venerdì, Luglio 30

La nuova guerra fredda è davvero finita? Putin mostra di crederci ancora più di Trump dopo il vertice di Helsinki il cui esito e i cui contraccolpi non sembrano però giustificare tanto ottimismo

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A cose fatte, e viste anche le immediate reazioni, c’è un primo interrogativo che si impone più che mai riguardo al primo incontro ufficiale tra gli attuali presidenti americano e russo. Perché mai l’hanno rispettivamente voluto e accettato, tenuto conto che, a quanto risulta, è stato appunto Donald Trump a proporre l’appuntamento di Helsinki ottenendo sia pure senza eccessiva difficoltà il consenso di Vladimir Putin?

La domanda può suonare oziosa, essendo generalmente considerato opportuno e quasi obbligatorio per i dirigenti politici incontrarsi e parlarsi quanto più possibile, anche e soprattutto al più alto livello e specialmente quando si addensano nei cieli nubi tempestose ed esistono buone ragioni per temere che la pace mondiale corra pericoli ancora più seri di quelli tradottisi anche oggi in conflitti già in corso.

La ricca esperienza della lunga “guerra fredda” tra Est e Ovest nel secolo scorso insegna tuttavia che i confronti al vertice tra Stati più o meno fieramente contrapposti possono sì produrre risultati altamente apprezzabili e segnare persino positive svolte storiche, ma possono anche tradursi in incresciosi fallimenti, tali da provocare cocenti delusioni e ulteriori inasprimenti di contrasti e tensioni già gravi ed allarmanti.

E’ certamente comprensibile che in situazioni del genere, com’è appunto quella attuale, il tentativo appaia comunque doveroso, a condizione però che venga preceduto e accompagnato da ogni possibile sforzo comune per assicurarne un minimo successo. Nel caso del vertice di Helsinki non sembrava che un’adeguata preparazione fosse mancata, in aggiunta alla favorevole base di partenza rappresentata dalla simpatia e dal reciproco apprezzamento personale ripetutamente riscontrati tra i due protagonisti.

Sul primo punto, in realtà, qualche dubbio era stato sollevato (o confermato) quasi alla vigilia dell’evento da un’intervista televisiva nella quale il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov aveva dichiarato che il successo sarebbe stato raggiunto anche con una semplice “riapertura dei canali di comunicazione” tra i due Paesi, dal momento che a suo avviso i rapporti bilaterali erano ormai ridotti a “sporadici incontri tra diplomatici e militari” riguardanti più che altro il conflitto in Siria.

Una minimizzazione, per la verità, piuttosto curiosa perché contrastante con diverse indicazioni, e spiegabile d’altra parte col proposito di scoraggiare attese eccessivamente ottimistiche dimostrando non minore cautela degli osservatori occidentali, per lo più scettici circa l’utilità del vertice. E, fors’anche, di attenuare i timori di non pochi governi dell’Est europeo di ricadere vittime di trame e collusioni tra l’”orso russo” e una grande potenza occidentale, come già accadde al tempo di Adolf Hitler e di Stalin.

Timori inevitabilmente suscitati, non solo a Kiev, dagli accenni di Trump, nelle settimane precedenti, ad un possibile riconoscimento americano dell’annessione della Crimea alla Russia, e poi rinfocolati dalle clamorose sparate di The Donald contro l’Alleanza atlantica e l’Unione europea in occasione del tempestoso vertice della NATO, per quanto successivamente un po’ ridimensionate dallo stesso ineffabile personaggio o dai suoi massimi collaboratori, del resto spesso discordi da lui.

Il tutto rovesciando tendenzialmente la situazione creatasi negli ultimi quattro anni, che vedeva sinora gli USA attestati sulla più dura nei confronti della Russia nella crisi ucraina e i loro alleati europei in pose più concilianti, riguardo alle sanzioni e in generale. Ce n’era abbastanza, insomma, per giustificare gli allarmi specie nelle repubbliche baltiche ex sovietiche, dove sono presenti cospicue minoranze russe, in quelle transcaucasiche percorse da oleodotti e gasdotti, nonchè in Polonia e Moldavia oltre naturalmente all’Ucraina.

