sabato, Maggio 8

La nuova frontiera di Putin image

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Intendendo per Siberia, per comodità, l’intera componente asiatica della Federazione russa, si può dire che la parte proverbialmente più fredda dell’orbe terracqueo contenda in questi giorni all’Ucraina gli onori delle cronache nel mondo ex sovietico. Ed è naturalmente augurabile che sia ancor di più così nell’immediato futuro perché vorrebbe dire che la recentissima ma ancora pallida schiarita in una delle più gravi e minacciose crisi europee del nostro tempo non sarà stata un fuoco di paglia.

Si parla da un paio di settimane della Siberia, innanzitutto, per una connessione di sapore quasi umoristico, almeno per un verso, proprio con l’Ucraina. Qui, come si sa, la Russia reclama a gran voce la federalizzazione dello Stato per poter porre fine al conflitto in corso accontentando (forse) i separatisti del Donbass, ma incontrando finora un diniego da parte del governo di Kiev. Si vedrà tra breve, ora, se c’è stata davvero al riguardo un’intesa almeno di massima tra i due presidenti, Vladimir Putin e Petro Poroscenko.

Intanto, però, la stampa occidentale ha avuto buon gioco a rinfacciare al numero uno del Cremlino una plateale incoerenza. In casa sua, infatti, le autorità russe hanno vietato ad un piccolo gruppo di persone, capeggiato da un personaggio un po’ folcloristico paragonabile alle già celebri Pussy Riot, di scendere in piazza a Novosibirsk, a metà agosto, per reclamare la federalizzazione della Siberia‘, ossia la concessione ad essa dell’autonomia da Mosca.

Accompagnato da minacce alla ‘BBC‘, colpevole di avere dato notizia della faccenda, e da ingiunzioni ad altri media e operatori online di astenersene, il divieto è stato motivato sia con ‘l’inviolabilità dell’ordine costituzionale, dell’integrità territoriale e della sovranità della Federazione russa‘, sia con un richiamo, addirittura, ad una recente legge antiterrorismo che commina pene carcerare fino a 5 anni per chi svolge attività sovversive.

I promotori della marcia incriminata si ripromettono di tornare alla carica quanto prima inonata si ripromettono di tornare alla carica quanto prima inovocandonline,aratisti del Donbass, ivocando naturalmente il diritto di manifestazione e la libertà di espressione sanciti dalla Costituzione russa come da qualsiasi altra. Iniziative analoghe si segnalano frattanto anche in altre parti del Paese, come Ekaterinburg negli Urali, nel Kuban e a Kaliningrad, la patria di Immanuel Kant, dove non c’è più traccia di tedeschi ma gli stessi russi subentrati nel 1945 continuano spesso, pare, a chiamarla Koenigsberg.

Non è affatto escluso che il fenomeno si estenda anche altrove, malgrado i divieti e i moniti e nonostante l’euforia nazionalistica attualmente predominante nel Paese. Tra l’altro, il 14 settembre si svolgeranno elezioni locali in 33 Province, che non promettono scontri epocali tra opposte fazioni ma potrebbero offrire ugualmente, o forse proprio per questo, un’occasione per la ricomparsa di focolai di protesta e rivendicazione pressocchè spenti da un paio d’anni.

L’episodio di Novosibirsk (terza città russa più popolosa) è comunque singolare anche a prescindere dalla concomitanza con la crisi ucraina. Scendere in piazza per reclamare la federalizzazione dovrebbe essere superfluo, a prima vista, in uno Stato che si chiama Federazione russa. E tanto più dovrebbe esserlo nella Siberia propriamente detta, le cui province sono raggruppate in uno degli otto grandi “distretti federali” creati con la riforma amministrativa del 2000.

In realtà superfluo non è, e non solo perché il raggruppamento ha creato altresì una certa confusione lasciando sopravvivere le Province (46 in totale) in quanto ‘soggetti’, ossia membri della Federazione, un status condiviso da 21 Repubbliche etniche, 9 territori, le due città federali di Mosca e Pietroburgo, una regione autonoma e 4 distretti autonomi. Soprattutto, invece, perché quella russa non è una vera federazione. I suoi membri non godono infatti di alcuna reale autonomia, e tanto meno ne godono dopo la suddetta riforma, voluta proprio per rafforzare il potere centrale e difendere l’integrità e la governabilità del Paese minacciate da eccessi localistici  e vere o temute insidie separatiste.

