranno smantellate o cedute a Paesi africani, asiatici e dell’America Latina, cosa che lascerebbe pochissime navi (solo 10) a dover operare lungo i nostri 8500 km di coste. Tenendo conto anche del contributo che la Marina Militare offre quotidianamente, soprattutto in situazioni di emergenza come quella della gestione dei flussi migratori, la situazione risulta davvero critica.

Questo, almeno in parte, spiega la necessità di un rinnovamento che non avviene da quasi quarant’anni e la più solerte e decisa destinazione di fondi da parte del Governo italiano rispetto a quanto avviene per gli F35. A questo bisogna, poi, aggiungere che circa il 90 per cento delle 25 navi che dovranno essere costruite per sostituire quelle ormai vetuste, saranno made in Italy. Ciò significa (come accennato) ottenere nel comparto un incremento di 25 mila posti di lavoro e un cospicuo ritorno a livello di gettito fiscale per lo Stato. Uno scenario che risulta essere, a conti fatti, più vantaggioso rispetto alla spesa che il Governo italiano si troverebbe a sostenere per l’acquisto del supercaccia Usa, nonostante siano comunque molte le imprese di casa nostra ad essere coinvolte nelle varie fasi della produzione del velivolo statunitense (secondo quanto riportato dal sito internet della Camera dei Deputati, le principali sono Alenia Aeronautica, che realizzerà il cassone alare del 100 per cento dei velivoli destinati alle forze armate italiane e del 50 per cento di quelli destinati a Usa e Regno Unito; Avio, che avrà la responsabilità completa per lo sviluppo e la produzione del sistema di trasmissione e di parte della turbina del motore F136; e Galileo Avionica, che ha ottenuto l’appalto per lo sviluppo e la realizzazione una parte del sistema di controllo del tiro).

 

La Marina del futuro

Ma come saranno le navi del futuro in dotazione alla Marina Militare italiana? Secondo quanto riportato dalla rivista specializzata ‘Analisi Difesa‘, «la nuova classe di ‘pattugliatori d’altura’ da realizzare col concetto modulare (con imbarco e sbarco in tempi rapidi di shelter contenenti armamenti ed equipaggiamenti) sarà composta inizialmente da 10 unità, 6 in versione leggera (light) e 4 in versione completa (full)».

Un aggiornamento che punta alla sostanza: «Le nuove navi saranno lunghe 120 metri e larghe 16 per una stazza di circa 4.500 tonnellate (dimensioni intermedie tra le fregate Maestrale e le Fremm), avranno una velocità massima di 35 nodi, appena 90 uomini d’equipaggio e potranno imbarcare uno o due elicotteri, velivoli teleguidati e droni subacquei». Alta tecnologia, ma con più di un occhio all’economia dei mezzi. I pattugliatori d’altura, infatti, «che in versione ‘full’ saranno simili a vere e proprie fregate, avranno moltissimi elementi standardizzati, abbattendo i costi di gestione del 30 per cento rispetto alle navi oggi in servizio».

Bisogna aggiungere che «tra le versioni ‘light’ da pattugliamento e ‘full’ da combattimento che avranno anche una differenza di costo prevista oggi in 300/350 milioni a nave per la prima e 500 milioni per la seconda. Differenze dovute soprattutto ai diversi equipaggiamenti e armamenti imbarcati che includeranno cannoni da 76 o 127 millimetri, sistemi antisiluro, di difesa di punto, suite da guerra elettronica».

Una grossa novità potrebbe essere «la prossima adozione su queste unità di radar polifunzionali a facce fisse, che potrebbe venire installato sulla quarta unità, la prima in configurazione ‘full’. Per queste dotazioni la Marina vorrebbe valutare il radar statunitense AN/SPY-1 impiegato dal sistema di difesa aerea e antimissile Aegis. Se queste indicazioni trovassero conferma la Marina Militare sarebbe inoltre l’unica forza navale a disporre di due diversi (e costosi) sistemi di difesa contro i missili balistici: radar EMPAR e missili Aster 30 sui cacciatorpediniere tipo Orizzonte e fregate FREMM e radar SPY-1F con missili Standard SM-3 sui nuovi ‘pattugliatori’».

 

Nuovi obiettivi strategici

Il piano di investimenti che vedrà rinnovata una parte consistente del parco mezzi della Marina Militare italiana, quindi, è solo una parte di un disegno più ampio. E certamente non coinvolge il solo complesso militare-industriale italiano o semplicemente la Marina e i vantaggi in termini di occupazione e di indotto che un aumento della spesa nel settore Difesa potrà generare. L’impiego di queste risorse a tutti i livelli, infatti, tiene conto di obiettivi specifici delineati nell’ambito del dibattito istituzionale che porterà nei prossimi mesi alla stesura definitiva del documento di indirizzo per le Forze Armate italiane (il nuovo Libro bianco, già accennato).

