lunedì, Settembre 20

La misericordia nel fine vita field_506ffb1d3dbe2

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Abbiamo posto qualche domanda alla scrittrice Dacia Maraini in merito al fine vita e alla misericordia.

 

Per lei cos’è la morte? Cosa rappresenta?

È la fine della vita però, siccome l’essere umano è consapevole, ci costruisce una cultura su cos’è la morte. Credo che il morire non sia solo un fatto biologico, ma anche un fatto culturale: il rapporto con la morte è un fatto culturale.

 

La scomparsa di suo padre prima e di sua madre da poco: come elabora il dolore la ‘bambina’ Dacia?

Per la ‘bambina’ è una tragedia che non ha consolazione, proprio perché una madre è tutto, è la radice, il ventre materno, è una cosa che una volta perso non si sostituisce più. Poi, siccome oltre alla ‘bambina’ c’è una adulta, quest’ultima cerca di consolare la ‘bambina’, di darle comunque delle ragioni.

 

Come si affrontano le malattie che portano via le persone care? Quale la forza d’animo e quali le difficoltà oggettive nell’affrontare questa situazione?

Credo che bisogna avere un misto di umanità, non affidarsi completamente alle medicine, alle macchine, pensare che possano risolvere tutto. Poi l’essere umano è essere umano, pertanto a volte guarisce più la tenerezza, l’affetto, l’amore di una persona cara che non una medicina. Non dico che bisogna eliminare le medicine, ma tenere conto che c’è bisogno di tenerezza, di affetto, di fiducia.

 

Il concetto di compassione e di misericordia sembrano essere lontani rispetto all’egoismo dell’uomo di oggi. Papa Francesco ha indetto un anno giubilare per ricordarlo. Cosa ne pensa?

Trovo che in questo momento Papa Francesco è più saggio di tutti, è quello che fa la più grande rivoluzione, che ci dà delle indicazioni. Meno male che c’è una persona che ha delle sicurezze, che sta dimostrando a tutto il mondo che in queste cose crede, e che è pronto ad affrontare dei rischi pur di affermarle con sicurezza.

 

Esiste una buona morte? Lei cosa intende per buona morte?

Possibilmente morire vicino a delle persone care: infatti mia madre non è voluta andare in ospedale, sarebbe stato più comodo, ma pur con tutte le cure l’abbiamo tenuta a casa, vicino a noi, alle sue figlie, con le nipoti. Per fortuna è morta un giorno che eravamo tutte lì con lei, e credo che lei ne sia stata contenta, perché ha sempre detto che non voleva morire di notte e da sola, era una sua ossessione. Quindi ha fatto in modo di morire di giorno e con tutta la famiglia intorno.

 

Cosa ne pensa della scomparsa del termine ‘morte’ nel linguaggio comune? Oggi non si usa più dire ‘è morto’, si cercano forme diverse. Come si è arrivati a questo?

È un mondo che ha cancellato la realtà, si fa molta fatica a confrontarsi con la realtà. Non è solo la morte, anche con la malattia è un problema pronunciarla, si dice ‘ha un brutto male’, si cercano un sacco di eufemismi che eliminano i termini; siamo arrivati a cambiare i mestieri,  si dice operatore ecologico al posto di netturbino, non udente invece di sordo. Viviamo in un mondo di eufemismi, ma cosa dicono questi eufemismi? Che non vogliamo confrontarci con la realtà, perché essa ci fa paura, allora creiamo eufemismi che definisco ‘disneyani’, perché Walt Disney ha trasformato la favola, quella dura di Charles Perrault dei fratelli Grimm dove c’erano i draghi e i malvagi che insegnavano i bambini a conoscere il male e imparare a difendersi. Disney trasforma tutto in una melassa dove tutto è grazioso, caramelloso e sentimentale, nelle sue fiabe non si parla della morte, si perde completamente il rapporto con la realtà.

 

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