venerdì, Dicembre 3

La nave chiamata cavallo: oltre il mito di Troia Un libro e un documentario presentati ad Archeofilm a Firenze rilanciano l’ipotesi che Omero si riferisse a ‘Hippos’, una particolare imbarcazione fenicia. Conversazione con l’archeologo navale Francesco Tiboni, sui sorprendenti risultati delle sue ricerche: “Omero conosceva il mondo marinaresco, il cavallo era lontano dalla sua mente, quella nave adibita al trasporto di ori metalli e doni destinati a Re e dei, ben si prestava all’inganno su cui si è costruito il mito“

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Quella del cavallo di Troia è senz’altro una delle storie più straordinarie che siano mai state raccontate. Una leggenda, un  mito, un patrimonio della cultura occidentale, di cui Omero è il cantore. E la vicenda dell’assedio di  Ilio (Troia), da parte dei greci di età micenea, e dello stratagemma del  cavallo  donato, è da secoli proverbiale simbolo dell’astuzia e dell’ inganno degli uomini.  Questo mito ha retto a lungo, sia nel mondo accademico che tra l’opinione pubblica. Ma ora sembra  giunto il   momento di un ripensamento in termini più realistici del mito, di quale verità nasconda e  di come può essere reinterpretato. Il primo a metterlo in discussione è  stato un antropologo navale italiano, Francesco Tiboni, che da sette anni conduce accurate ricerche sulle antiche civiltà del Mediteranneo,  raccogliendo e studiando relitti e reperti di cui il nostro mare è pieno, ponendoli in relazione con le abitudini di vita, in mare e in terra, le credenze,  i modi di pensare, i costumi, le culture dei numerosi popoli che da millenni  ne solcano le splendide acque.

A queste sue ricerche  è stato dedicato il documentario ‘The mistery of the Trojan Horseche viene dalla Germania, regia di Roland Maye Christian Twente, anno di produzione 2021, dunque fresco fresco, che ha costituito uno dei momenti più attrattivi  del Festival Internazionale del cinema di archeologia e ambiente, tenutosi a Firenze (8-12 settembre) al cinema La Compagnia,  promosso dalla rivista Archeologia Viva,  diretta da Piero Pruneti e seguito da un considerevole pubblico. Giunto alla terza edizione, il Festival, attraverso le proiezioni che  si sono svolte al mattino, pomeriggio e sera,  ha visto la partecipazione di ben 60 film in concorso, italiani e stranieri, e che si sono concluse con l’assegnazione del Premio Firenze Archeofilm, assegnato dalla giuria popolare ‘Gli ultimi segreti di Nazca’ nel sud del Peru, ai piedi delle Ande, dove i nativi costruirono città e disegnarono una vasta rete di linee geometriche e geoglifi, visibili solo dal cielo. Che volevano significare?  Altri lavori di grande interesse.  la verità storica sull’Arca dell’Alleanza, contenentele tavole della legge di Dio per le tribù ebraiche, ora a Gerusalemme, le prime spedizioni italiane nell’Egitto dei faraoni e la recente scoperta di 70 milioni di mummie animali. E ancora le ultimissime dal circolo megalitico di Stonehenge, il patrimonio violato (dalla guerra) in Mesopotamia, draghi e mostri nell’immaginario del Medioevo, Pompei dopo il disastro nel 79 d.C., i cambiamenti climatici, minaccia anche per ciò che resta del passato. Una sintesi della grande produzione documentaristica dedicata all’archeologia e all’ambiente e che fanno di questa rassegna il più importante Festival di archeologia d’Europa.