Anche l’altro primattore ci aveva messo alla fine del suo per alimentare paure e anzi aspettative di qualsiasi segno. Mentre Trump si era limitato (per una volta) a dire che a Helsinki si sarebbe parlato di tutti i problemi sul tappeto, Putin si era spinto alquanto più in là assicurando di essere pronto a negoziare su qualsiasi argomento esclusa l’appartenenza della Crimea alla Russia.

A questo punto, si diffondeva la legittima sensazione che qualcosa di concreto potesse davvero emergere da un approfondimento del dialogo al massimo livello. Come minimo, una sorta di isolamento del nocciolo originario della crisi ucraina sotto forma del classico agreement to disagree (comune accettazione di un temporaneo disaccordo) sullo stato della penisola tornata russa dopo mezzo secolo.

Un espediente, insomma, da utilizzare ad esempio per un’eventuale revoca delle sanzioni, che Mosca tende a snobbare, o più probabilmente finge di snobbare, perché la sua fragile economia ne risente, comunque stigmatizzandole, non solo ufficialmente, come un gratuito ed illegittimo torto che le viene fatto. Al limite, come un ricorso occidentale alla guerra economica facile a sfociare, lo attesta la storia, in guerra tout court.   

Un’altra porzione del contenzioso bilaterale sul quale circolavano previsioni o ipotesi di possibile intesa chiamava in causa l’evolvere della situazione in Siria, dove il comune impegno a fermare e respingere il dilagare dell’ISIS, ovvero dell’estremismo islamista incarnato dal califfato, aveva finora ridimensionato o messo tra parentesi il contrasto tra il vitale appoggio russo al regime di Bashar Assad e quello pur meno imponente e determinante degli USA agli altri nemici interni ed esterni dell’autocrate di Damasco.

La sconfitta più o meno definitiva del nemico comune e più temuto, anche con il contributo di una potenza regionale come l’Iran e di altre forze ad esso collegate, a scapito della sicurezza esterna di Israele, minacciava di complicare parecchio le cose provocando tra l’altro un rinvio del previsto ritiro del contingente militare americano e l’accresciuto rischio (in qualche caso avveratosi) di scontri neanche tanto fortuiti con i russi e i governativi siriani.

Correva voce perciò di una rassegnazione di Washington ad accettare la permanenza di Assad al potere, con qualche condizione da precisare, in cambio di un impegno di Mosca (che conserverà comunque le sue basi aeree e navali in Siria nonché un’influenza predominante nel Paese) a tenere gli iraniani e i loro amici sufficientemente lontani dal confine con Israele. Il quale preferirebbe certo la loro totale esclusione dal territorio siriano, ma dovrebbe verosimilmente accontentarsi a sua volta di una soluzione intermedia e di una garanzia russa probabilmente credibile in aggiunta a quella tradizionale americana.

Tutto ciò poteva apparire plausibile e rimane tale malgrado un sopravvenuto avvertimento russo che Mosca non intende premere su Teheran fino al punto da compromettere l’alleanza con un governo colpito adesso da un rinnovato ostracismo da parte di Washington, non si sa se e quanto rimediabile per via negoziale, come è avvenuto nel caso in parte analogo della Corea del nord, anche e proprio perché si devono fare i conti con l’ostilità iraniana verso lo Stato ebraico, finora assoluta e irremovibile.

Dalle due ore abbondanti di confronto a quattr’occhi tra Trump e Putin, dalla conferenza stampa conclusiva dell’incontro e dalle successive dichiarazioni e puntualizzazioni, precisazioni più o meno attendibili e relative smentite, ecc. non è tuttavia trapelato praticamente nulla in merito alla Crimea e alla Siria, a misure per frenare e limitare la corsa agli armamenti e ad altri naturali temi da discutere in una simile sede. Nulla tranne il generico preannuncio di negoziati da avviare un po’ su tutto, senza indicazioni di tempi, priorità e finalità.

Non si è nemmeno capito se i suddetti temi siano stati trattati con un minimo di approfondimento e se sì, ma con costrutto evidentemente scarso, per eventuale colpa di chi, oppure se l’argomento dominante del colloquio sia stato tutt’altro. Quello cioè sul quale Trump si è quasi esclusivamente intrattenuto con la stampa e gli altri media, a fianco di Putin o da solo: il Russiagate, ulteriormente drammatizzato alla vigilia del vertice dall’incriminazione negli USA di una dozzina di agenti del GRU, il servizio di spionaggio militare russo, per le ben note interferenze nella politica interna americana, a partire almeno dal 2016.

