lunedì, Novembre 29

La minorità di Conte, l’inaffidabilità degli stellini e la corsa al Quirinale Il punto centrale è la inaffidabilità totale degli stellini, sempre pronti, Conte in testa, a cambiare alleanze. Non vi è certezza alcuna né sull'alleanza con il PD, né sulla volontà di mandare Mario Draghi al Quirinale

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Oramai la politica italiana, meglio la ‘politica’, perché la relazione che c’è tra la politica vera e quello che da noi viene contrabbandato come politica è siderale, ogni giorno offre nuovi motivi per disprezzarla.
Facciamo un esempio a caso, recente, che, mentre rivela la pochezza di questa politica, purtroppo mostra la -diciamola così- non eccelsa statura dei nostri giornalisti … anche qui spesso meglio ‘giornalisti’.
L’altra sera,
dalla signora Lilli Gruber, si sono scontrati Gruber stessa e due suoi colleghi (peraltro ben noti e onnipresenti, e quindi non ne faccio il nome così fanno un piccolo fioretto!) con l’ex tutto Giuseppe Conte, detto Giuseppi.
Una piccola sgradevole ordalia. Perché l’incontro, su iniziativa di Gruber, si è svolto in toni molto simili a quelli di qualche giorno fa dell’intervista a Luigi Di Maio: toni aggressivi, domande pressanti -mentre il Giggino nazionale, invero, ‘rispondeva’ a fatica, ma rispondeva, spiegando chiaramente la sua totale mancanza di idee, ideali e progetti, se non quelli di potere. Intervista deludente, dunque, non solo da partepolitica‘, perché, politici a parte, questi giornalisti nostrani non hanno ancora capito che una delle poche ottime caratteristiche del giornalismo americano è l’attenersi ai fatti, separati dai commenti, rispettando l’intervistato, cioè fare domande, non provocazioni e non comizi. Che poi vuol dire fare domande brevi e lasciare rispondere … poi magari replicare e, separatamente, esprimere il giudizio critico. Da noi, invece, i giornalisti criticano l’intervistato o lo accusano di nefandezze varie, e pretendono che l’intervistato sia d’accordo! Ne vengono fuori zuffe, non interviste o colloqui. Da noi, inoltre, le interviste, o sono fatte ginocchio -col giornalista in ginocchio, intendo-, o, appunto, gridate con toni e tempi da comizio -basta pensare a Marco Travaglio per intenderci sulla seconda specie. Sulla prima, basta accendere la TV e ne vedi quante ne vuoi.
Ma, appunto, l’intervistato era Conte.

Ora, guardiamo bene le cose. Che Conte abbia inanellato sconfitte politiche in questi ultimi mesi è addirittura banale. Ha deciso di mettersi a fare, non avendone i numeri, il capopopolo di una banda di scamiciati improvvisatori, anche se gli scamiciati ora producono ‘libri’ a getto continuo, puntualmente presentati in TV, mentre lui no. Ma per di più ‘comandasenza l’appoggio vero del partito. In particolare di Beppe Grillo, che dopo averlo indicato come il salvatore della patria, ha cercato in tutti i modi di colpirlo, di ridurne il potere, di tenerlo sotto controllo. Non importa se con successo o no, ma certo lo ha fatto, e ora se ne sta nella sua villetta sulla spiaggia con l’aria di dire ‘mi fate un po’ schifo, e non voglio più avere a che fare con voi’. E quindi, prima stranezza nelle cose dette da Conte, sarà quest’ultimo in persona a portare a Grillo la lista degli incarichi di partito e non il contrario. Non è una banalità, è una constatazione di una minorità rispetto ad uno che nemmeno fa parte del partito, ne è il garante‘ … chi sa che vuol dire. Ma certo ognuno si regola come vuole, e quindi io se fossi giornalista su questo punto sarei balzato per cercare di capire, superando, sia pure a fatica, l’ostacolo dello scilinguagnolo di Conte.
Ecco: perché quella intervista è diventata una sorta di monologo, molto aggressivo, di Conte ‘contro’ i giornalisti. Fateci caso: i giornalisti hanno attaccato a tutta forza, convinti di mettere Conte come Di Maio sotto torchio. E invece sono stati rintuzzati da un Conte estremamente aggressivo, che, alla fine, è risultato, diciamo così, vincitore.
Dico così perché nella nostra strana politica, se urli più degli altri sei considerato un grande, e quindi la tendenza a urlare è molto diffusa (pensate a Matteo Renzi!), il che contribuisce a rendere la politica incomprensibile ai più.
Quando, poi, alle urla aggiungi delle spiegazioni che manco Azzeccagarbugli riuscirebbe a inventare, forse puoi pensare di essere un grande, ma sei un nano.
Faccio un esempio. Tutti abbiamo visto che c’è stato un certo contrasto qualche giorno fa quando, al momento dell’elezione del capogruppo al Senato, Conte ha proposto un nome ma è stato eletto un altro. Che una cosa del genere sia una sconfitta della sua ‘leadership’ è di evidenza palmare, ma uscirsene con il riferimento al fatto che siccome loro sono democratici discutono e quindi è perfettamente ragionevole che venga fuori un nome diverso da quello previsto, a me pare ridicolo. Anche perché nessuno al mondo può crederci. Ma tant’è.

