martedì, novembre 13

La non-cura dello Spazio: metafora di una democrazia nella parabola discendente L’impatto che alcune non-decisioni determinano sull’economia: il mondo esterno ci guarda, ci giudica e ci esclude dai grossi palcoscenici dove si fanno affari

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Se potessimo guardare con un occhio veramente critico quanto accade ultimamente in Italia, senza alcun inquinamento esterno, dovremmo osservare il panorama di questi ultimi giorni come un immenso teatro.

O forse un teatrino.

Iniziamo con un argomento che ci sta a cuore e che può essere emblematico su tutta la narrazione di oggi. Si è appena riunito -per la prima volta- il gran consiglio dell’aerospazio che fa capo alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, secondo la legge varata a gennaio e il sito dell’Agenzia Spaziale Italiana non ne ha fatto menzione. Forse altre autocelebrazioni in lista hanno fatto demansionare la notizia e l’evento è sfuggito agli operatori.

Per quanto la cosa possa essere distante, nella lettura dei giornali di queste ultime ore ci balza agli occhi che un Ministro della Repubblica, sentendosi un eletto dal popolo (e forse non solo!), ha ritenuto che la magistratura non essendo espressione di suffragio non conti nulla e nemmeno possa domandarsi il perché di alcuni suoi operati. Salvo a ridimensionare poi la gravità costituzionale delle sue affermazioni e contraddirsi ancora e tornare sull’ignoranza istituzionale che sarà ricordata quale identità della nostra nazione dagli osservatori esteri. Ovvero da quelli che riporteranno la voce dell’Italia a chi dovrà comprare i suoi prodotti, finanziare i suoi debiti e collaborare alla sua ricerca internazionale. Abbiamo messo a fattor comune questi due episodi per ricordare a noi stessi che il mondo esterno ci guarda, ci giudica e ci esclude dai grossi palcoscenici dove si fanno affari. Quindi è insufficiente uscirsene con un ‘me ne frego’, per imitare gli slogan di facinorosi che hanno portato l’Italia a una guerra di cui non aveva nessuna potenzialità di sostenere e a un’alleanza con un partito di volontà genocida.
Tornando alla politica del momento, questa dialettica antistorica al liberalismo classico, che nacque dal bisogno di reagire all’assolutismo, è ormai esaurita nella sua funzione da quando lo Stato si è trasformato nella coscienza e volontà popolare, ma oggi viene vista con un profondo scetticismo e dovrebbe far ricordare ai rissosi dell’ultim’ora che l’Italia non è una potenza mondiale, non ha armi adeguate per difendersi in caso di attacco, non può sostenere nessuna forma di autarchia e nemmeno potrebbe permettersi di sostenere alcun isolamento. Perchè il Paese da tempo ha rinunziato a investire nel proprio futuro riducendo il suo peso delle scuole, non pratica nessuna politica industriale in grado di costituire uno zoccolo duro della sua economia e manda ai posti di comando, dalla politica alle sue imprese, persone senza cultura e senza idee. Stando almeno alle loro affermazioni.

La visione è sofferta, chi scrive per primo ne accetta il fardello, pur ritenendo che l’aria fanfarona del nascondere quanto accade già è stata deleteria per il nostro Paese e meriterebbe di non subirne una replica ulteriore.

Torniamo allo spazio, visto che da questo si è cominciato. Lo scorso 7 settembre è stato Palazzo Chigi che ha emesso un comunicato in cui ha descritto a grosse linee quanto accaduto il giorno prima nella Sala Verde di Palazzo Chigi -quella dove si svolgono generalmente le grandi negoziazioni sindacali- raccontando che nel corso della riunione di cui abbiamo dato notizia in apertura è stato approvato il regolamento interno del comitato, si è condivisa l’opportunità di costituire una struttura di coordinamento per le politiche relative allo spazio, all’aerospazio e ai correlati servizi applicativi; il comitato fungerà da organo collegiale per le istruttorie e organo di coordinamento dell’attuazione delle decisioni assunte e si è condivisa la necessità di definire al più presto gli indirizzi del Governo in materia spaziale e aerospaziale e le priorità su cui il Paese graviterà per sostenere la ricerca, l’innovazione tecnologica e la competitività del settore produttivo nazionale. La riunione, recita la velina, è stata presieduta dal Sottosegretario Giancarlo Giorgetti, a cui il Presidente Giuseppe Conte ha delegato le funzioni relative al coordinamento delle politiche relative ai programmi spaziali e aerospaziali.

Le attività spaziali contano ben poco per i nostri interessi vista la scarsa attenzione che emerge troppo spesso dalla vita quotidiana, e anche, ci duole dirlo, per la modestia degli enti preposti alla comunicazione dei programmi in essere, ma costituisce pur sempre una vetrina in cui pavoneggiarsi in caso di eventi importanti o nascondersi quando qualche défaillance, tipica di ogni sperimentazione di alto livello, ne mette in dubbio la visibilità. Il fatto che possa avere un peso strategico conta poco e che dia lavoro a un bel po’ di personale altamente qualificato vale ancor meno.

Bene, si può essere d’accordo o meno su alcuni indirizzi industriali, ma il giudizio non è compito che spetta alla rete e a disinformati che associano i programmi al colore politico di chi li dirige. In questo vale la libertà di ignorare e anche di essere ignoranti. Quanto va talvolta valutato è l’impatto che alcune decisioni determinano sull’economia.

