sabato, Maggio 15

La nostra storia

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Per ‘cooperazione colposa in omicidio colposo’ nel caso dell’omicidio di Marco Biagi, da ieri sono indagati Enzo Scajola e Gianni De Gennaro. All’epoca – 2002 – Ministro degli Interni e Capo della Polizia, rispettivamente.
Finalmente, dico io.
E intanto rifletto su quanto segue.Passo indietro.
Massimo D’Antona è ucciso a Roma, nel maggio del 1999.
Era un giurista esperto nel campo delle regole sulla privatizzazione del rapporto di lavoro nel pubblico impiego, allora una novità, e nelle proposte di revisione della legge sullo sciopero in senso restrittivo. Rivendicano l’omicidio le ‘Nuove Brigate Rosse’, per punire D’Antona – dicono in sintesi – per il suo contributo accademico e politico allo smantellamento di alcuni diritti acquisiti dai lavoratori nel corso di una lotta decennale contro il capitale.
Ben lungi dal poter annullare retroattivamente la produzione di D’Antona già operante, l’effetto concreto di quell’assassinio è al contrario il suo incalcolabile potenziamento presente e futuro, grazie al fatto – prevedibilissimo, peraltro – che il martirio dell’intellettuale diffonde nell’opinione pubblica tesi altrimenti confinate in ambito tecnico-giuridico, e permette al capitale e alle forze politiche trasversali che lo sostengono, Centrodestra e Centrosinistra, di applicarle col favore popolare. (Quella sui morti, in Italia, è sempre una scommessa vinta.)

Altro passo indietro. Ezio Tarantelli è ucciso a Roma, nel maggio del 1985.
Era un economista esperto nel campo della concertazione sindacale contrapposta al conflitto, allora una novità, e nelle proposte per la predeterminazione degli aumenti salariali in base al tasso programmato di inflazione, cioè sganciati dall’inflazione reale come invece era all’epoca e da anni col meccanismo della cosiddetta ‘scala mobile’. Rivendicano l’omicidio le ‘Brigate Rosse’, per punire Tarantelli – stessa storia – per il suo contributo teorico e sindacale alla perdita di forza contrattuale e potere d’acquisto dei lavoratori.
Di nuovo, ben lungi dal poter annullare i contributi suddetti – dal 1984 era già operante l’accordo tra il governo Craxi e i sindacati Cisl, Uil e la componente socialista della Cgil per il taglio della scala mobile, appunto –, l’effetto concreto di quell’assassinio è che il referendum abrogativo di quell’accordo, voluto dal PCI di Natta e previsto per una data di sole due settimane successiva all’uccisione, vede vincere i No col 54% per la massima soddisfazione del Pentapartito (DC, PSI, PRI, PSDI, PLI) e degli interessi economici che esso tutela. (Questi ‘brigatisti rossi’ sembrano inguaribilmente stupidi, vero?)

Passo avanti, doppio. Marco Biagi è ucciso a Bologna, nel marzo del 2002.
Era un lavorista esperto nel campo dei rapporti giuridici e contrattuali tra dipendenti e datore, soprattutto nei casi di licenziamento e richiesta di reintegro da parte del magistrato – come previsto dall’art.18 dello Statuto dei Lavoratori, già all’epoca nell’occhio del ciclone – la quale richiesta, per Biagi, non solo ostacolerebbe la flessibilità del mercato del lavoro ma sarebbe anche contraddetta dall’ordinamento giuridico generale. Rivendicano l’omicidio le ‘Nuove Brigate Rosse’, per punire Biagi – è un disco rotto – per il suo contributo eccetera.
Per la terza volta, l’effetto concreto dell’assassinio è l’esatto contrario delle intenzioni autisticamente dichiarate dai suoi asseriti esecutori. Infatti, nemmeno un anno dopo quella morte – con una rapidità parlamentare inusitata e, soprattutto, con un’opinione pubblica insperabilmente allineata su tesi oggettivamente anti-popolari –, Berlusconi tiene a battesimo la Legge 30 “Delega al governo in materia di occupazione e mercato del lavoro”, detta ‘Legge Biagi’, il cui cuore consiste nell’argomento secondo cui nel Codice Civile italiano il potere organizzativo e direttivo dell’azienda spetta esclusivamente al datore di lavoro, e non può quindi essere sindacato o sottoposto a giudizio di merito dalla magistratura del lavoro. E ti saluto Statuto dei Lavoratori. E così arriviamo dritti dritti al Jobs Act recentissimo di Renzi, dagli indici di gradimento sempre molto alti.

Torno all’oggi.
Oggi Scajola dice alla stampa “si vergogni chi vuole speculare sui morti”.
Ed è talmente evidente, alla luce della storia che mi sono permesso di riassumere, chi davvero abbia speculato sui morti e con che prevedibile successo nelle proprie strategie di ristrutturazione capitalista e anti-sociale del nostro Paese, che mi risparmio di esplicitarne considerazioni ulteriori: ci siete già arrivati da soli.

L’Italia è stata per decenni una nazione ‘a sovranità limitata’ – si è detto – perché nella logica bipolare della Guerra Fredda le nostre scelte politiche venivano quantomeno orientate dalla nostra stretta appartenenza al campo occidentale, alla NATO, alla sfera di interessi degli Stati Uniti.
Ma questa verità osserva la Storia con una lente un po’ ingenua. Perché i veri protagonisti del ‘gioco grande’ non sono tanto le nazioni – nemmeno le superpotenze come l’America o la Russia – e neanche i loro eserciti per quanto formidabili, bensì le incalcolabili forze transnazionali dei poteri economici e finanziari. E vista con quest’altra lente, la Storia ci dice che la Guerra Fredda fu un fenomeno di superficie ma che in profondo si svolge da sempre una guerra calda – a tratti caldissima – tra capitale e lavoro: la cosiddetta ‘guerra di classe’, che si è fatta addirittura rovente dall’inizio della Grande Crisi (dal 2007, e che non accenna a finire).
E’ in quest’ottica, allora, che tanto più vale il concetto di ‘sovranità limitata’ per la Repubblica Italiana (e per tante altre, in Europa e ovunque). Lo smantellamento delle conquiste socioeconomiche di buona parte del XX Secolo sta per essere completato, e i cittadini – cui la sovranità intera apparterrebbe – non si raccapezzano sul da farsi per impedirlo; perché la nostra storia è stata via via determinata e condotta da straordinari interessi fuori scena (o-sceni) che hanno usato simboli e persone dinanzi all’opinione pubblica per ottenere questo specifico risultato.
I tre intellettuali uccisi non sono stati uccisi da componenti delle forze storiche del lavoro (come il brand ‘Brigate Rosse’ pretende di far credere, purtroppo ottenendolo) più di quanto Aldo Moro e la sua scorta siano stati massacrati senza l’intervento diretto di professionisti militari, o più di quanto le stragi di Capaci e di Via D’Amelio siano state concepite e realizzate senza l’accordo tra Cosa Nostra e apparati deviati dello Stato stesso.
Questa è la nostra Storia.

Per ‘cooperazione colposa in omicidio colposo’ nel caso dell’omicidio di Marco Biagi, da ieri sono indagati Enzo Scajola e Gianni De Gennaro.
Io dico finalmente. Anche se è un passo piccolissimo – un flebile raggio di luce veritiera in una notte talmente vasta e buia dell’inganno.
Ma la democrazia, almeno finché non ci saranno le condizioni per una palingenesi totale della società, può avanzare soltanto così. A piccoli passi, con coraggio.
Come una bambina risoluta tra gli orchi.

 

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