Simili preoccupazioni hanno indotto in seguito a coronare la centralizzazione sostituendo l’elezione popolare dei governatori provinciali con la loro nomina presidenziale, all’insegna della teoria, almeno terminologicamente nuova, del ‘potere verticale’. Più di recente un parziale ripensamento ha consentito di assegnare agli organi periferici la facoltà di optare per l’elezione, rimasta comunque in vigore per quelli assembleari.

Ciò non è tuttavia bastato a democratizzare un sistema del quale gli stessi giuristi russi spesso non esitano a denunciare il carattere fondamentalmente autoritario. Secondo l’accademico Vladimir Kaganskij, ad esempio, «la Russia contemporanea è un impero in fatto di strutture. Il centro focale del Paese è Mosca, e le relazioni tra centro e periferia sono parecchio polarizzate in senso politico, etnico ed economico». E un altro docente, Pavel Kudjukin, giunge ad affermare che «l’attuale sistema riflette la struttura dell’impero russo e dell’Unione Sovietica che gli era subentrata».

Per la verità l’URSS, a differenza dell’impero zarista, si chiamava Unione perché strutturata in forma federalistica, sebbene si trattasse anche allora di un federalismo in gran parte fittizio, privo cioè di sostanza. Va tuttavia ricordato che la sua esistenza quanto meno sulla carta manteneva vive un’idea e una cornice, cosicché quando l’”impero rosso” entrò in crisi, questa non tardò a sfociare quasi automaticamente nella sua frantumazione in nuovi Stati gelosi della propria indipendenza benchè spesso privi di basi e tradizioni nazionali.

Spinte centrifughe potrebbero perciò affiorare o crescere anche nella Russia postcomunista, pur molto meno etnicamente composita dell’URSS. Proprio il caso della Siberia presenta le condizioni per uno sviluppo di tendenze centrifughe non a base etnica (vi abitano in grande maggioranza russi non meno tali dei russi europei) bensì semplicemente territoriale. In territori, cioè, spesso molto estesi o addirittura immensi dei quali però è spesso altrettanto grande la distanza non solo chilometrica dal ‘centro focale’ del Paese.

La parte asiatica della Russia racchiude il grosso delle sue ricchezze naturali, con in testa i colossali giacimenti energetici sia pure di sempre più difficile sfruttamento. Il solo distretto federale dell’Estremo Oriente fornisce oltre tre quarti della produzione di petrolio e gas. Per contro, se non si può parlare di deliberata trascuranza, è certo che la Russia asiatica, già marginale malgrado tutto sotto il regime comunista, ha sofferto più di quella europea del suo crollo e ha più stentato a risollevarsi.

O, meglio, tarda ancora a risollevarsi, come documenta il bilancio demografico. Non tutte le province languono a causa dell’emigrazione verso ovest. Proprio quella di Novosibirsk ha visto la sua popolazione aumentare di 250 mila persone dal 1991 a oggi. Si tratta però di un caso raro. Complessivamente, Siberia ed Estremo Oriente hanno perso da allora oltre due milioni di abitanti, e l’esodo continua anche se forse ad un ritmo annuale (50-70 mila) che ha cessato di aumentare.

Le cause sono essenzialmente economiche. Il benessere sensibilmente cresciuto in tutta la Russia dall’inizio del nuovo secolo qui non è migliorato abbastanza per compensare la prevalente durezza delle condizioni ambientali e il miglioramento è stato comunque molto disuguale. Le difficoltà della vita quotidiana sono accentuate dalle carenze infrastrutturali e dalla corruzione del personale amministrativo anche altolocato e tendenzialmente protetto, qui come del resto altrove, dal potere centrale.

Al depauperamento umano Mosca cerca di rimediare incentivando nuovi insediamenti di provenienza europea con agevolazioni fiscali e d’altro genere, in assenza di quelle motivazioni anche ideologiche che avevano sostenuto il movimento analogo nell’era sovietica. Esiste al riguardo un programma ufficiale che prevede il trasferimento naturalmente volontario di 350 mila persone tra il 2015 e il 2018, da promuovere con uno stanziamento di oltre 50 miliardi di rubli (quasi un miliardo di euro).

