lunedì, Maggio 17

La Nobiltà? solo un nome che ti porti appresso field_506ffb1d3dbe2

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Castello-palazzo Imperiali - Francavilla Fontana

Riccardo Imperiali di Francavilla, avvocato civilista, esperto in privacy e organizzazione aziendale, collaboratore de ‘Il Sole 24 Ore’, per il quale è autore della rubrica ‘L’Esperto risponde’ sui temi legati alla protezione e sicurezza delle informazioni e alla responsabilità penale d’impresa, sta presentando in questi giorni la sua ultima fatica, il suo primo libro di narrativa, ‘Dici tu…Titolo provvisorio’ (Tullio Pironti Editore). “La cosa che ho sempre amato fare è  scrivere” ci dice Imperiali di Francavilla. “Io nasco giornalista, i miei primi passi a diciotto anni li ho mossi nell’allora ‘Il Roma’, glorioso, all’epoca, perché c’era il Direttore Giovannini. In quel periodo avevo lasciato gli studi che più tardi ripresi. Ho sempre scritto e molto amato scrivere, e negli ultimi due anni si è scatenata questa necessità narrativa. Presto ci sarà un altro libro, sempre di narrativa. Questa volta è una storia, non una serie di racconti come questo primo, una sorta di romanzo. Nascono nei momenti più impensati e crescono nella testa e metterli giù e scriverli diventa davvero una passeggiata, sono idee già lavorate. Io viaggio moltissimo in treno, adoro il treno, in treno penso e scrivo anche, direi che il 60% – 70% del primo libro è delle Ferrovie dello Stato. Del prossimo libro siamo abbastanza a buon punto, il protagonista è uno psicoanalista” 

Riccardo Imperiali di Francavilla appartiene alla migliore nobiltà italiana, e proprio per parlare della nobiltà, fare un ragionamento di come si colloca all’inizio del terzo millennio, siamo venuti incontrarlo.

 

Dopo il Principe  professor Luciano Imperiali di Francavilla ed il Marchese  l’ingegnere Francesco Imperiali di Francavilla, lei è al terzo posto Marchese avvocato Riccardo Imperiali di Francavilla.  Francavilla è riferita alla cittadina di  Francavilla Fontana in provincia di Brindisi?
La nostra è una famiglia che nasce a Genova, abbiamo una storia documentata fin dall’anno mille, e sicuramente c’è una famiglia più antica si chiamava Mangiavacca poi Tartaro, che erano dei facoltosi armatori genovesi che successivamente si trasferirono a Napoli -siamo intorno al seicento. Acquistarono il feudo di Francavilla Fontana in provincia di Brindisi, dove c’è un bellissimo castello ed un Palazzo Imperiali. In realtà tutti i paesi limitrofi hanno un castello Imperiali come Manduria, Oria, Latiano, perché in realtà a livello aristocratico noi abbiamo tutta una serie di titoli come Principi di Francavilla poi Marchesi di Latiano, Duchi di Oria eccetera dove c’erano questi possedimenti. Purtroppo a noi non è arrivato nulla di tutto quello. Neppure Napoli ha più nulla, se pensa che  il Michele Imperiali, colui che si trasferì a Napoli, aveva affittato Palazzo Cellammare che fino a poche decine di anni fa veniva chiamato Palazzo Imperiali, nel quale dava feste strepitose delle quali c’è memoria in vari resoconti fino alla fine dell’ottocento e primi del novecento. La cosa bella ed interessante è che a Francavilla, dove saltuariamente mi reco essendo una cittadina molto attiva, dove ci sono molte manifestazioni culturali, c’è un vivissimo ricordo degli Imperiali che evidentemente hanno fatto un gran bene. Il primo fu Michele ed il secondo il fratello, il cardinale Renato che per pochissimo non fu Papa, solo per un veto della Spagna. Questo Cardinale nato Imperiali creò l’Accademia Imperiali, all’epoca le Accademie erano luoghi importanti, per esempio a Napoli c’era quella pontaniana l’Accademia Imperiali non era da meno. Questa è stata ripresa anni fa da alcuni appassionati del posto proprio perché c’è ancora un legame molto sentito con la famiglia Imperiali. Pensi che quella terra viene chiamata Terra degli Imperiali, quindi quando ci rechiamo in quei luoghi, per noi che ci chiamiamo Imperiali c’è una forte emozione nel trovare cartelli di toponomastica, cartelli stradali che dicono: Benvenuti nella Terra degli Imperiali. Lì tutto si chiama Imperiali dalla farmacia al bar. Tra le altre cose buone che fecero ci fu la creazione della Fiera dell’Ascenzione che era ante litteram di quella che poi è stata la Fiera del Levante, perché dobbiamo risalire a trecento e più anni fa. Immagini cosa poteva essere il commercio in quell’ambito. Crearono anche la toponomastica della città.

