giovedì, Ottobre 21

La morte di Zuaiter e la diplomazia sul Giordano field_506ffb1d3dbe2

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PALESTINIAN-ISRAEL-JORDAN-CONFLICT

A quasi tre settimane dalla morte di Raed Zuaiter, la Giordania attende ancora la versione ufficiale riguardo gli accadimenti. Il fatto risale al 9 marzo, un lunedì, quando il trentottenne giudice di primo grado presso il tribunale di Amman, che si recava presumibilmente verso la cittadina di Nablus, in Cisgiordania, è giunto al posto di frontiera di Allenby, oltre il ponte sul fiume Giordano, che separa il regno Hashemita dalla West Bank.

Come da protocollo, il bus su cui viaggiava, una volta giunto alla barriera doganale, è stato fermato, ed i passeggeri fatti scendere privi dei bagagli, per la verifica dei passaporti ed il controllo dei beni trasportati. Al momento della ripartenza, una volta terminati i controlli, qualcosa ha fatto scattare l’all’erta dei soldati israeliani che hanno reagito sparando diversi colpi di pistola. Quattro di questi, hanno raggiunto al torace il giudice da distanza ravvicinata, uccidendolo sul colpo.

Se inizialmente le notizie riguardo l’uomo ucciso parlavano di una vittima palestinese, ad Amman, in pochi minuti, il fatto si è diffuso facendo in seguito da cassa di risonanza per tutto il Paese. I rapporti fra i due confinanti, son sempre stati buoni e, dal 1994, a seguito della ratifica dei trattati di Oslo, hanno subito un miglioramento costante sia negli scambi economici che in quelli diplomatici. Immediata la richiesta di chiarimenti da parte delle autorità giordane che, sul lato opposto della frontiera, il King Hussein Bridge, hanno avuto accesso alla documentazione preliminare ed avuto garanzia di poter inserire un gruppo di investigatori nella squadra di indagine incaricata di far luce sull’accaduto.

Il Presidente israeliano, Benjamin Netanyahu, ha fatto pervenire a Re Adullah le scuse formali ed ha espresso cordoglio verso la famiglia della vittima. Le versioni dei fatti, pubblicate nei giorni immediatamente successivi alla morte di Zuaiter, sono, come prevedibile, opposte: la versione israeliana dice che il giudice, a seguito di una reazione scomposta durante i controlli di routine, avrebbe tentato di sottrarre la pistola d’ordinanza ad un agente di frontiera che, nel tentativo di difendersi, avrebbe aperto il fuoco mirando alle gambe, mancandole ed uccidendolo. La versione pubblicata sui quotidiani giordani invece, supportata dalle testimonianze dirette di alcuni passeggeri del bus, racconta che, una volta terminate le verifiche dei documenti e mentre tutti si accingevano a rientrare sul pullman, l’uomo sarebbe stato spintonato dai frontialieri fino a farlo cadere. Rialzandosi, Zuaiter, avrebbe reagito alla provocazione, spingendo a sua volta il soldato che, come conseguenza, avrebbe estratto l’arma e fatto fuoco.

Qualunque sarà la versione ufficiale avvalorata dall’indagine, di sicuro, non convincerà entrambi i lati del confine e la reazione, in Giordania, ha fatto riaffiorare in breve situazioni che si credevano dimenticate. Poche ore dopo la diffusione della notizia, infatti, gruppi spontanei si sono ritrovati nei pressi dell’ambasciata israeliana ad Amman, riunendo in breve un gruppo di oltre mille manifestanti che hanno intonato slogan di protesta fino all’intervento delle forze dell’ordine. 

Le manifestazioni, riproposte nei giorni successivi e supportate dalle opposizioni e dalla rappresentanza palestinese della camera giordana, hanno avuto due principali esiti. La prima è stata una mozione di sfiducia al governo in carica, presieduto da Abdullah Ensour, subordinata ad alcune richieste, quali la richiesta di abbandono del territorio giordano dell’ambasciatore israeliano, la richiamata dell’ambasciatore giordano a Tel Aviv, il disconoscimento degli accordi di pace del 1994 per violazione dei termini, la formazione di una squadra d’indagine internazionale ed il rilascio di un cittadino detenuto dal 1997.

