martedì, Settembre 21

La ‘moneta comune’ che può salvare l’Euro field_506ffb1d3dbe2

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A picture taken on May 21, 2012 in the F

La moneta unica europea è stato un sogno inseguito per decenni, che è diventato realtà ormai da quattordici anni. Le nuove generazioni, che non hanno conosciuto la Lira, sono abituate a ragionare in Euro e non si rendono conto del paragone tra le due valute, né tantomeno della diversa realtà che c’era in Italia prima dell’entrata in vigore della moneta unica. Una moneta che ha cambiato il nostro sistema economico e che ha visto, dopo pochi anni, l’esplosione di una crisi economica che non ha precedenti e che crea enormi difficoltà finanziarie, occupazionali e produttive in tutto il Paese e in molti altri Paesi europei.

Non sono pochi oggi i sostenitori dell’uscita dell’Italia dall’Unione europea, ma è una strada realmente percorribile e conveniente? Secondo il centro studi di Confindustria l’ipotesi di invertire la rotta e tornare all’Euro sarebbe un vero e proprio disastro, perché «determinerebbe non solo un immediato disallineamento degli spread e una conseguente insostenibilità del nostro debito pubblico, ma scatenerebbe un’inflazione a doppia cifra con un’esplosione dei costi energetici. In questo contesto la svalutazione non riuscirebbe a rilanciare le esportazioni e il Pil, visto che le filiere globali della produzione hanno già ridotto i vantaggi competitivi dei singoli Paesi».

La possibilità per l’Italia di uscire dall’Euro non è giudicata del tutto vantaggiosa neanche da “Sbilanciamoci!”, una campagna portata avanti da economisti ed esperti di vari ambiti che da alcuni anni lancia proposte alternative per la gestione economica e finanziaria del Paese, diventando un interlocutore importante con le istituzioni nazionali e regionali. Secondo quanto espresso da alcuni esperti di “Sbilanciamoci!”, «in un contesto in cui nessuna economia può dirsi in salute, nessuno studio, ipotesi o fantasiosa previsione può eliminare l’incertezza sugli esiti dello scioglimento dell’Eurozona a causa dell’uscita unilaterale di un grande Paese. Né il mero ripristino del tasso di cambio sarebbe sufficiente per rilanciare le economie in crisi, soprattutto se si tiene conto degli effetti destabilizzanti dell’uscita di un Paese debitore sull’insieme dell’area Euro e del fatto che l’Eurexit non comporterebbe di per sé, la ripresa della domanda estera, mandando in fumo ogni previsione circa il rilancio dei Piigs attraverso l’export». Uscire dall’Euro, quindi, non comporterebbe i grandi vantaggi economici che in molti ipotizzano, ma questa ipotesi parte da assunti di fondo che non possono essere ignorati, perché mettono in luce le difficoltà economiche e finanziarie che stiamo ancora vivendo. L’uscita dell’Italia dall’Euro è stata per molto tempo demonizzata ma, come sostiene la campagna “Sbilanciamoci!”, è vero che «l’austerità prima, e le politiche di liberalizzazione dei mercati poi, hanno dato impulso a tendenze deflattive, in alcuni casi assai pronunciate, che aggravano la posizione debitoria dei Paesi più fragili, rendendo sempre più probabile il default sui debiti pubblici e privati. D’altra parte le contromisure in campo, basate sull’intervento condizionato della Bce, appaiono deboli e contraddittorie, essendo vincolate alle politiche di risanamento e alle cosiddette “riforme strutturali”, fonte di spinte deflazionistiche».

Quello di cui ha bisogno l’Europa e l’Italia in particolare, in questo momento, è un cambio di visione politica, che sia in grado di risolvere una cattiva gestione della moneta unica condotta in questi anni. La politica europea, infatti, ha imposto a tutti i Paesi di contare ognuno su se stesso, introducendo riforme strutturali del mercato del lavoro e dell’intervento pubblico, accettando le riduzioni dei salari, il deterioramento degli squilibri sociali e delle prospettive di progresso civile, abbandonando quel modello sociale che aveva motivato per tutti le scelte dell’integrazione europea. Secondo “Sbilanciamoci!”, «la questione di fondo è, qualsiasi sia la moneta, la presenza di un governo autorevole orientato alla stabilità sociale. La tutela della società, la salvaguardia delle condizioni di vita dei lavoratori e dei soggetti più deboli va ricercata attraverso un cambiamento radicale della politica europea orientata a una più incisiva politica di domanda e a una politica industriale capace di contrastare la concorrenza (al ribasso) fiscale, salariale e sociale».

Tra le estremità di discussione che vedono da una parte la necessità di uscire dal sistema della moneta unica e dall’altra la demonizzazione di questa ipotesi, ci possono essere delle alternative. Una di questa, studiata in diversi Paesi europei, soprattutto in ambito accademico, è quella di passare dall’Euro come moneta unica all’Euro come moneta “comune”, in un nuovo sistema di cambi tra monete nazionali. La proposta prevede un meccanismo di riequilibrio preventivo tra i Paesi dell’area euro, con l’introduzione di una camera di compensazione che consentirebbe di ridurre gli squilibri creatisi all’interno dell’area Euro.

Andrea Baranes, uno dei portavoce della campagna “Sbilanciamoci!” racconta come questa proposta potrebbe cambiare le sorti di questa crisi.

 

Dottor Baranes, qual è l’attuale situazione dell’Euro in Italia?

