mercoledì, Agosto 4

La montagna partorirà un mutuo (trentennale) Gli effetti della legge Valore Cultura

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Orchestra-Teatro-Regio-di-Parma

Vi ricordate quella legge dal retorico nome di Valore Cultura voluta dall’ex ministro Bray, della quale mostrammo i numerosi limiti e difetti, e per la quale parlammo della montagna che, invece di un topolino, aveva partorito un ingegnere (idraulico), avendo nominato quale “supercommissario” alle fondazioni lirico-sinfoniche un professionista di quel tipo? Ora a distanza di circa sei mesi dalla nomina dell’ingegner Pier Francesco Pinelli, chiamato a quel ruolo, ed alla luce di una sua recente intervista, proviamo a riflettere sulle scelte operate da quella legge, quali gli indirizzi, quali le conseguenze.

Con la “Valore Cultura” venivano prese alcune misure di sostegno a diversi settori: il cinema, la musica, le attività museali. Relativamente alla musica, le misure erano principalmente mirate a realizzare una nuova organizzazione delle fondazioni lirico-sinfoniche. Tali misure prevedono, tra le altre cose ed in rapida sintesi, un sovrintendente di nomina ministeriale non più eletto dal Cda; la trasformazione di questo da organo di gestione a organo di indirizzo, con la riduzione del numero dei membri; la possibilità di licenziare fino al 50% del personale non artistico; la creazione di un fondo per l’erogazione di mutui da concedere alle fondazioni dietro presentazione di un piano di risanamento.

Dall’intervista rilasciata dall’ingegner Pinelli recepiamo alcune interessanti indicazioni. In primo luogo la conferma della cifra messa a disposizione dalla legge per l’erogazione di mutui che è di 93 milioni e la cifra relativa al debito complessivo delle fondazioni che è, invece, di 353 milioni. I dati che, grosso modo, conoscevamo, ci fanno porre automaticamente una domanda. Se il debito complessivo di tutte le fondazioni lirico-sinfoniche ammonta a circa 353 milioni, perché dotare la legge di un fondo pari soltanto a circa un quarto della necessità? Tale cifra, non commisurata alla entità del debito globale, nasconde forse l’idea di “alleggerire” progressivamente le istituzioni del personale, che determina quasi l’80% della spesa totale, così da ridurre una causa significativa nella formazione di tale debito? L’Ingegnere, infatti, ne parla. Parla di pensionamenti, di prepensionamenti e di un centinaio di lavoratori da ricollocare in ALES (peraltro non capiamo cosa andranno a fare in ALES, azienda del ministero dei beni culturali, i lavoratori provenienti dai teatri…).

Dichiarammo, a suo tempo, la possibilità di un vero cataclisma nelle fondazioni con le misure prospettate dalla “Valore Cultura”, con un accentramento statalistico mai visto prima (sovrintendente nominato dal Ministero, Cda depotenziato nelle funzioni e nel numero dei membri, supercommissario ministeriale), e soprattutto con una politica di licenziamenti o, se volete, di prepensionamenti che in poco tempo, con lo stop del turnover, avrebbe portato ad una riduzione significativa degli organici. Riduzione che, si badi bene, non sarebbe stata una vera razionalizzazione del personale, ed avrebbe determinato una contestuale riduzione della produzione.

A questo punto è necessario rimarcare che se si minano le capacità produttive, il servizio culturale erogato dalle fondazioni diventa a serio rischio. I teatri, infatti, sono macchine che non possono funzionare con il personale sottodimensionato nel numero. Sarebbe come una nave a remi, nella quale, dimezzando i rematori si dimezza ovviamente la velocità. L’esempio dell’Opera di Roma dove solo qualche anno fa, c’erano oltre 600 dipendenti, rispetto ad adesso che ce ne sono circa 400 è illuminante: come si garantirà il livello della produzione già sceso significativamente? Con collaborazioni esterne? Si è poi ridotto il corpo di ballo di circa 20 unità: la danza verrà poco a poco eliminata? Si utilizzeranno compagnie provenienti da altri teatri? Non vi sembra una situazione inaccettabile nel teatro della capitale per quelle che sono la nostra storia e la nostra tradizione nella musica e nella danza?

È chiaro a tutti che, piuttosto che diminuire il personale, sarebbe più opportuno licenziare i sovrintendenti che non sanno ridurre le spese, che non sanno chiudere i bilanci in pareggio, che non sanno aumentare la produzione, che si fanno assegnare stipendi faraonici etc. La legge, però, non lo prevede … Piuttosto che tagliare il personale, si dovrebbero ridurre i costi degli allestimenti (attualmente elevatissimi, essendo una delle poche voci di spesa “libera”, insieme ai compensi per gli artisti) che non vengono quasi mai riutilizzati, mai scambiati, sempre e presto rottamati, perché se ne preferisce il noleggio (soprattutto da istituzioni straniere) o la costruzione di nuovi. A questo dovrebbe seguire l’aumento della produzione facendo lavorare la macchina teatrale a pieno regime, per abbassare il costo del lavoro per “unità di prodotto” (ci si passi l’espressione): la spesa per la cultura non si può eliminare o ridurre eccessivamente (e da noi è già molto bassa), è necessario razionalizzarla ed ottimizzarla.

Per aumentare la produzione si deve programmare meglio, prevedendo scelte che richiamino il pubblico non con l’evento, la celebrazione del centenario di turno o il divo casualmente presente, ma con una solida offerta del repertorio (che conta alcune centinaia di opere): quanti giovani non hanno mai visto un’opera a teatro? È forse scandaloso dargli la possibilità di assistere a grandi spettacoli, allestiti in maniera tradizionale, effettuando un vero “servizio culturale”?

Infine, è necessario trovare nuove risorse. Per trovare nuove risorse (che in parte verrebbero dallo sbigliettamento di programmazioni più appetite dal pubblico) si devono detassare, in maniera congrua, i finanziamenti privati, così come avviene in molti paesi, considerando che quanto perduto in termini di entrate tributarie, torna moltiplicato, in termini di indotto commerciale, sul territorio in cui si determinano gli eventi culturali (generando, peraltro, nuove entrate tributarie) così come ormai acclarato da numerosi studi e ricerche.

La legge Valore Cultura potrebbe smantellare un settore nel quale l’Italia ha dato molto ma nel quale ora sta mestamente languendo. A volte le demolizioni servono per avviare processi virtuosi, impostati con nuovi principi, più razionali, e fecondi. Purtroppo a considerare l’attenzione che si riserva qui da noi alla cultura, non c’è da stare molto tranquilli: una volta demolito si ricostruirà? …

 

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