In un discorso estremamente articolato di fronte ai rappresentanti del Parlamento, Ensour è riuscito a convincere oltre 80% dei membri della Camera della necessità del Regno di mantenere stabile la linea diplomatica che, da sempre, caratterizza la politica giordana, ottenendo così, un rinnovo della fiducia nel suo operato. Nonostante questo, però, le richieste dei manifestanti per la grazia del detenuto son proseguite, sostenute da Rida Suwatia, membro del Partito Popolare Democratico per l’Unità. Il detenuto in questione, è Ahmed Daqamseh. L’uomo, ex soldato giordano, è autore del famoso massacro dell’Isola della Pace.

Durante le manifestazioni per la morte del giovane giudice, ricorrevano i sedici anni dal folle gesto, quando Daqamseh, in servizio presso la frontiera nord con Israele, di rimpetto alla zona nota come isola della pace, aprì il fuoco contro una comitiva di studentesse in gita scolastica che l’avevano schernito durante la preghiera, uccidendone sette. Anche allora, il gesto, a soli tre anni dalla firma dei trattati di pace, rischiava di far precipitare i rapporti fra i confinanti, ed anche allora la diplomazia riuscì a far superare le tensioni. In un gesto impensabile per ogni altro Paese medio orientale, il Re giordano varcò il confine e si presentò personalmente a porgere le condoglianze alle famiglie delle vittime, salvando, così, anni di trattative che avevano appena portato alla ratifica dei trattati di pace.

La richiesta della rappresentante delle opposizioni, Suwatia, non deve, però, sembrare distante dai canoni di ragionamento europei. La scorsa estate, infatti, al termine di una visita istituzionale del Re di Spagna Juan Carlos col Re del Marocco Muhammad V, secondo la prassi comportamentale, il Re di Spagna ha chiesto indulgenza verso i detenuti nelle carceri marocchine. Inaspettatamente, il 30 luglio, quarantotto detenuti vennero graziati ed estradati.

Se la maggioranza dei carcerati, però, era detenuta per reati più o meno gravi legati al traffico di droga , la grazia a Daniel Galvan Vina, non passò inosservata. L’uomo, 64 anni, era stato condannato a trent’anni per pedofilia e scontava la pena nel carcere di Kenitra. Il suo processo fu particolarmente seguito nel regno del Maghreb e la sua liberazione destò un’enorme sdegno che portò ad una serie di manifestazioni e scontri da Rabat a Casablanca, fino a Tangeri, al confine con l’enclave spagnola in Nord Africa. La grazia venne ritirata a seguito delle proteste, ma, lo spagnolo, era stato già rimpatriato. Tempo dopo si scoprì che l’identità era falsa e il pedofilo, in realtà, era un ex generale delle forze irachene che aveva collaborato con le forze occidentali durante l’ultima invasione nel 2003.

Quest’anno però, nemmeno gli incidenti lungo i check-point in Cisgiordania sono isolati. Dal Hussein Medical Center di Amman, infatti, è arrivata solo pochi giorni fa la notizia che i due giovani calciatori palestinesi feriti alle gambe ad un posto di blocco israeliano vicino Al-Ram, si riabiliteranno ma non potranno proseguire il loro impegno con in team nazionale. Jawhar Nasser ed Adam Abd al-Raouf Halabiya, 19 e 17 anni, secondo quanto dichiarato dalle autorità israeliane, sarebbero stati colpiti da colpi di arma da fuoco perché passavano nei pressi di un check-point appena bersagliato da attacchi esplosivi. I militari hanno detto di aver lanciato degli avvertimenti, ignorati dai due, che, a loro volta negano che l’avvertimento ci sia stato. I ragazzi tornavano a casa dopo una sessione di allenamento.

Quanto è evidente, è che la situazione, specialmente nelle zone di confine, vive una stabilità estremamente fragile, che ha richiesto, e richiede, un sottile e continuo lavoro diplomatico, per mantenersi in vita. Gli sviluppi del piano Kerry, potrebbero rafforzare sensibilmente questo equilibrio, ma, per realizzarsi, necessitano di uno sforzo coordinato e realmente voluto da tutte le forze gioco. La governance giordana, più di ogni altra nella regione, è quella che sembra maggiormente consapevole della situazione, e gli sforzi compiuti, anche tramite le ultime scelte piuttosto impopolari, di mantenere un rapporto civile con tutte le forze oltre confine, le fanno ben meritare il titolo di Hub diplomatico del Medio Oriente.

 

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