Se il compito dell’archeologia è rivolto a portare alla luce nuovi siti e a disvelare antichi misteri e consolidate credenze, quello della documentaristica  è di mostrare la ricerca archeologica  nel suo pieno svolgimento, illustrandola passo passo mentre va avanti tra varie difficoltà e ipotesi di lavoro. Sul campo non ci saranno tanti Indiana Jones ( come nel suggestivo film di Steven Spielger che dall’81 ad oggi ha attratto varie generazioni  verso questa disciplina), ma  studiosi  e ricercatori che  vivono con passione le loro avventure per accrescere le nostre conoscenze  su storia e preistoria e le antiche civiltà, spesso dando un senso più realistico e veritiero alle  vicende storiche comeci sono state tramandate. E’ il caso,  appunto, del mito del Cavallo di Troia, che le ricerche condotte da  Francesco Tiboni, ricostruite nel documentario che dal Firenze inizierà il proprio percorso nel mondo, consentono di  mettere decisamente in discussione. E’ uscito proprio quest’anno ad Oxford anche il suo ultimo  lavoro dal titolo ‘The Hippos of Troy.Why Homer neverTalked about a Horse’, un libro che sta riscuotendo grande interesse anche nel mondo accademico. Di questo libro e del film ne parliamo con lo stesso studioso. Nato nel bresciano 45 anni fa, archeologo navale, collaboratore con l’Università di Marsiglia e varie altre (Genova Milano, Catania, Roma), nonché per la Nato i governi italiani e Usa, Francesco Tiboni dichiara subito la sua passione per le immersioni piuttosto che  per l’insegnamento: “Mare, laghi, fiumi, l’ acqua è il mio elemento. Purtroppo, l’inquinamento e gli effetti climatici rendono sempre più difficile la vita sott’acqua: plastica ovunque, pesci tropicali, anfore impigliate nelle reti a strascico, surriscaldamento  delle acque, fino a  31°, il Mediterraneo sembra diventato il Mar Rosso….eppure è qui che sono stati rinvenuti relitti di navi e imbarcazioni varie, oggetti monete e metalli che ci hanno consentito di approfondire lo studio delle nostre civiltà spesso in conflitto tra loro….E’ proprio dal relitto di una nave lunga 18 metri circa, con la stiva chiusa,  adibita al carico di metalli preziosi, che ho avuto la conferma che questa o un’analoga imbarcazione potesse essere quello che erroneamente è stato ritenuto  il  cavallo di Troia attribuito ad Omero.”  

E perché proprio una nave e non un cavallo?

“Per vari motivi, primo, Omero il cavallo non l’ha mai descritto. Alla sua epoca  il cavallo nella cultura greca era solo da soma,  da  trasporto, da lavori domestici, non  rivestiva quella  importanza che ha rivestito nei secoli successivi.Per Omero, parlare di un ‘Hippos‘ equivaleva a indicare la nave fenicia di questa tipologia, non un cavallo, che era fuori dalla sua mentalità. Lui conosceva bene le varie imbarcazioni per averle descritte e questa era quella che più  si prestava alla sua narrazione….”

Quali le caratteristiche e la funzione di questa nave detta ‘Hippos’?

“Quelle di una imbarcazione in legno con la prua a testa di cavallo (‘Hippos’) adatta al trasporto di metalli preziosi e tributi vari da versare o portare in dono o in segno di resa a principi e popoli  o anche come voto divino.   Omero conosceva perfettamente l’argomento marinaresco tanto da lasciarci una grande quantità di informazioni sulla tecnologia costruttiva delle navi antiche. Per  il poeta parlare di Hippos  era naturale il riferimento alla nave,  la quale ben più agevolmente di un cavallo avrebbe potuto contenere il carico di guerrieri ( anziché doni) da far saltare a terra da portelli ben visibili, quindi tali da non destare sospetti al momento che l’imbarcazione  già fosse stata trascinata sulla spiaggia….No, Omero non avrebbe mai potuto pensare ad un cavallo di legno. Per lui Hippos era un tipo di nave fenicia adibita alla consegna di doni o metalli dedtinati ai re o agli dei. Certo, l’ impiego di una imbarcazione per uno dei più grandi inganni della storia, divenuto  leggenda, non cambia il significato dell’operazione. Né intacca il mito. Anzi, dà ad esso un significato  menofantasioso e più realistico”.

E come si spiega un errore del genere, sbagliare una nave per un cavallo? E quando ciò sarebbe avvenuto?

“Se per Omero e i suoi contemporanei Hippossignificava nave fenicia con una sua particolare tipologia, per coloro che nei secoli successivi si avvicinarono alle sue opere non fu automatica l’identificazione. Per i suoi epigoni, digiuni di cose di mare, divenne un cavallo vero . L’equivoco potrebbe esser nato intorno al VII secolo a. C. ed è stato poi trasmesso inconsapevolmente da Virgilio. Nel frattempo,   i greci  che avevano acquisito consapevolezza di popolo, avevano preso a dominare i mari, cancellando o ignorando le imbarcazioni di altri popoli e quindi anche dei Fenici. Anzi, nei loro riguardi si può parlare di una vera e propria damnatio memoriae. L’hippos è sparito per scelta dei greci”.

