lunedì, Settembre 27

La morbosa attrazione per l'orrore E' inutile, solo le vicende più truculente attirano il lettore: oggi parliamo dei casi Frigatti e Gambirasio

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Davide Frigatti

Ne prendo atto, con la coda fra le gambe: leggo, rifletto, argomento, per offrire uno scorcio di panorama culturale interessante, come ieri, con la recensione del libro di Antonella Cilento ‘Lisario o il piacere infinito delle donne’ e l’articolo intercetta l’interesse di una enclave ristretta di lettori; il giorno prima, un pistolotto neanche tanto originale – me lo dico da me – sull’eccidio familiare di Motta Visconti, e ho raccolto un sacco e una sporta di visualizzazioni.

Da tutto ciò ne traggo la scoraggiante conclusione che è l’orrore il vero magnete dell’attenzione umana. Sì, sembro una pischella alle prime armi. Fingo di ignorare che il giornalismo si articola sulle fatidiche cinque esse: Sesso, Soldi, Sangue, Spettacolo e Sport.

E che in tutte le occasioni che voglio sfogare le mie curiosità intellettuali, condividendole pubblicamente, a seguirmi sono in pochi. Ogniqualvolta, invece, mescolo gossip, vicende truculente, malumori antipolitici, il barometro del gradimento del pubblico ha un balzo in avanti rimarchevole.

Avvilente, ma è così, anche se non me ne faccio una ragione. Mi inchino, erciò, alle prescrizioni dell’uditorio e inanello considerazioni sui fattacci del giorno: sul bis del caso Kabobo, ad esempio.

Andrebbe precisato che a svalvolare totalmente, stavolta, è un italiano, italianissimo, tal Davide Frigatti, 34enne ancora a casa con mamma e papà, senza un lavoro definito, ma in prova presso un’agenzia pubblicitaria e con qualche precedente per spaccio. E’ lui che, fra Cinisello Balsamo e Sesto San Giovanni (l’ex Stalingrado d’Italia), Comuni della cintura milanese (è la localizzazione a richiamare il caso Kabobo, avvenuto a Niguarda, a pochi chilometri da lì), ha accoltellato tre persone, uccidendone una e ferendo gravemente le altre.

Poi, liberatosi dei vestiti imbrattati di sangue, si è aggirato nei pressi dell’autolavaggio di Cinisello Balsamo dov’era avvenuta l’ultima aggressione, quella che era costata la morte al 52enne Franco Mercadante, proprietario dell’autolavaggio. Frigatti urlava come invasato: ‘Sono un uomo libero, voglio gridarlo al mondo’. Questa circostanza non è stata semplicemente riferita dai testimoni; vi è un filmato del suo delirio, girato da alcuni ragazzi che lo hanno incrociato mentre camminava verso il Parco Nord.

Come ogni volta, di fronte a casi così eclatanti e incomprensibili, come diceva al ‘suo’ ‘Mi manda RAI Tre’ Antonio Lubrano – che ci posso fare se casco sempre nell’esaltazione di personaggi napoletani? -: ‘La domanda sorge spontanea’. La domanda che sorge spontanea in questo caso è breve, semplice, immediata: ‘Perché?’

Ovvero perché un ragazzo – a 34 anni, ai giorni nostri, molto spesso non si è ancora superata la soglia dell’adolescenza semi-evoluta – che, forse, sta per ottenere un posto di lavoro, sbrocca all’improvviso, seminando vittime sul suo cammino?

La soluzione più semplice e rassicurante è quella di attribuire ad un consumo – occasionale o meno – di stupefacenti l’aggressività belluina dell’assassino. Uno dei poliziotti che l’ha fermato (incrociandolo mentre la Volante si dirigeva verso l’autolavaggio da cui era partita una telefonata di richiesta di aiuto per la scoperta di Mercadante in agonia) ha raccontato che’ pareva un animale’. Può essere stata una dose sballata di stupefacenti ad avergli fatto  perdere il lume della ragione?

Nei giorni a seguire saremo edotti dai giornali sulle analisi tossicologiche e su tutti i particolari atti ad archiviare il fatto come un caso isolato di tossicodipendenza patologica. Eppure, superando le considerazioni banali e superficiali, sarebbe veramente utile comprendere le radici profonde di una simile reazione abnorme, che potrebbe replicarsi anche altre volte, con soggetti altrettanto fragili.

Nel caso Kabobo, infatti, vi erano elementi di disadattamento etnico che potevano servire a dare una parte di spiegazione. E nel caso di Frigatti? Disadattamento sociale, sentenzieranno i tuttologi. C’è però qualcosa che sfugge. La follia, direte voi. Sarà, ma non sono convinta. Perché, se così fosse, dovremmo avere un Paese cosparso di vittime e cadaveri; di folli assassini disoccupati & disperati.

Possiamo, forse, presagire un susseguirsi di fattacci truculenti, con somma gioia – mescolata a una pelosa indignazione – di un pubblico assetato di sangue e arena?

Innanzitutto, emerge un’opinione pubblica ‘guardona’: pensate che le orrende torture subite dalla povera Yara Gambirasio non abbiano contribuito a convogliare lettori sulle cronache che rendicontavano l’identificazione del suo (presunto: non esiste alcuna certezza processuale e lo sappiamo che, fino a condanna definitiva, non si può essere sicuri della reità) assassino?

Non posso che plaudire alla costanza, oserei dire tignosa, con cui si è giunti a chiudere il cerchio intorno a Massimo Giuseppe Bossetti.

Se è davvero lui l’assassino, poteva persino pensare di averla fatta franca, soprattutto in quanto inconsapevole di essere il figlio illegittimo di Giuseppe Benedetto Guerinoni (che quel Giuseppe in comune e il doppio nome abbiano fornito una labile traccia agli inquirenti?). Come avrebbe mai potuto ipotizzare di essere lui il ricercato di cui davano l’identikit, non conoscendo la propria genesi illegittima e la procedura identificativa fondata su uno sputo?

Sì, sì, proprio uno sputo, ovvero la traccia di saliva dietro la marca della patente di un uomo deceduto da anni. Roba da fiction tv statunitensi, come ‘NCIS’ o ‘Cold Case’, che tanto richiamano il pubblico, appunto per la convergenza di almeno quattro delle cinque esse alle quali ho fatto riferimento nell’incipit.

Invece, tutto questo  è avvenuto in Italia, utilizzando uno screening imponente e setacciando fra oltre 18mila individui. E non nella finzione di sceneggiature ai confini della realtà, bensì nella concretezza della vita quotidiana, in tre anni di indagini, senza mai abbassare la guardia o ritenersi scoraggiati.

Quello che rattrista, però, è che, per un caso che va a soluzione, altri mille rimangono insoluti. Sconsolante, vero? Il metodo Yara dovrebbe essere un apripista, non l’eccezione. Dando così una speranza di verità alle tante famiglie che vedono i loro cari morti senza un perché.

 

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