Si tratta, se si vuole, di uno di quegli “incidenti” non necessariamente casuali che già in passato, come ricordato nelle scorse settimane da vari osservatori, avevano causato il fiasco di più di un vertice USA-URSS. Questa volta un fiasco, teatrale e conclamato, non c’è stato, sia perché Trump ha respinto ogni incitamento domestico a disdire l’appuntamento in Finlandia, sia perché, nonostante tutto, entrambi i presidenti si sono dichiarati soddisfatti del suo esito e ottimisti circa i futuri sviluppi.

Finendo, però, col ritrovarsi alquanto isolati su questa singolare posizione. Trump, certo consapevole di doversi misurare soprattutto con l’opposizione interna non solo sui rapporti con la Russia, si era probabilmente recato a Helsinki sperando di ottenere dall’interlocutore qualcosa di utile per scagionare entrambi, se possibile, dalle accuse o sospetti di deliberato intrallazzo e gioco sporco. Non deve avere ottenuto gran che, per un motivo o per un altro, ma si è espresso e comportato come se ci fosse riuscito, arrampicandosi sugli specchi per dimostrare che tendere la mano alla Russia di Putin rimane comunque giusto.

Non rendendosi conto che per vincere la contestazione interna avrebbe forse avuto bisogno, semmai, di qualche tangibile successo diplomatico, specie dopo essere venuto ai ferri corti con gli alleati europei quasi su tutta la linea, The Donald è giunto al punto di sparare a zero sull’apparato giudiziario americano, accusandolo di faziosità (e sia pure correggendo poi il tiro, com’è suo costume), col risultato di vedersi bollato persino come traditore della patria, in quanto responsabile di intelligenza col nemico, nel quadro di una sorta di sollevazione nazionale con rilevante partecipazione, stavolta, dei suoi stessi repubblicani.

Il “nuovo zar”, dal canto suo, non se la sentiva probabilmente di concedere qualcosa, sul normale contenzioso, sia pure in cambio di qualcos’altro, ad un interlocutore che a differenza di se stesso al Cremlino potrebbe essere sloggiato relativamente presto dalla Casa bianca, anche prima cioè della scadenza tra un paio d’anni dell’attuale mandato e senza rielezione, lasciando il posto a qualche personaggio simile a Barack Obama, secondo Putin intrattabile, o, peggio, a Hillary Clinton.

Anche Putin, tuttavia, aveva bisogno di un successo, e non tanto di prestigio come quello che vari osservatori gli attribuiscono sostenendo che grazie all’esito del vertice la Russia avrebbe visto riconosciuto e consacrato il proprio rango di grande potenza a parità con gli USA. Piuttosto un successo in veste di uomo di pace innanzitutto agli occhi dell’opinione pubblica interna e specie in un momento in cui la popolarità del “nuovo zar” tende a calare anche di parecchio a causa di una riforma delle pensioni che non piace affatto ad una popolazione sofferente di invecchiamento.

Gli conviene quindi non lasciar cadere la mano tesa di Trump e stare al suo gioco tanto più dopo le crepe che si stanno aprendo tra gli USA e i loro alleati, benchè non sia detto che una spaccatura anche dell’Unione europea, sotto i colpi sferrati alla cieca dall’attuale Casa bianca in aggiunta alle spinte centrifughe interne, giovi nei tempi lunghi ai reali interessi russi. Non sempre il proverbiale divide et impera funziona come si vorrebbe, e del resto, se è vero che tra Stati Uniti e Russia non è mai esistita una naturale inconciliabilità geopolitica salvo quando è intervenuta una frattura ideologica, lo stesso potrebbe valere per il rapporto tra l’attuale Federazione russa e il grosso di un’Europa ancora unita e persino più unita di adesso, nel quadro di un mondo sempre più multipolare.

Alla luce di tutto ciò, comunque, non sorprende più di tanto che Putin si sia compiaciuto per l’esito del vertice ancor più di Trump, arrivando a salutare addirittura una conseguente “fine della guerra fredda”. Se avrà avuto ragione lo diranno i prossimi mesi, e intanto non resta che vedere se il signore del Cremlino accetterà anche l’invito ad un nuovo incontro negli USA nel vicino autunno rivoltogli ora da un inquilino della Casa bianca che non si ferma davanti a niente.

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