Quanto le pesa questo nome e il casato? In che modo ha influenzato la sua vita, se ciò è accaduto.
No, non è accaduto, io ho sempre vissuto della mia professione, come dicevo per battuta a noi non è arrivato nulla delle proprietà e questo risale a molte generazioni fa, anche mio padre era un avvocato e non abbiamo beneficiato di questi effetti ultronei che spesso accompagnano le famiglie. E’ bello avere un nome del genere, è bello soprattutto averne storia. Io ricordo un episodio che mi ha molto divertito. Io sono stato un pioniere di quella materia che si chiama privacy in Italia e quando nel 1996-97 ero forse l’unico in Italia che si occupava di questa materia, venni invitato in un corso, un master che si teneva  a Genova dal professor Rodotà che è stato poi il grande vecchio di questa materia ed anche il primo garante. Queste sono cose che si organizzano molti mesi prima, così io diedi la mia disponibilità con gioia, quando arrivammo sotto all’evento io chiamai all’Università per conoscere l’indirizzo mi risposero che le mie lezioni si sarebbero tenute alla sede distaccata dell’Università di Genova che è a Palazzo Imperiali. Questa cosa mi fece un’emozione enorme, perché tornare in quel palazzo dopo centinaia di anni, come docente in quel caso, mi inorgogliva, perché non entravo da visitatore pertanto mi ha fatto molto piacere. Altrettanto ricordo con tenerezza, quando mi chiamarono a Francavilla perché sull’eco di Internet, sembra un’era geologica fa però in quegli anni 1997-98 Internet non era così diffusa come ora, il segretario di questa Accademia degli Imperiali scoprì che avevo pubblicato un libro con il Sole24ore  sulla privacy e lo voleva presentare a Francavilla. Quando mi chiamò rimasi sorpreso perché non sapevo nulla di questa accademia, da allora mi sono abbastanza avvicinato, infatti amo molto la Puglia perché sento queste specie di radici, anche se le radici vere sono a Genova. 

