venerdì, Maggio 7

La Norvegia disinveste dal petrolio: è iniziata la fuga dal greggio? Le analisi di Massimo Nicolazzi, Università di Torino, Margherita Paolini, Limes, e Lorenzo Colantoni, IAI, sulle ragioni del disinvestimento norvegese e sulle sue conseguenze

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La diversificazione del sistema di approvvigionamento energetico è una necessità sentita anche da altri produttori di petrolio, primo fra tutti l’Arabia Saudita, il cui Principe ereditario Mohammad Bin Salman ha annunciato l’ambizioso piano Vision 2030 finalizzato a convogliare massicci investimenti in settori diversi da quello petrolifero per ridurre la dipendenza dal greggio e riformare l’ossatura economica del Paese. Tuttavia, come ricorda Margherita Paolini, le differenze strutturali fra i due Paesi e fra le rispettive ambizioni sono profonde: “L’Arabia Saudita è uno Stato che fino ad ora ha basato la sua economia sul petrolio, non disponendo, a differenza della Norvegia, di risorse proprie di gas naturale. La Norvegia, inoltre, è inserita in un sistema economico profondamente integrato a livello europeo. Al contrario, l’Arabia Saudita dispone esclusivamente di ricchezze petrolifere pertanto la riduzione del prezzo del greggio è per Riad una perdita secca e la scelta di annunciare una svolta economica al fine di una diversificazione del sistema energetico diventa per i sauditi una scelta obbligata”, conclude Margherita Paolini.

L’incerto andamento del mercato del greggio non deve tuttavia essere letto come il primo segnale di una bolla speculativa legata alla problematica dei cosiddetti stranded assets, i titoli nelle industrie petrolifere che vedrebbero crollare il proprio valore qualora vi fosse uno stop alle estrazioni imposto dai Governi mondiali al fine di contenere il surriscaldamento globale derivante dall’utilizzo di idrocarburi. Secondo il Professor Massimo Nicolazzi, docente presso la Facoltà di Economia di Torino e presidente della Centrex Italia, società leader nel trading del gas naturale, “il rischio derivante dagli stranded assets esiste per chiunque dovesse decidere di investire nel settore del carbone. Al contrario, nel comparto dell’oil&gas, spesso i sentimenti prevalgono sulla realtà effettiva: una campagna che a tambur battente proclama l’imminenza degli stranded assets può avere degli effetti sui titoli azionari, ma non c’entra nulla con i fondamentali. Nel momento in cui le proiezioni rivelano che nel 2040 la percentuale di consumo dei fossili sarà diminuita ma in volume assoluto noi consumeremo cinquecento milioni di tonnellate di petrolio in più all’anno, si può affermare come il tema degli stranded assets in riferimento al settore petrolifero è tutt’altro che scontato. Questo non vuol dire che agitarne lo spauracchio non abbia un qualche effetto ma nel breve-medio periodo tale problema può sorgere solo in conseguenza di espressi divieti di estrazione e non in relazione a semplici pressioni da parte del mercato. Nel comparto del carbone la problematica degli stranded assets è già in atto perché la Gran Bretagna ha affermato che dall’anno prossimo non genererà più carbone e l’Italia si è posta l’obiettivo di fermare la generazione di carbone dal 2025. Se al contrario non vi fossero stati questi interventi legislativi, il mercato del carbone sarebbe aumentato in quanto fra i vari combustibili fossili il carbone è il meno caro. Sono i divieti legislativi a creare il problema degli stranded assets”.

Nonostante queste considerazioni, non bisogna dimenticare come i mercati finanziari siano sovente dominati dalla volatilità e che decisioni della portata di quella adottata dal fondo sovrano norvegese potrebbero avere un impatto imprevedibile sul loro corso. In proposito, tuttavia, il Professor Nicolazzi ricorda come le ricadute di eventi esterni sui mercati finanziari dipendano dalle caratteristiche dei singoli investitori. “Un conto è un fondo pensione, un conto è un mercato finanziario: se un fondo pensione è in cerca di rendite costanti di lungo periodo, al contrario, il mercato finanziario agisce secondo le opportunità del momento. Non si può pensare al mercato finanziario come qualcosa che reagisce alle tendenze a lungo termine. Il fondo pensione cerca di minimizzare le incertezze derivanti dalla volatilità degli investimenti, laddove l’operatore finanziario è proprio sulla volatilità che costruisce i suoi guadagni”.

La scelta del fondo sovrano norvegese si adatta perfettamente a quelle che sono le proprie caratteristiche istituzionali: “A fronte di un rendimento del settore petrolifero più basso rispetto al passato i gestori del fondo hanno evidentemente ritenuto che vi fossero altre opportunità di investimento con un ritorno migliore e con minore volatilità”, conclude Nicolazzi. Il disinvestimento norvegese potrebbe tuttavia avere delle ricadute negative sul comparto petrolifero alla luce delle relazioni di investimento che lo legano al settore dei fondi pensione: “Se dietro la decisione della Norvegia vi è la percezione della volatilità degli investimenti in oil&gas, allora potrebbero esserci conseguenze problematiche per le industrie petrolifere”- sottolinea Nicolazzi “perché le azioni di tali società sono state fino ad ora una delle mete di investimento preferite da parte dei fondi pensione”.

Le scelte prese in un lontano Paese del Nord Europa, in un’area che non si è certamente abituati a definire strategica per gli equilibri globali, apre una delicata partita nella quale numerosi elementi giocheranno un ruolo importante, su tutti il rapporto fra il mercato del greggio e il mondo dell’alta finanza, un legame difficile da cogliere ma che al contempo non si può correre il rischio di sottovalutare. La domanda e l’offerta continuano infatti ad avere un ruolo di primo piano nel determinare l’andamento del mercato petrolifero, ma non bisogna dimenticare come la correlazione fra domanda e offerta sia condizionata da indubbi fattori speculativi suscettibili di influenzarne le sorti e di produrre ricadute imprevedibili sull’economia mondiale.

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