sabato, Maggio 8

La Mitteleuropa guarda alla Russia

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Un po’ più di un anno fa un inviato a Vienna e dintorni del settimanale russo ‘Argumenty i fakty’ riferiva compiaciuto che sulle rive del ‘bel Danubio blu’ il 70° anniversario della conquista della capitale austriaca da parte dell’Armata rossa veniva degnamente commemorato a differenza di quanto accadeva, deplorevolmente, altrove nell’Europa orientale. Dove, in effetti, lungi dal festeggiarne la ricorrenza, l’evento viene di regola ricordato, specie in Polonia e nelle repubbliche baltiche ex sovietiche, non come liberazione dalla Wehrmacht di Adolf Hitler bensì come inizio di una nuova occupazione.

Il giornalista in questione parlava di una prevalente e perdurante gratitudine locale ai liberatori, difficilmente conciliabile col fatto ben noto che nel 1938 l’annessione al Terzo Reich fu accolta con entusiasmo da buona parte, forse la maggioranza, degli austriaci, anche se i disastrosi e tragici sviluppi successivi avranno probabilmente indotto i più a ricredersi. Soprattutto, comunque, l’inviato di AiF passava tranquillamente sopra ad una differenza non proprio piccola tra l’Austria e i suoi vicini. Questi ultimi, infatti, certamente gradirono quasi tutti, nel 1944-45, la liberazione dal flagello nazista, seguita però dall’imposizione di regimi comunisti succubi di Mosca e per lo più impopolari, con la sola eccezione in partenza dell’allora Cecoslovacchia, che però rivelò la propria insofferenza nella ‘primavera di Praga’ del 1968 schiacciata dall’arrivo dei carri armati sovietici.

L’Austria, invece, suddivisa al termine della seconda guerra mondiale in quattro zone di occupazione, essendo stata liberata anche da truppe americane, britanniche e francesi, potè subito dotarsi di un regime democratico di propria scelta, anche se riottenne la piena sovranità con il ritiro degli occupanti solo dieci anni più tardi. Decisivo fu per l’occasione il consenso dell’URSS, che segnò uno dei momenti cruciali del primo tentativo di distensione tra Est e Ovest dopo lo scoppio della ‘guerra fredda’. I successori di Stalin lo accordarono peraltro in cambio della proclamazione da parte austriaca della ‘neutralità perpetua’ tra i due blocchi allora contrapposti. Sulla concreta osservanza dell’impegno il Cremlino vigilò severamente, ponendo il veto all’adesione di Vienna alla Comunità e poi Unione europea, che diventò possibile, nel 1995, solo dopo il crollo dell’URSS per consolidarsi infine con l’accesso all’Eurozona.

Non mancarono di accompagnare questo assestamento le tentazioni e le spinte ad abbandonare la neutralità, dalla quale però l’Austria aveva ricavato tangibili vantaggi assumendo un ruolo di ponte tra Est e Ovest fruttuoso soprattutto in campo economico. Ciò ha contribuito a perpetuare, finora, anche l’anomalia (del resto non unica) di un paese strettamente legato al campo occidentale e in particolare alla Germania (con la quale intrattiene oltre un terzo dei suoi scambi commerciali con l’estero, sei volte di più che con qualsiasi altro partner) ma sempre estraneo all’Alleanza atlantica. Stabilizzatasi comunque negli anni successivi, la collocazione internazionale del Paese sembra tornare in discussione solo in questi ultimi mesi o addirittura settimane, in concomitanza con l’accelerazione di mutamenti già in corso da tempo sulla scena politica interna, di segno non molto diverso da quelli che si registrano oggi un po’ dovunque nel mondo occidentale avendo avuto proprio nell’Austria uno dei battistrada.

Coronata, per il momento, dal clamoroso successo di Norbert Hofer nel primo turno delle elezioni presidenziali, l’ascesa apparentemente irresistibile del populismo di estrema destra a spese dei due partiti nazionali tradizionalmente dominanti coincide non casualmente con l’irrigidimento del governo di Vienna in materia di immigrazione, coronato a sua volta dalla drastica decisione di sbarrare il valico del Brennero. Per quanto anch’essa clamorosa, essa riguarda però una questione che, per quanto oltremodo scottante e destabilizzante, non è quella su cui si profilano una svolta particolarmente rimarchevole della politica estera austriaca e l’imbocco di una rotta di collisione con l’Unione europea e lo schieramento occidentale. Tant’è vero, del resto, che salvo ulteriori complicazioni quella decisione, osteggiata soprattutto dall’Italia, gode dell’esplicita approvazione tedesca.

Essa è stata invece preceduta da mosse e comportamenti del governo austriaco, ancora saldamente in mano al vecchio binomio socialista-popolare, che segnano un avvicinamento alla Russia di Vladimir Putin persino ostentato a livello di rapporti interstatali benchè non insaporito da consonanze ideologiche come nel caso dell’Ungheria dichiaratamente ‘illiberale’ di Viktor Orban. Una serie di incontri ai massimi livelli era stata inaugurata nello scorso febbraio dalla visita ufficiale a Mosca del vice cancelliere Reinhold Mitterlehner, che aveva aperto il fuoco contro le sanzioni occidentali dichiarando che non erano servite a nulla ma avevano danneggiato seriamente l’economia austriaca provocando un calo del 25% del commercio bilaterale e in particolare un crollo del 50% delle esportazioni agricole austriache a causa delle rappresaglie russe. Mitterlehner ha ricordato per l’occasione che oltre mille società del suo paese intrattengono rapporti d’affari con la Russia e mezzo migliaio di imprese austriache vi lavorano impiegando 40 mila persone.

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