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La NATO e l’allargamento difficile field_506ffb1d3dbe2

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È stato rilasciato due giorni fa, il 28 gennaio, il Rapporto Generale Annuale di Anders Fogh Rasmussen, Segretario Generale della NATO. Il documento, che dovrebbe ricalcare il trascorso del 2013 dell’Alleanza Atlantica, ha un taglio proiettato verso il futuro. Il concetto che sta alla base dell’intero rapporto è che, in un mondo dalla natura così imprevedibile come quello odierno, la Nato è e deve rimanere una risorsa essenziale di stabilità. Quello che sarà il futuro della Nato, verrà scritto in occasione del prossimo Summit in Galles a settembre. All’ordine del giorno ci saranno le novità relative all’impegno in Afghanistan, i progressi in Kosovo e la ridefinizione delle strategie di difesa collettiva.

Il rapporto fa cenno alla necessità di stringere quel network con i partner per poter garantire all’Alleanza la capacità di poter portare sicurezza laddove necessaria. Da un punto di vista strettamente legato alla Nato, si parla di implementazione nella gestione delle risorse, di riforma della struttura di comando, delle agenzie oltre che del quartier generale a Bruxelles. Una Nato, robusta, ribilanciata e pronta: questo l’obiettivo del prossimo Summit.

Per riuscire nell’intento due punti: connettività e sicurezza cooperativa. Il primo, quello su cui si basa il concetto di “allargamento” della Nato. Oggi, l’Alleanza Atlantica, conta 28 paesi membri e quasi altrettanti paesi partner, 22 per la precisione. Questo la rende, sulla carta, la più grande coalizione politico-militare della storia recente. Quella che richiama il Segretario Generale Rasmussen nel suo rapporto, è l’immagine di una Nato agile, ma allo stesso tempo solida, pronta alle sfide del mondo che verrà. Una visione certamente ottimistica.

Il tema dell’allargamento, che incarna uno dei mezzi a disposizione dell’Alleanza per ricoprire quel ruolo di organizzazione guida e punto di riferimento per la sicurezza negli anni a venire, continua a essere largamente controverso. In particolare, gli aspetti legati all’allargamento verso est. I tumulti di questi mesi in Ucraina, così come la crisi militare che ha investito la Georgia qualche anno fa, hanno contribuito a rendere questi canditati poco idonei ad un ingresso veloce e senza e intoppi all’interno della Nato. La situazione oggi, a quasi vent’anni dall’ingresso nel 1997 delle prime ex Repubbliche Sovietiche nell’Alleanza Atlantica, Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria , è a tratti piuttosto critica.

Le note a favore dell’allargamento ad est, si possono riassumere in una serie di concetti, che stanno alla base della politica della sicurezza della Nato a partire dalla fine degli anni Novanta, quando è stata chiamata a ridefinire i suoi obiettivi strategici in virtù del nuovo assetto globale venutosi a creare con la dissoluzione dell’impero sovietico. La difesa collettiva resta comunque il cuore intorno al quale si regge l’esistenza stessa della Nato, ed estenderla a nuovi membri qualificati ha il preciso obiettivo di limitare e arginare la possibilità di aggressioni in una regione che è tradizionalmente instabile.

L’Europa è da sempre ritenuta la culla delle democrazie occidentali, un allargamento che vira verso i paesi dell’Europa dell’est, vuole stabilire una cornice di democrazia politica e nei mercati economici, consolidandola in quei paesi che sono usciti dal crollo del blocco sovietico. In secondo ordine, un simile allargamento, è nato anche con l’intento di solidificare  e cristallizzare la leadership degli Stati Uniti, non solo in Europa, ma sui territori fino ad allora sotto forte influenza di Mosca. Se da un lato l’espansione verso est dell’Unione Europea serve a incoraggiare una stabilità politica e dei mercati, quella della Nato, allo stesso modo, funge da catalizzatore dei legami transatlantici in materia di sicurezza.

Il progetto di allargamento a est della Nato, si estende anche alla stessa Russia. Naturalmente, con strumenti e in termini originali e plasmati sulle necessità. La Russia oggi è un paese partner della Nato. Già nel 1997 è stato stabilito un primo punto di contatto con il Nato-Russia Founding Act, grazie al quale la Russia è entrata a far parte di diritto del circuito Nato. Mosca, in questo modo, ha “voce in capitolo” su moltissime tematiche discusse all’interno dei consessi dell’Alleanza. D’altro canto, la Nato, può esercitare una sorta di controllo informale sulle attività di Mosca.

In termini di costi, il fallimento dell’espansione dell’Alleanza potrebbe portare  a delle conseguenze di difficile gestione. Intanto, i paesi dell’Europa centrale dovrebbero convivere con dei confini potenzialmente instabili, trovandosi da soli di fronte ad una serie di minacce che oggi sono sempre più sfaccettate e di difficile individuazione. Il terrorismo internazionale, da solo, con tutte le sue diverse connotazioni, rappresenta una minaccia su più fronti che si dipana in diverse direzioni. La minaccia nei confronti di un singolo stato membro non è facilmente prevedibile, ed una zona cuscinetto garantirebbe, quanto meno, un livello di sicurezza in più limitando l’esposizione al rischio del singolo.

Nei prossimi anni, ma è già stato dimostrato nel passato recente, la minaccia alla sicurezza nazionale arriva tramite la rete globale. Il concetto di cyber security, la necessaria implementazione di un sistema di messa in sicurezza e protezione delle infrastrutture critiche, necessita un coordinamento con basi strutturali solide della Nato come organizzazione. Le policy dei singoli paesi non bastano più, serve un coordinamento delle politiche per la cyber security che arrivi dall’alto, ma che coinvolga a tappeto tutti, paesi membri e paesi partner. Un esempio sotto gli occhi del mondo intero, le Olimpiadi invernali di Sochi attualmente in corso. Un grande evento di grande impatto mediatico, in territorio russo alle porte di quel Caucaso in subbuglio. Un evento la cui sicurezza è a carico della Russia, ma che è alle porte dell’Europa della Nato.

Contestualmente alla necessità di allargamento, esistono però delle criticità. A partire dall’instabilità dei paesi candidati all’ingresso, come Ucraina e Georgia. Le pratiche per attivare l’avvicinamento alla Nato hanno subito un rallentamento. Due paesi politicamente difficili, che spesso si sono rivelati inadeguati ai target imposti dall’Alleanza, che a tratti dimostrano una forte volontà di entrare, a tratti sembrano più inclini a restare nell’orbita di Mosca allontanandosi dal progetto atlantico. Secondo gli scettici sull’allargamento, la Nato, per sopravvivere, dovrebbe mantenere uno “zoccolo duro” di paesi improntati alle azioni di decision-making, e allargarsi con cautela verso paesi che dovrebbero restare partner. Paesi come questi, sostengono i critici, una volta membri potrebbero indebolire la stabilità della Nato, limitandone le capacità politiche e militari. Per il 2014, Ucraina e Georgia, resteranno alle porte della Nato.

 

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