sabato, Maggio 15

La Nato mette piede in Georgia

0
1 2


Grazie al calendario, l’ombra della storia plana spesso sulla stretta attualità, come sta avvenendo adesso nella Transcaucasia post-sovietica. In Georgia il ricordo del suo figlio più famoso, o se si preferisce malfamato, Josif Vissarionovic Djugashvili, meglio noto come Stalin, è tuttora vivo benchè poco suggestivo politicamente, visto che il piccolo paese sembra avere imboccato abbastanza concordemente una strada opposta a quella percorsa dalla Russia bolscevica sotto la guida del successore di Lenin. Molti rimpiangono semmai un altro conterraneo, Eduard Scevardnadze, braccio destro di Michail Gorbaciov nel porre fine alla guerra fredda con l’Occidente e nel meno fortunato tentativo di salvare l’URSS democratizzandola. Recentemente scomparso, si era riciclato come presidente, per otto anni, della Georgia indipendente, ma anche in questo caso senza conseguire risultati apprezzabili nonostante la sua popolarità.

L’attualità richiama però una storia ancor più lontana. Tra pochi giorni cadrà l’anniversario dell’annessione della Georgia all’impero zarista, annunciata da Alessandro I, il vincitore di Napoleone, il 12 settembre 1801. Naturalmente il Paese festeggia degnamente, ogni anno, la ricorrenza del riacquisto della piena indipendenza avvenuto il 9 aprile 1991. Ma quest’anno, quasi in coincidenza con l’altro anniversario, ha fatto qualcosa di più concreto dei festeggiamenti oltre che di più significativo. Il 27 agosto scorso, infatti, è stato inaugurato nei pressi di Tbilisi un centro di addestramento delle forze armate georgiane a cura di personale militare dell’Alleanza atlantica, situato tra l’altro in una località, Krtsanisi, che simboleggiava proprio la sottomissione alla Russia.

Immediatamente denunciato da Mosca come una duplice provocazione, da parte georgiana e della NATO, l’evento non era inatteso. Il progetto risaliva ad un anno fa, quando il vertice atlantico nel Galles lo aveva incluso in un pacchetto di condizioni per l’avvicinamento graduale della Georgia all’ammissione nell’alleanza. L’allora ministro della Difesa, Irakli Alasania, non aveva esitato a salutarlo come preludio alla comparsa di una struttura della NATO sul territorio nazionale, sollevando già allora puntuali proteste russe. Dal quartier generale atlantico si era cercato di ridimensionare il caso smentendo che si trattasse di una base militare e assicurando che la struttura sarebbe stata di esclusiva proprietà georgiana e che il personale vi avrebbe svolto solo un ruolo di “consulenza”.

Avevano in realtà ragione i dirigenti di Tbilisi e i rimostranti russi, perché adesso l’alleanza occidentale mette di fatto un piede nel Paese in attesa, dichiarata, di mettere anche l’altro sia pure in un tempo non precisato sin d’ora. E, ad ogni buon conto, appare eloquente il rilievo conferito all’evento da una solenne cerimonia con la partecipazione del segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, e di tutti i massimi esponenti locali. Mentre questi ultimi contano che entro il prossimo luglio l’alleanza vari il “piano d’azione” per l’ammissione della Georgia, Stoltenberg ha affermato che essa ha “tutti i mezzi necessari per fare progressi” in tale direzione pur restando “ancora del lavoro da fare”.

Certo è comunque che il passo già compiuto tende ad accentuare la pericolosità di una situazione specifica e di un contesto gravidi di rischi. Mentre il ministro degli Esteri russo Sergej  Lavrov deplora la conferma di un avventato espansionismo dello schieramento atlantico, una portavoce del suo dicastero ammonisce che chi spinge a portare la Georgia nella NATO non dovrebbe dimenticare che ciò già provocò il breve conflitto del 2008 facilmente vinto dalla Russia e sfociato per gli sconfitti nella perdita dell’Ossezia meridionale dopo quella dell’Abchasia nei primi anni ’90, in circostanze in parte analoghe. Il timore di un bis è condiviso dagli ambienti governativi georgiani, che per scongiurarlo puntano proprio sulla protezione atlantica la quale però, nell’immediato, non sarebbe scontata né sufficiente.

Con la vicina crisi ucraina che non accenna a placarsi, una sua eventuale esasperazione potrebbe ripercuotersi anche nella Transcaucasia, dove la Georgia, rimasta sola nella scelta dell’associazione all’Unione europea anziché all’Unione eurasiatica patrocinata dalla Russia, non si rassegna a riconoscere l’indipendenza proclamata nelle due province perdute, confortata peraltro dalla solidarietà di quasi tutti i governi del mondo. Un’indipendenza, per di più, fittizia, ossia tramutabile in qualsiasi momento in annessione alla Russia, seguendo l’esempio della Crimea a sua volta imitabile anche dal Donbass, benchè in Abchasia e Ossezia non vi siano maggioranze o grosse minoranze russe più o meno ansiose di ricongiungersi alla “grande madre” ma prevalenti gruppi etnici né slavi né georgiani, insofferenti in passato del trattamento raramente impeccabile da parte di Tbilisi.

Il relativo contrasto con Mosca si è recentemente inasprito a causa di colpi di mano notturni con i quali i russi si sarebbero appropriati di terre georgiane adiacenti a quelle perdute, avvicinandosi ulteriormente alla capitale che avevano già quasi raggiunto nel 2008. Ciò, almeno, stando alle accuse lanciate da Tbilisi e che Mosca ha naturalmente smentito, come pure quelle, più scontate, di violazioni dello spazio aereo. All’ostilità tra le due parti contribuisce inoltre il fatto che l’ex presidente georgiano Mikheil  Saakashvili, sconfitto anche politicamente in patria dopo la guerra perduta, ha confermato la propria connotazione di nemico giurato della Russia in generale e di Vladimir Putin in particolare accettando l’offerta di Petro Poroscenko di trasferirsi in Ucraina per assumere la carica di governatore della città di Odessa, già teatro di cruenti scontri tra filorussi e antirussi.

Tutto ciò non basta però per accreditare senz’altro scenari catastrofici come quelli delineati da Evgenij Buzhinskij, già addetto al collegamento tra governo russo e NATO, citando le previsioni degli ambienti militari moscoviti. Secondo loro i dirigenti di Tbilisi, appena ottenuta l’ammissione nella NATO, si precipiterebbero a riprendersi con la forza le province perdute. La Russia invece si limiterebbe a rafforzare le sue guarnigioni ed espandere le sue basi in loco, ma sarebbe obbligata ad accorrere in aiuto almeno dell’Abchasia dagli accordi con essa vigenti, lasciando alla NATO il compito di come reagire.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->