Ultimamente stiamo assistendo a una campagna mediatica contro gli stranieri: perché ci invadono, perché ci comprano, perché sono diversi da noi. Anche in questo caso riteniamo che ognuno di noi sia padrone di pensarla come vuole a proposito di se stessi e degli altri. Il termine globalizzazione, però, è stato usato a sproposito e se è vero che il mondo si è rimpicciolito, la mente di ciascun individuo tende a omologare, oppure a negare molte sfumature ma alla fine non è valido accettare la vicinanza degli altri popoli solo quando si acquistano le T-shirt per pochi spiccioli o si mangiano i frutti fuori stagione ma lo stesso principio deve valere anche quando i figli di quegli operai sfruttati nel salario e nella dignità cercano una migliore esistenza su altri territori.
Quello che ci lascia un po’ spaesati è questo improvviso amore che spunta per gli italiani da quelle stesse forze politiche che fino a qualche anno fa l’Italia volevano dividerla e abbandonarla a se stessa. Ma poi, chi sono veramente questi italiani? Onestamente, dal nostro punto di vista, abbiamo difficoltà ad amare i connazionali che hanno azzannato a piene ganasce il Bel Paese, occupando posizioni senza nessuna competenza e portandolo alla rovina in cui versa adesso, adesso che i ponti crollano, che le chiese collassano, che i treni si fermano per ore lungo le tratte e le aree terremotate non si riprendono e le fabbriche non sono competitive, il tutto sotto un’alea autoreferenziata di una classe dirigente che non c’è e dove, scriveva già Massimo Giannini nel lontano 2008, vi è lo «sgretolamento coatto dei contenuti della politica e lo smantellamento sistematico della verità dei fatti». Asserzione senza soluzioni di continuità, a quel che sembra.

Torna spesso che gli stranieri tolgono il lavoro a noi italiani, sul suolo italiano. E ne siamo pienamente consapevoli. Ma proviamo a comprendere quali stranieri. Con difficoltà riteniamo che l’esproprio lavorativo colpisca la fascia bassa delle attività; lo afferma un recente studio dell’Inps su 227.000 lavoratori di 107.000 imprese, secondo cui l’occupazione straniera non ha legami con i salari bassi. Quelli che sono diventati un armamento mediatico per il Governo accettano professioni umili, sono flessibili e non rubano il posto a nessuno. E cioè i lavori di basso livello sono sempre scartati da chi cerca occupazione, ma va anche detto che molti emigranti considerano l’impiego proposto come un posto di transito e senza nessuna volontà permanenza perché l’Italia non offre futuro alle nuove generazioni. Né a quelle degli emigranti e nemmeno ai nostri figli, dopo tutto! Quindi, su questo fronte bisognerebbe tranquillizzare gli ‘italiani che difendono gli italiani’.

Più preoccupante è quando per volontà suprema si abortiscono talune attività importanti –o vengono portate fuori area per determinazione di padroni stranieri a cui si è svenduta l’impresa-; e qui si potrebbe aprire un capitolo assai doloroso che riguarda, a ranghi diversi, tutto il mondo delle imprese nazionali e dell’incapacità mostrata da lungo tempo nella loro gestione. Così anche tutto il lavoro di subfornitura o di indotto viene perduto o delocalizzato. In questo caso il danno è enorme, spesso sommerso e potrebbe essere arginato con una migliore visibilità di talune attività e con lo studio di dossier che puntualmente vengono snobbati da impegni da copertina più patinata. Sono questi gli stranieri che rubano il lavoro agli italiani. E va sottolineato assai energicamente.
Abbiamo rappresentato, a nostro modo di vedere, i personaggi che rappresentano i veri nemici dell’Italia, indipendentemente dal passaporto che li identifica, dal colore della cravatta che indossano o dal credo religioso di cui si appropriano per compiere i propri comodi. Esprimiamo ancora una volta una preoccupazione, consapevoli di vivere, secondo il sociologo inglese Colin Crouch, una «condizione di noia che fa seguito a quella della democrazia». Citando ancora Giannini, siamo «in una democrazia nella parabola discendente». Ma lo vogliamo veramente?

Parlando di democrazia, Wiston Churchill la definiva la peggior forma di governo, ma la migliore finora esistente. Noi non sappiamo dare un grado di giudizio, ma sicuramente in una fase di dittatura proprio non vogliamo tornarci. E certe alleanze che i semi-leader di Governo stringono nell’ex mondo del blocco (diciamo l’Ungheria di Viktor Orbán) con populisti di pari tessuto, ci lasciano molto perplessi. Nel secolo scorso con questi assi asimmetrici si inaugurò una stagione di coalizioni che abbiamo visto dove ci ha portato. Sarebbe da evitare.

Noi riteniamo che qualche via d’uscita esista, senza poi allontanarsi tanto dal senso comune, recuperando modelli solidi da parte di una classe di intellettuali che rivalutino il concetto di essenza alla base dei rapporti umani. Serve una partecipazione attiva al dibattito politico, che è la caratteristica fondamentale di una società democratica e non l’assistere passivamente allo scontro di esperti nelle tecniche di persuasione, che spesso rappresentano scambi tra i governi eletti e le lobbies che rappresentano in forme sempre più marcate gli interessi economici. Serve l’impegno di tutti.

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