giovedì, Agosto 5

La morte delegittimata field_506ffb1d3dbe2

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La tragica vicenda dell’aereo malese disperso nel Pacifico ha suscitato le violente reazioni dei parenti delle vittime avvertite della morte presunta «certa oltre ogni ragionevole dubbio» inviata loro per SMS.

Anche i nostri media ne hanno parlato approfonditamente. Il ‘GrUno’ della Rai ha intervistato il responsabile dell’unità di crisi dell’Enac, Ente  Nazionale Aeronautica Civile, in quale ha ricordato con precisione i protocolli di assistenza che scattano in caso di incidenti. Informazioni così traumatiche devono essere comunicate con estrema cautela, con un contatto il più personale possibile, mai con un freddo messaggio che precipita i destinatari nella disperazione e nella rabbia: quella rabbia che ha portato i parenti dei dispersi a manifestare violentemente sotto l’Ambasciata malese a Pechino.

Sono comunicazioni che richiedono una spalla su cui piangere, una interlocutore da abbracciare con cui sfogare una tempesta di sentimenti, qualcuno con cui dialogare.

E’ stato giustamente osservato che i tempi dell’incertezza, durata ben 18 giorni, di un evento non ancora chiarito avrebbe consentito ben diversa gestione del rapporto con i parenti e la voce spezzata dalla commozione del Primo Ministro malese alla televisione non poteva certo sopperire e neppure attenuare la portata di  questo dolore collettivo.

Come spesso capita, sono le espressioni artistiche quelle che più della stessa realtà rendono l’atmosfera di terribili esperienze come questa. Ne ricordiamo due.

La prima è una sequenza del film ‘Pearl Harbor’ in cui le mogli degli aviatori americani inviati nei cieli di guerra, riunite in un villaggio, vivono il dramma del taxi che di volta in volta porta ad una di loro il terribile telegramma che reca la notizia della morte del loro uomo, attraverso la visita di due militari dell’aeronautica. Qui viene evocato un crogiuolo di sentimenti: lo strazio della donna colpita da un dolore lancinante, peraltro non inatteso, il sollievo di quelle risparmiate e insieme la solidarietà di tutte accomunate da una condizione comune.

Ed una seconda espressione artistica è quella contenuta nella toccante canzone di Lucio DallaCaro amico ti scrivo’, in cui c’è un verso che fa veramente pensare: «… e senza grandi disturbi qualcuno sparirà … ». Ma questo appartiene all’ ‘anno che verrà’, a un sogno del nostro grande cantautore. Per ora, negli anni che concretamente stiamo vivendo, resta tutto il trauma, il dolore della scomparsa, che non si può eliminare ma che bisogna almeno saper gestire con la dovuta delicatezza e umanità.

Perché, alla fine, la tragedia dell’aereo malese ci interroga sulla comunicazione della morte nella società contemporanea. Anzi non solo sulla comunicazione, ma anche sul senso di questo evento che la nostra cosiddetta civiltà tende a rimuovere invece di affrontarlo consapevolmente.

Ci sono state altre stagioni dell’uomo, neppure tanto lontane, come quella rurale vissuta dai nostri nonni, in cui la morte veniva inserita nei cicli della vita. Non che si attenuasse il dolore, ma appariva chiaro che la scomparsa di un nonno era vissuta come un lasciare il posto alla venuta di un nipote, in un ciclo naturale degli eventi. Così come solo qualche decennio fa, prima dell’urbanizzazione sfrenata ed atomistica, un tale evento veniva vissuto all’interno di una comunità allargata, la comunità del cortile, della cascina, del borgo, del quartiere. Ed era come se il dolore dei parenti prossimi venisse diluito in una partecipazione comune ed in un’esperienza ripetuta per tutte le famiglie componenti del gruppo.

Quella di oggi è spesso una disperazione isolata, una rabbia individuale, quella stessa che genera deviazioni ormai ricorrenti e preoccupanti come lo stillicidio di drammi consumati nella monade della famiglia. Viviamo un modello di struttura sociale veramente disumanizzante. E non impariamo niente neppure dagli errori di comunicazione (che sono errori di umanità) che si verificano in casi come quello dell’aereo malese, che dovrebbero invece interrogarci su dove stiamo andando riguardo le esperienze fondamentali della vita.

Gli studiosi  -sociologi, psicologi, filosofi, teologi-  parlano di ‘morte legittimata’ e di ‘morte delegittimata’. La prima, pur costituendo un evento doloroso, viene affrontata e vissuta come parte dell’esistenza. Ed è ancora Lucio Dalla a dire: «Non ho mai avuto paura della morte perché la ritengo semplicemente come la fine del primo tempo».  In questo caso quest’esperienza finale non è vissuta come un fenomeno solitario, ma stimola le persone a unirsi in un processo di ritualizzazione che distribuisce il lutto in una cerchia più ampia di solidarietà. Chi ha provato quell’esperienza  -e purtroppo capita a tutti-  sa che un abbraccio, un bacio, una carezza, una mano nella mano, un gesto di tenerezza, una rassicurazione di giustizia hanno un valore grandissimo, inimmaginabile in altri momenti.

La morte delegittimata è quella che viviamo nella disperazione individualistica, quella in cui siamo lasciati soli nella nostra spirale di disperazione, di rabbia, di annientamento, magari nelle quattro mura di un appartamento inserito in un falansterio.

Quanto è lontana la nostra società da una riflessione seria e aperta su questecose ultime’. In genere le occultiamo, e quando non è possibile farlo, inviamo un messaggino di non più di 140 caratteri sul display di un cellulare.

 

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