Lei ricopre un ruolo importante all’interno del Tesoro di San Gennaro, vorrebbe spiegare in cosa consiste e da cosa deriva tale carica?
Io sono Deputato di questa Istituzione che è la Deputazione della Real Cappella del Tesoro di San Gennaro. Il 5 febbraio 1601, fu nominata la Deputazione della Real Cappella del Tesoro. Nel 1527 la città di Napoli decise di fare un voto a San Gennaro per far cessare la guerra che era in corso e la peste. Napoli non si è mai fatta mancare nulla perché era un periodo tragico, la città promise a San Gennaro di regalargli una nuova e più bella Cappella e raccolse dei quattrini. Qui c’è un episodio fantastico peraltro documentato che solo a Napoli poteva succedere, che questo gruppo di napoletani fanno un contratto con San Gennaro davanti ad un notaio. La cosa fantastica è che mancava la controparte. Il controvalore della prestazione era: noi ti diamo la nuova Cappella e tu (San Gennaro) fai cessare questa epidemia, questa guerra e questa eruzione del Vesuvio. Questo contratto esiste, la copia è nel nostro Museo a San Gennaro, tutto scritto in latino.  I napoletani affidarono i quattrini per la costruzione di questa Cappella alla città di Napoli, non alla Curia. La città di Napoli all’epoca era governata dai Sedili, da altre parti si chiamavano Seggi, e questi Sedili erano governati e amministrati dai rappresentanti delle antiche famiglie nobili di Seggio. All’epoca poiché la nobiltà non è come oggi solo un vezzo, dato che non è riconosciuta dal nostro ordinamento, la nobiltà invece era una forma normativa e capo di seggio, che cambiava a rotazione dopo un certo numero di anni venivano riconfermati o cambiavano le famiglie di seggio. I sedili erano cinque: Nilo, Capuano, Portanova, Porto, Montagna, poi venne aggiunto il sedile del Popolo che divenne il sesto sedile. Si decise che per ogni sedile ci fossero due rappresentanti, e nella deputazione la rappresentanza era di dodici deputati, due per seggio, di cui facevano parte anche i due del popolo che non erano di famiglie nobili, come quelle del seggio, ma erano famiglie che si erano distinte come notabili o si erano distinte per le arti eccetera. E questa è una cosa che dura da allora, Queste famiglie stanno finendo, lei le ritrova nella pianta del Carafa esposta al Museo di San Martino a Napoli e lì in alto a destra c’è la ramificazione con i sei sedili dove ci sono le famiglie, tranne quelle del popolo che non può averne, tra le famigli ci siamo anche noi. Così nasce ed è una bella responsabilità perché bisogna con estrema disciplina e spirito laico proteggere queste reliquie e far in modo che la Cappella quale spettacolare esempio più bello al mondo di Barocco napoletano sia preservata, e la Deputazione è sempre riuscita a preservare questo tesoro anzi arricchirlo, non abbiamo un quattrino però, purtroppo. A preservarla anche da tutte le guerre, per dire una battuta “neanche Napoleone è riuscito a portar via nulla” lui che si è portato via tutto dall’Italia.  (Campagna di Italia del 1796) . Inoltre sono membro del Consiglio di Vigilanza del Museo Filangieri come Rappresentante degli eredi, anche se non so a quando risale la nostra parentela con il Filangieri. Gli altri partecipanti al consiglio sono: il Sindaco di Napoli, il sovrintendente ed il direttore generale. Questo Museo Civico dovrebbe ricevere un contributo annuo dal Comune di Napoli, che è invece da parecchio tempo arretrato.  Il mio sogno è che via Duomo diventi il salotto culturale e artistico della città e che il Museo Filangieri dia il Benvenuto ai visitatori essendo il Palazzo Como il primo palazzo di via Duomo, peraltro bellissimo con il suo superbo bugnato. A seguire com’è noto ci sono la Cappella del Tesoro di San Gennaro, i Gerolomini, il Duomo, il Pio Monte della misericordia, il Museo Diocesano, il MADRE (Museo d’Arte contemporanea DonnaREgina ), insomma un trionfo di opere d’arte e di storia della città.

La Cappella del Tesoro di San Gennaro è molto attiva, con diverse attività non ultima l’esposizione a Roma e di Parigi.
Si quella di Roma è stata una esposizione molto bella, dove il presidente della fondazione Roma  è il professor Emmanuele Manuele che è una persona molto attiva ed è un illuminato. Da lì in poi c’è stato un favorevole tam-tam e dopo la mostra è andata a Parigi ed ora andrà oltre. Noi speriamo di riuscire a portare il Tesoro a Napoli, nel senso di portarlo alla luce, perché da sempre questo tesoro è custodito nel caveau del Banco di Napoli, perché per esporlo bisogna avere delle misure particolari di sicurezza. C’è una speranza, io sto lavorando molto in questa direzione, che si faccia una intesa con un banchiere che potrebbe consentirne l’esposizione .