Su due cose Conte, zittendo i giornalisti, ha molto parlato, tanto che per quanto mi riguarda non molto ho capito. La prima cosa, quella che ci interessa di più, attiene agli attuali e futuri rapporti col PD, che, non dimentichiamolo, ha parlato di Conte come di una stella della sinistra italiana. Ora, che la cosa fosse ridicola e puramente propagandistica è evidente, ma il problema di fondo resta. Aggravato dal fatto che, mentre Conte è moltoprudentesui suoi rapporti col PD e sulle prospettive di questo accordo, va a cena da Goffredo Bettini, il sedicente stratega del PD, che ce lo invita.
Se fossimo in un Paese serio, direi che andare a cena da qualcuno è ben altra cosa che andarci a braccetto a governare. Ma sulla serietà del Paese avrei qualche dubbio. E infatti si scatenano gli urlatori nel partito che sono contrari a questa alleanza. Il punto centrale è la inaffidabilità totale degli stellini, sempre pronti, Conte in testa, a cambiare alleanze. Insomma, se una cosa si può dire, allo stato dei fatti, è che non vi è certezza alcuna né sulle alleanze (cui parrebbe contrario Di Maio, altro politico dalle idee chiare e nette!), né sulla volontà di mandare Mario Draghi al Quirinale. È evidente, del resto, che la cosa è determinante. ‘Mandare’ ammesso e non concesso che Draghi si ‘faccia mandare’. Ma mandare Draghi al Quirinale vuol dire perseguire, in teoria, un disegno politico di continuazione della attuale politica, conservatrice e liberale, e quindi certo non gradita alla sinistra. Ma, posto che tra la sinistra e Bettini e Letta c’è una tale distanza, che non si vedono nemmeno col telescopio, con Draghi al Quirinale, solo per poco quella politica potrebbe continuare.
Il tema, comunque, resta e resterà in sospeso fino all’ultimo. E’ certo che un Draghi al Quirinale vorrebbe dire, prima o poi, l’abbandono di una politica, in particolare economica, credibile, specialmente all’estero. Dall’altra parte, tenerlo al governo, se può garantire qualche mese in più di governo accettabile, penso che sia possibile solo se a livello europeo le cose cambieranno al punto di potermandareDraghi a dirigere -nei fatti almeno- la politica europea, economica e non.
Draghi -quante volte lo ho scritto!- è davanti ad un bivio: o sette anni diautorevoli suggerimenti‘ (ironica proposta di Romano Prodi ) o fare l’Europa. Non ho dubbi che Draghi preferirebbe la seconda, ma facile non è.

Tornando alla nostra piccola politica, l’altro tema che ha sussurrato Conte acidamente, è quello delle attività lucrosissime di Renzi in giro per il mondo a raccattare consulenze anche, seppure indirettamente, dai Benetton. Sollevare il tema è un modo facile per parlare d’altro. Che poi l’attività di consulenza di Renzi in Italia sia un obbrobrio è altro discorso. Ma l’attacco di Conte, gratuito e inutile, sembra fatto apposta per allontanare la possibilità di governare insieme, mentre, probabilmente, l’attività di Renzi lo porta ormai con sempre maggiore decisione verso la costituzione di una forza di centro con parti di FI, Lega, ecc. E dunque, questo attacco a freddo non ha senso politico, salvo quello di levarsi un macigno dalla scarpa, visto che è stato Renzi, nella sostanza, a farlo cadere.
Il fatto è che, se questo è il ‘livello politico’ di Conte alleato di Bettini e di un certo PD, il nostro futuro è buio come non mai.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.

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