Rimane da chiedersi quali sono questi obiettivi e come gli investimenti programmati dal Governo Renzi rientrano nell’ambito del perseguimento di tali scopi.

Secondo quanto dichiarato a ‘L’Indro’ da Fabrizio Coticchia, ricercatore in Scienza Politica, Relazioni Internazionali, Security Studies e Cooperazione allo sviluppo presso la Scuola superiore di Studi Universitari Sant’Anna di Pisa lo scopo primario di un Libro Bianco è proprio quello di stabilire gli obiettivi, definire le priorità e gli interessi, illustrare le minacce, connettere i fini ai mezzi. L’ultimo documento strategico nazionale di tale rilevanza risale addirittura al 2002. Negli ultimi dodici anni, i cambiamenti nello scenario internazionale sono stati considerevoli, così come l’impegno militare italiano in aree di crisi quali Iraq, Libano, Afghanistan e Libia. A fronte delle trasformazioni avvenute” prosegue Coticchia, che è stato uno dei relatori del Convegno Nazionale sulla Sicurezza Internazionale e la Difesa che si è svolto nelle sale di Palazzo Salviati a Roma il 5 e 6 giugno scorsi, “è quindi quanto mai necessario che il Governo detti la linea che orienti la struttura della Difesa, i suoi scopi e la modalità di impiego della sue forze”. Occorre riscrivere, quindi, le priorità e gli obiettivi del sistema di sicurezza italiano.

Bisogna tenere presente, però, che “è presto per capire il grado di continuità rispetto ai tradizionali riferimenti multilaterali della Difesa quali Onu, Nato e Unione Europea o al costante contributo fornito dall’Italia alla stabilità post-bipolare attraverso una vasta gamma di missioni oltre confine. La concezione multidimensionale della sicurezza, non più limitata al solo ambito militare”, aggiunge l’accademico, “è ormai largamente condivisa. Inoltre, il ‘ri-orientamento strategico’ che si impone con la fine dell’operazione ISAF in Afghanistan e la crescente rilevanza del Mediterraneo e delle sue aree limitrofe, introdurranno elementi di novità dal punto di vista delle ‘regioni di intervento’. Una maggiore prudenza e un più sano realismo tra obiettivi e capacità nazionali sarebbe comunque auspicabile per impostare eventuali nuove operazioni fuori area”.

Un contesto nel quale è proprio la Marina Militare ad essere fondamentale: “Dalla fine della Guerra Fredda” prosegue Coticchia, “una delle principali, se non la principale, novità della politica di Difesa italiana è stata la ‘proiettabilità’ dello strumento militare. In tal senso” spiega, “la Marina Militare ha svolto un ruolo fondamentale. Si pensi, in primis, al contributo fornito al fine di supportare la presenza militare nazionale in aree di crisi, come il massiccio dispiegamento di mezzi per l’ ‘Operazione Leonte’ in Libano. Ultimamente la Marina è stata sempre più impegnata in azioni volte a contrastare minacce ‘non tradizionali’, dalla pirateria all’immigrazione clandestina. La funzione delle forze navali si conferma, quindi, cruciale per l’Italia. Anche in questo caso, però, occorre capire gli obiettivi strategici prima di definire la ‘portata’ della proiettabilità dello strumento militare”.

 

Una questione di coerenza

Uno scenario nel quale la tipologia e la destinazione dei fondi saranno determinanti e strumentali al raggiungimento degli obiettivi che saranno fissati nel documento programmatico ancora in corso di discussione. Infatti “il rapporto tra dottrina e bilancio sostiene Coticchia, “sarà l’aspetto-chiave del processo di elaborazione del Libro Bianco. Da una parte, si afferma che ogni decisione riguardante gli stanziamenti della Difesa sarà condizionata, come teoricamente dovrebbe essere, da scelte e obiettivi stabiliti dalla riflessione strategica complessiva; dall’altra, alcuni provvedimenti sono già stati adottati dal governo, come il taglio di circa 400 milioni nel più ampio contenitore della spending review. Sembra che i limiti imposti dalla crisi finanziaria e le ragioni della politica interna siano predominanti”. Una situazione molto delicata, quindi, nella quale secondo Coticchia “il rischio è continuare a favorire tagli lineari, in un contesto caratterizzato da una duplice natura: da un lato le inefficienze e le duplicazioni derivanti dalla struttura elefantiaca delle forze armate stanziali della guerra fredda, dall’altra l’insostenibilità di ‘un bilancio sbilanciato’ con risorse ormai limitate per l’esercizio. È proprio la coerenza tra le scelte strategiche e quelle di bilancio che dovrebbe essere valutata attentamente in questa fase. Finora, le logiche di tipo ‘economicistico’ hanno avuto la meglio, sebbene molte delle inefficienze del corpaccione statico delle forze armate sono rimaste sostanzialmente intatte, mentre” conclude l’accademico, “il progressivo deterioramento di alcune risorse destinate alla componente operativa è proseguito”.

 

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