E così l’errore o l’equivoco è durato molti secoli….

“Sì, vi è stata una incolpevole sottovalutazione del problema, che si è protratta per secoli e che oggi, attraverso le ricerche condotte dall’archeologia navale  che ha portato al riconoscimento di vari modelli di imbarcazioni antiche, la stessa archeologia navale, con l’aiuto di altre discipline, può finalmente sanare”.

Come sta rispondendo il mondo accademico a questa scoperta abbastanza sconvolgente?

Beh, all’inizio, mi son sentito dire:” mettere in discussione un mito come quello, ma chi ti credi essere?”  Poi, mano a mano che i miei lavori sono stati divulgati, ho trovato ascolto, desiderio di discussione, confronto, attenzione, fino al placet di tre illustri studiosi e poi le richieste da varie Università americane, tra cui Harvard. Intanto il libro, uscito ad Oxord, in inglese, prosegue il proprio  percorso prima che possa essere tradotto in italiano. Il documentario  mostraanche alcuni momenti di confronto fra studiosi di diversa nazionalità”.

Continuando la nostra conversazione, di cui  questa che riportiamo è una sintesi, non possiamo non chiederci se sia  possibile tracciare qualche parallelismo con  Dante, di cui si celebra quest’anno con tantissimi eventi, il 700 anniversario della morte.  Se Omero non ha mai descritto il cavallo forse dando per scontato che con Hippos sarebbe apparso chiaro il riferimento a quella particolare imbarcazione  fenicia, neanche Dante ha mai letto l’Odissea ( non conosceva il greco) eppure ne ha dato una suggestiva interpretazione….“  Considerata la vostra semenza, fatti non foste a viver come bruti, ma per   seguir virtute e canoscenza” (Inferno, 26 canto).

Dr.Francesco vi sono altre analogie, tra i due grandi poeti, Omero  e Dante?

“Certamente. Senza Omero non ci sarebbe stata la Grecia. Intesa come popolo consapevole della propria identità culturale e sociale: l’Odissea e l’Iliade  sono due poemi fondamentali  in questo senso. Lui segnò e accompagnò la nascita di un popolo. cantando le gesta di coloro che cinque secoli prima si erano battuti per conquistare Troia (città fortificata dell’Asia Minore, situata nella zona di Hisarlik, oggi Turchia,  che secondo l’archeologo Heinrich Schliemann, sarebbe avvenuta intorno al 1200 a C, ndr). La presa di Troia con l’inganno venuto dal mare, chiuse una   guerra durata 10 anni tra gli Achei e la potente città dell’Asia minore, con gravissime perdite da entrambi gli schieramenti,  dando ai greci  un orgoglio guerresco e la consapevolezza di essere una forza militare. Da tempo la veridicità  degli eventi  narrati da Omero è oggetto di controversie storiche. Ma riterrei che ogni storia, ogni mito, nasconda un qualcosa di veritiero. I greci credevano davvero che le vicende  mitologiche che fin da piccoli ascoltavano  fossero realmente accadute. Per loro  non era letteratura, ma vita se non proprio reale, verosimile. Quella che Omero appunto raccontava. Dante,   è riconosciuto non solo come il padre della lingua italiana, ma colui che ha coltivato l’idea di un paese da riunificare, non più diviso e sottomesso. Da ricomporre secondo una precisa scala di valori etici religiosi e politici. I personaggi che popolano la sua Commedia sono veri. Immaginaria è la costruzione dell’edificio  che pure nella psicologia collettiva  e religiosa è stato abbondantemente interiorizzato.  Analogie e parallelismi a parte, tornando al celebre e immaginario mito del cavallo,  apparedifficile  che possa essere abbattuto o sostituito, dopo che nei secoli si è così radicato”.

Come archeologo navale, Filippo, cosa suggerisce per conciliare le due versioni, quella mitologica e quella storicamente verificabile?

Questo titolo: “La nave chiamata cavallo”.

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