L’Euro in questo momento sta causando molti problemi all’Italia e ad altri Paesi economicamente più fragili, ma non può essere considerata la causa di tutti i mali. Quella che stiamo vivendo è prima di tutto una crisi creata da un tracollo della finanza privata. Ovviamente, per uscire dalle crisi gli Stati avrebbero teoricamente a disposizione diverse soluzioni monetarie, ad esempio decidere di svalutare la moneta per essere più competitivi nelle esportazioni. Si tratta però, di politiche che non sono possibili oggi in Italia, dal momento in cui molte economie diverse sono legate tra di loro. Credo che si tratti di un problema più ampio relativo alla costruzione dell’Europa, che ha solo un’unione monetaria, ma non ha nessuna unione fiscale o sociale. Siamo partiti su  una gamba sola e questo alla lunga crea problemi di gestione.

La crisi che stiamo vivendo è legata, quindi, anche a una cattiva gestione dell’Euro?

L’Euro sta aggravando i problemi che sono stati causati dalla finanza, come il trasferimento dei debiti privati a debiti pubblici. In questa situazione l’Euro, non potendo svalutare la moneta, fa svalutare altro, ovvero salari e lavoro, diminuendo il potere d’acquisto delle famiglie. L’unica idea che circola in Europa è quella della competitività: essere più competitivi per esportare di più. In questo contesto, però, se la moneta è troppo forte, gli Stati sono costretti a svalutare salari e lavoro. Non ci sono altre politiche. Inoltre, la Bce non agisce come prestatore di ultima istanza e non c’è un’unione fiscale in grado di regolare i rapporti tra i Paesi. In questo modo l’Euro diventa una forma di rigidità per molti Paesi.

Uscire o rimanere nell’Euro. Quali sono le altre alternative?

L’idea di tornare alla moneta nazionale svalutando la propria moneta comporta un rischio di inflazione drammatico. Sono sbagliati entrambi i poli di pensiero. Ci sono delle strade alternative da poter percorrere per aggiustare la situazione senza avere effetti drastici. Non possiamo rimanere nella moneta unica continuando a perdere potere d’acquisto, ma non possiamo neanche uscire andando incontro a una grossa inflazione. Quello che possiamo fare, però, è andare verso un’Europa fiscale e dei diritti, e verso un diverso ruolo svolto dalla Banca centrale europea, che dovrebbe essere in grado di aiutare non solo le banche ma anche e soprattutto gli Stati in difficoltà.

Che cosa significa trasformare l’Euro da “moneta unica” a “moneta comune”?

È una proposta interessante che riprende l’idea lanciata da Keynes a Bretton Woods nel 1944 e che fu bocciata dagli Usa che imposero il dollaro come moneta di riferimento, cosa che ha causato problemi negli anni. L’idea di Keynes era quella di creare una camera di compensazione per contenere gli squilibri tra i vari Paesi. Tramite questa stanza di compensazione si terrebbe il conto, denominato in Ecu, delle partite correnti dei membri dell’area valutaria. Attraverso interessi negativi crescenti su deficit e surplus eccessivi e, per questi ultimi l’aggravante di una possibile requisizione, si scoraggerebbe la deflazione interna come strumento competitivo e si indurrebbero i Paesi in surplus a un aggiustamento simmetrico, ad esempio attraverso l’aumento dei salari nominali, l’espansione fiscale o la spesa diretta del surplus in produzioni dei Paesi in deficit. In questo modo, sia chi è in surplus sia chi è in deficit deve pagare delle tasse in modo da ricreare un certo equilibrio. Se ci fosse la possibilità di avere questa  compensazione, ci sarebbe un incentivo in più per tutti i Paesi verso l’equilibrio di bilancio. Si tratterebbe, infatti, di un meccanismo che consentirebbe di ampliare la sovranità fiscale e monetaria degli Stati nazionali assicurando al contempo l’equilibrio della bilancia dei pagamenti senza richiedere trasferimenti fiscali.

Che cosa implicherebbe questo passaggio per l’economia italiana?

Per l’Italia potrebbero esserci grossi vantaggi sulle esportazioni e sull’insieme dell’Ue. Il problema di fondo, infatti, è che oggi più che di unione si può parlare di competizione europea. La moneta comune, invece, sarebbe un meccanismo di dissuasione automatico, in grado di aggiustare i rapporti tra gli Stati membri, e un incentivo straordinario per aiutare i Paesi in deficit, come è anche l’Italia.

E che effetto avrebbe sulle economie degli altri Paesi?

L’idea di moneta comune vuol dire ‘Diamoci una regolata tutti quanti’, quindi, con questa camera di compensazione ogni Stato è chiamato a darsi da fare per contribuire alla creazione e al mantenimento dell’equilibrio europeo.  

Quali sono i rischi di questo passaggio?

Più che parlare di rischi, è da considerare la possibilità che alcuni Paesi accettino di adottare questa camera di compensazione e altri no, specie quelli più forti. Sarebbe un modo automatico e molto intelligente per riequilibrare i conti senza arrivare all’uscita di nessun Paese dall’Euro.

Come si muoverà, secondo lei, il Governo Renzi per far fronte ai problemi legati all’Euro?

Purtroppo non credo che in questo momento ci sia una spinta concreta in questa direzione. Si sta discutendo di questa proposta da molto tempo in ambito accademico e non solo in Italia, ma non mi risulta che finora sia mai stata presa in considerazione da alcun Governo. Ho visto che Renzi ha chiesto di avere per l’Italia un ruolo maggiore in Europa, ma non si stanno mettendo in discussione i vincoli europei. Si continua a vedere la crisi attuale come una crisi legata al debito pubblico, senza capire che è principalmente una crisi derivante dalla finanza privata. In diversi paesi si sta discutendo della possibilità di mettere in pratica la proposta lanciata da Keynes nel 1944, adattandola al contesto europeo, ma non ci sono ancora governi che l’hanno presa realmente in considerazione.

 

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