Nonostante la scelta di Governo repubblicano del 2 giugno del 1946, la famiglie nobiliari non sono scomparse nella nebbia. Ha ancora senso parlare di nobiltà nel terzo millennio?
Io infatti non parlo di nobiltà, io ho questo cognome ed ho la tradizione di questa famiglia. Secondo me ha poco senso parlare di nobiltà oggi, ha senso secondo me avere memoria di quello che è stato, prendere tutto il buono che la storia che alcune famiglie hanno fatto e cercare, attraverso quello, di dare un contributo in questo periodo ad una società che sbanda parecchio. Senza nessuna presunzione. C’è un capitolo del mio libro ‘Dici tu…’ nel quale accenno alle regole severissime che in famiglia avevamo su come si sta a tavola e sulle modalità di comportamento. Ricordo un episodio di mio padre, affettuosamente ma in modo fermo mi redarguì, ero un ragazzino, dicendomi che in Chiesa non si baciavano le mani alle signore perché c’era qualcun altro di più importante di una signora, io ci rimasi un po’ male, poi questa cosa me la sono ricordata perché papà non me lo disse in modo antipatico ma in modo fermo. Era uno di quegli insegnamenti dei quali penso sempre ogni volta che vado a Messa, ed una cosa che mi fa star male è quando vedo che il 50% delle signore accavalla le gambe. Io la trovo una cosa terribile, perché secondo me è una mancanza di rispetto, una scorrettezza perché non è uno spettacolo e soprattutto si chiede di stare poco tempo e non ore ed ore. Io a volte vado alle conferenze, alcune delle quali sono stesso io a parlare, e mi rendo conto che la gente si annoia, che durano ore. La Messa dura di meno ed io trovo inconcepibile che si accavallino le gambe. Se qualcuna di queste famiglie riescono, senza assolutamente spocchia o presunzione, a trasferire quelle che molte di loro hanno avuto come proprio retaggio culturale e storico, credo che questo ci sia tanto di buono. Un altro esempio che mi viene, io credo di essere una persona di buon gusto che ha un intuito per l’arte, amo molto l’arte contemporanea e non disdegno la classica, che poi si arriva alla contemporanea se si ha un buon percorso di classica, e sebbene non abbia fatto studi approfonditi ma nemmeno superficiali, mi veniva quasi per induzione diretta dall’aria che ho respirato. A casa mia per fortuna ci sono sempre state cose belle, bei quadri, belle porcellane. E’ un vissuto che uno si porta appresso, l’aria che ha respirato, le frequentazioni che ha fatto, questo secondo me è un vissuto buono che andrebbe trasferito, non tanto una nobiltà sterile.

Perché Napoli si pone come una delle città con una più alta percentuale di famiglie storiche insieme a Roma e Torino. Con queste famiglie nobiliari che sono ancora presenti a Napoli lei avrà sicuramente il modo e l’opportunità di incontrarsi. Secondo lei quanto è presente oggi la nobiltà nella cultura contemporanea partenopea?
Sono pochi i nomi che mi vengono in mente che vivono del loro essere nobili, il che significa avere forti proprietà spesso terriere, anche quelli che le avevano hanno finito per disboscare questo patrimonio e sfociare nell’immobiliare ed altri tipi di interessi, sono persone che si occupano di finanza e di amministrazione dei propri beni in modo abbastanza dinamico. Io non lo vedo o per lo meno io non vedo, non mi riguarda e quindi non sono un buon testimone di un eventuale consesso di questo genere.

La sua educazione familiare ha avuto le tate svizzere?
Noi abbiamo avuto tate ma nel mio caso erano tutte napoletanissime, anche perché noi non eravamo una famiglia particolarmente facoltosa. Poi c’erano quelli che avevano la famosa tata tedesca, la famose Fraulein piuttosto che quella francese eccetera, dipende anche dalle posizione delle famiglie. Molte di questa famiglie come la mia, tenga conto che papà aveva nove fratelli e papà era l’ultimo, il cugino aveva undici fratelli, quindi questi patrimoni loro credo che avessero mezza Calabria se non tutta, però poi quando cominci a dividere per trenta o per quaranta si disperde il patrimonio.

 

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