Tra gli esperti non manca alquanto scetticismo sull’esito dell’operazione e anche sulla sua copertura finanziaria, tenuto conto delle non rosee prospettive economiche nazionali. Eppure i propositi più recenti dei massimi dirigenti moscoviti vanno ben oltre, sotto la spinta del deterioramento dei rapporti con l’Occidente, dell’attrazione di relazioni più intense con tutta l’area Asia-Pacifico a cominciare dall’amica Cina e, si presume, anche delle agitazioni e rivendicazioni che hanno già turbato l’Estremo Oriente russo negli anni passati.

Il là più autorevole e roboante lo aveva dato Putin nel suo discorso sullo stato della nazione nel dicembre 2003, proclamando che «lo sviluppo della Siberia e dell’Estremo Oriente costituiva la nostra priorità nazionale per l’intero ventunesimo secolo» e poneva all’ordine del giorno compiti ‘di portata senza precedenti’ da assolvere ‘con iniziative straordinarie’.

Ad additare questa sorta di ‘nuova frontiera’ russa avevano già provveduto collaboratori di primo piano del presidente come il vice Premier Dmitrij Rogozin e il Ministro della Difesa Sergej Sciojgu. Il primo aveva preceduto di un mese Putin esaltando i due territori come strumento «chiave per l’ascesa della Russia al rango di superstato», e aveva suggerito anzi di cambiare nome all’Estremo Oriente ritenendo questo troppo insignificante e riduttivo.

Sciojgu, a sua volta, fin dal 2012 aveva caldeggiato lo spostamento della capitale in una città siberiana, un’idea che è stata poi ripresa nello scorso gennaio da Oleg Deripaska, numero uno di Rusal, colosso siberiano dell’alluminio. Il noto oligarca ha proposto di rimpiazzare Mosca, sinonimo di ‘eccessiva centralizzazione e corruzione’, ad esempio con Krasnojarsk, nel presupposto che guardare a est e integrare la Russia nei mercati asiatici sia ‘una questione di sopravvivenza nazionale’.

Sulla faccenda, infine, si è pronunciato pochi giorni fa lo stesso Putin, convenendo sulla possibilità e opportunità di ospitare proprio a Krasnojarsk, situata nel centro geografico del Paese, se non la capitale, almeno un certo numero di organi federali, e raccomandando inoltre anche alle maggiori società statali di trasferire la loro sede ad est. Un pronunciamento, quello presidenziale, che puntando su una soluzione mediana, chissà  se destinata ad avere un seguito e quando, sembra riflettere una tendenza a preconizzare svolte storiche e mete mirabolanti il cui effettivo perseguimento stenta poi anche solo a decollare. 

Nel discorso sullo stato della Nazione Putin aveva affidato al Premier Dmitrij Medvedev l’incarico curare personalmente la predisposizione entro il 1 luglio scorso delle procedure legali e amministrative necessarie per il lancio del programma di sviluppo e trasformazione dell’economia siberiana. Può darsi che ciò sia avvenuto, ma nel frattempo restano da registrare due sole novità concrete che interessano la regione. Particolarmente importante è senza dubbio l’avvio martedì scorso dei lavori per la costruzione del gasdotto, lungo quasi 4 mila chilometri e denominato Energia della Siberia, che da Jakuzk dovrebbe portare in Cina per 30 anni 38 miliardi di metri cubi di combustibile per un importo di 400 miliardi di dollari.

Il significato anche politico di tutto ciò è inequivocabile, mentre non è sicuro che il successo di una simile iniziativa, forse scontato data la convergenza di interessi tra le due parti, possa fare testo. L’altra novità è più modesta. A fine agosto è stato annunciato l’accordo tra un gruppo industriale e la giapponese Mazda per costruire un impianto per la fabbricazione di componenti e ricambi per automobili nei pressi di Vladivostok. Finanziata in partenza con capitale al 90% nipponico, ma con la previsione di un futura partecipazione sud-coreana, l’impresa dovrebbe creare nella regione 3400 nuovi posti di lavoro.

Intorno all’impianto e in funzione di esso, inoltre, sorgerà una piccola zona economica speciale con i relativi vantaggi fiscali e d’altro genere. Si tratta di un primo passo destinato forse a non rimanere isolato, ma va rilevato che da molto tempo si parla a Mosca e dintorni di creare nell’Estremo Oriente, in particolare, zone economiche analoghe molto più ampie, tali da attrarre investimenti stranieri su vasta scala. E finora, però, non se n’è fatto niente.

 

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